Tumore del rene, crioablazione laparoscopica eseguita a Taranto

Tumore del rene, crioablazione laparoscopica eseguita a Taranto

L’innovativa tecnica operatoria ha permesso di asportare una massa tumorale a una paziente di 61 anni.

Nel reparto di Urologia dell’ospedale SS. Annunziata di Taranto è stato eseguito per la prima volta un intervento di crioablazione laparoscopica, un’innovativa e mininvasiva tecnica di rimozione del tumore del rene. Ne ha beneficiato una donna di 61 anni, che è stata dimessa pochi giorni dopo.

“La sanità tarantina si conferma un punto di riferimento per la popolazione del territorio, e non solo – ha dichiarato Stefano Rossi, direttore generale della Asl Taranto –. L’offerta sanitaria uro-oncologica crea le condizioni per la presa in carico dei pazienti ed evitare loro i cosiddetti viaggi della speranza”.

Le masse tumorali erano presenti in entrambi i reni: su uno sono state asportate chirurgicamente, sull’altro l’equipe ha optato per la crioablazione laparoscopica. La seconda massa, del diametro di 2,5 centimetri, è stata raggiunta da un ago, congelata a temperature che oscillano tra -40 e -90 gradi, e infine asportata. La decisione di intervenire in tal modo è stata determinata dalla vicinanza della lesione ad arterie, vasi e pelvi.

La crioablazione laparoscopica comporta diversi vantaggi: tempi di ripresa rapidi; alti tassi di successo in termini oncologici, a fronte di ridotti tassi di complicanze post-intervento; riduzione della spesa sanitaria per il sistema. Dopo l’operazione, la paziente ha cominciato un programma di follow up gestito da un team multidisciplinare.

Redazione Nurse Times

L’articolo Tumore del rene, crioablazione laparoscopica eseguita a Taranto scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Coronavirus, l’appello degli esperti: “Autunno difficile per i non vaccinati”

Coronavirus, l’appello degli esperti: “Autunno difficile per i non vaccinati”

Walter Ricciardi e Matteo Bassetti esortano a raggiungere la più alta percentuale possibile di persone immunizzate entro ottobre.

“L’autunno sarà temibile per i non vaccinati, ma non tanto per la collettività, che potrà contare su una popolazione vaccinata e servizi sanitari in grado di rispondere, senza sovraccaricarsi. Sarà un problema di vulnerabilità individuale. Insomma, avremo una stagione diversa rispetto allo scorso anno: più serena per i vaccinati. E per l’Italia sarà più gestibile, anche con la variante Delta”. Così Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute per l’emergenza coronavirus e docente di Igiene all’Università Cattolica di Roma, intervistato da AdnKronos Salute.

“La differenza rispetto all’autunno scorso – aggiunge – la fanno le tante persone vaccinate, soprattutto nelle fasce più vulnerabili. Servirà mantenere il controllo, perché la variante Delta è più contagiosa. Ma se arriveremo a ottobre con una copertura vaccinale più elevata di adesso, saremo più sicuri”.

“L’obiettivo deve essere arrivare a ottobre con l’80% degli italiani vaccinato”, ribadisce Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, commentando le parole del premier Mario Draghi, che sui vaccini ai minori ha affermato: “Al momento la priorità è cercare di vaccinare tutti gli over 50. Questo è l’obiettivo principale in vista dell’autunno”.

Prosegue Bassetti: “Più persone saranno vaccinate nei prossimi due mesi, compresi gli adolescenti e i ragazzi over 12, e meglio sarà. Le priorità non esistono più, dobbiamo puntare alla vaccinazione di massa. Chi ha più di 50 o 60 anni doveva già essere immunizzato. Va bene, quindi, l’appello di Draghi, ma non facciamoci trovare impreparati: anche avere solo il 5% della popolazione non vaccinato sarebbe gravissimo”.

Redazione Nurse Times

L’articolo Coronavirus, l’appello degli esperti: “Autunno difficile per i non vaccinati” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Coronavirus, uomo guarisce dopo quasi 10 mesi: è record di tamponi positivi

Coronavirus, uomo guarisce dopo quasi 10 mesi: è record di tamponi positivi

L’inglese Dave Smith è il paziente rimasto infetto per il periodo più lungo sin qui registrato.

Dave Smith (foto), un 72enne di Bristol (Inghilterra), è guarito dal coronavirus dopo oltre 290 giorni di malattia, quasi dieci mesi, totalizzando un record di 42 tamponi positivi e sette ricoveri. Il primo, con tosse e febbre, nel maggio 2020, quando il test confermò la sua positività. Dimesso, tornò in ospedale più volte ad agosto, settembre, ottobre e dicembre. Per cinque volte si è trovato in fin di vita, ma ora è finalmente fuori pericolo grazie al cocktail di due anticorpi sviluppato da Regeneron e utilizzato pure per curare Donald Trump.

“Mia moglie – ha raccontato l’uomo al Guardian – ha cominciato i preparativi per i miei funerali cinque volte”. Il paziente aveva il sistema immunitario compromesso per malattie pregresse e quindi ha sviluppato una forma di Covid remittente-recidivante. A luglio il suo caso sarà presentato al Congresso europeo di microbiologia clinica e malattie infettive (ECCMID). “Sono pochi i pazienti di questo tipo – ha spiegato Ed Moran, consulente del National Health Service –, ma è importante garantire loro l’accesso alle cure. Anche per evitare il rischio che durante queste lunghe infezioni si sviluppino nuove varianti del virus”.

Redazione Nurse Times

L’articolo Coronavirus, uomo guarisce dopo quasi 10 mesi: è record di tamponi positivi scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Vallerano (Viterbo), infermiere salva donna colpita da attacco cardiaco per strada

Vallerano (Viterbo), infermiere salva donna colpita da attacco cardiaco per strada

Rilanciamo il racconto della vicenda a opera di Mario Curzi, presidente di Opi Viterbo.

A volte succede. Succede che abiti in un piccolo paese alle falde del monte Cimino, Vallerano, e stai passeggiando tranquillamente nella piazza principale per fare la spesa, quando improvvisamente senti la tua mano destra formicolare, un dolore imparagonabile al petto, un senso di angoscia ti assale. Ma non fai in tempo a realizzare che cadi a terra, stramazzando a suolo: un attacco cardiaco.

La tua vita è appesa a un filo. Anzi, sarebbe finita lì, se non fosse che il sindaco del ridente paesino non conosca bene il dottor Tommaso Deiana, che non è il medico di base, ma un infermiere dell’Azienda emergenza regionale 118, residente anche lui in quel luogo, che in quel momento, però, se ne sta a casa sua in completo relax. E come accade spesso tra i professionisti, abituati a mettere in moto meccanismi rodati da anni di esperienza e di studio, raggiunge in fretta la piazza, osserva, valuta la gravità della situazione, ordina al farmacista gli strumenti utili per intervenire, vede lì vicino due operatori del soccorso da lui precedentemente formati e crea un’equipe. Operano quindi una rianimazione cardio-polmonare tempestiva e salvano la vita alla donna. Arrivano finalmente i soccorsi con l’ambulanza. La paziente appare stabile e viene portata al pronto soccorso.

Questo succede in un pomeriggio afoso di giugno, in un piccolo paese alle falde del monte Cimino, quando incontri sulla tua strada un infermiere, Tommaso, che ha messo in pratica un percorso intellettuale di studi svolto nei suoi anni di vita professionale. Un percorso universitario, basato sulle evidenze scientifiche, sulla best practice, utilizzando uno strumento, il problem solving, che gli ha permesso di individuare nel minor tempo possibile fonti, soluzioni, azioni più adatte per risolvere al meglio al situazione.

Chissà se questo episodio può dissuadere coloro i quali ancora affermano che basta prendere “30mila nullafacenti e gli facciamo fare gli infermieri”, oppure chi ancora pensa che la sanità sia composta da medici e da “collaboratori”. Grazie Tommaso. Grazie a nome della persona che hai salvato, per la famiglia che hai preservato. Grazie a nome della professione che hai rappresentato, agendo con professionalità, scienza e coscienza. Sì, è vero, a volte succede.

Redazione Nurse Times

L’articolo Vallerano (Viterbo), infermiere salva donna colpita da attacco cardiaco per strada scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Porto Viro (Rovigo), infermiere aggredito in Pronto soccorso dopo un incidente stradale

Porto Viro (Rovigo), infermiere aggredito in Pronto soccorso dopo un incidente stradale

A scatenare il caos un uomo sulla trentina, che di fatto ha impedito nuovi soccorsi. Sulla vicenda indagano i carabinieri. Lo sdegno di Uil Fpl e della dirigenza ospedaliera.

“Riteniamo gravissimo quanto accaduto mercoledì sera al Pronto soccorso della casa di cura Madonna della Salute di Porto Viro, dove un uomo ha dato in escandescenze, picchiando con violenza inaudita e inaccettabile un infermiere che era appena rientrato per il trasporto di una persona ferita in un incidente stradale e che sarebbe dovuto uscire nuovamente con l’ambulanza perché c’erano altri feriti da soccorrere ed il codice della chiamata era quello rosso, di massima urgenza. La condotta dell’uomo, infatti, è stata tale da arrivare a paralizzare a lungo l’operatività del Pronto soccorso portovirese, presidio di riferimento di tutta l’area deltizia, che in questo momento già accoglie numerosi turisti”. Così Attilio Minichini e Cristiano Maria Pavarin, della segreteria Uil Fpl di Rovigo, commentano l’aggressione ai danni di un infermiere avvenuta mercoledì pomeriggio al Pronto soccorso dell’ospedale di Porto Viro (Rovigo).

L’increscioso episodio di violenza si è verificato a seguito di un incidente stradale sulla Romea, nel territorio di Rosolina. Otto i feriti, uno dei quali in condizioni di media gravità. Da Porto Viro sono partite subito tutte la autoambulanze disponibili, ma non erano sufficienti. Così il personale medico ha portato al Pronto soccorso i primi feriti, ma quando stava per tornare sul luogo dell’incidente si è scatenato il putiferio: pugni, calci, spintoni. Insomma, una vile aggressione, messa in pratica da un uomo sulla trentina che nulla aveva a che vedere con l’incidente, ma che di fatto ha impedito i soccorsi e, dopo aver scatenato il panico in ospedale, si è allontanato. E’ stato comunque identificato dai carabinieri e ora sono in corso gli accertamenti per definire quali e quanti reati abbia commesso.

“Un fatto intollerabile e vergognoso, che condanniamo con tutta la forza possibile, come cittadini prima ancora che come rappresentanti sindacali – proseguono Minichini e Pavarin -. Non è pensabile che nel 2021, in un Paese civile, si debba ancora assistere ad aggressioni violente nei confronti di operatori sanitari che stanno svolgendo il proprio lavoro, prezioso ed insostituibile. Rimaniamo allibiti nel pensare che questo possa avvenire dopo i difficili mesi della pandemia, nei quali, al di là della retorica che ha visto gli operatori dipinti come angeli ed eroi, tutti i lavoratori della sanità hanno fronteggiato difficoltà epocali, soffrendo e rischiando in prima persona per il bene comune, sobbarcandosi ore di straordinari e facendo fronte a difficoltà mai viste prima”.

E ancora: “Come Uil, ribadiamo che di fronte a fatti del genere non solo deve levarsi alto un grido unanime di indignazione, ma vanno anche presi opportuni provvedimenti perché non accadano più. Purtroppo l’importante ed attesa legge ‘Disposizioni in materia di sicurezza per gli esercenati le professioni sanitarie e socio-sanitarie nell’esercizio delle loro funzioni’, entrata in vigore proprio lo scorso settembre, che ha inasprito le pene e introdotto la procedibilità d’ufficio nei casi di aggressioni a operatori sanitari, sembra non essersi rivelata un deterrente in grado di porre fine a episodi come questi. Nei prossimi giorni chiederemo quali strategie e accorgimenti si intendano adottare a livello locale per scongiurare che simili fenomeni possano ancora verificarsi”. 

Concludono i rappresentanti di Uil Fpl: “Intendiamo rivolgere la nostra massima vicinanza all’operatore che è stato malmenato, ferito, costretto a fuggire, e che in queste ore, pur avendo affrontato nel corso della sua esperienza professionale situazioni di ogni tipo, è ancora turbato per la brutale aggressione subita, assicurandogli che da parte della Uil ci sarà il massimo e completo supporto e che siamo pronti anche a intraprendere tutte le iniziative necessarie perché l’aggressore non resti impunito”.Sulla vicenda è intervenuto anche Stefano Mazzuccato, amministratore delegato dell’ospedale di Porto Viro: “L’episodio di ieri è semplicemente inaccettabile, e ci rammarica profondamente. I carabinieri faranno ora il loro lavoro e a noi, come direzione del presidio, resta solo il dovere di manifestare la nostra vicinanza all’operatore rimasto vittima dell’aggressione e a tutto il personale del Pronto soccorso, che ogni giorno svolge un servizio essenziale per la collettività. L’operatore, un giovane di 30 anni di Mesola, sposato e con un figlio, è stato visitato in conseguenza delle contusioni riportate dai colleghi del presidio, che hanno stabilito una prognosi di 20 giorni”.

Redazione Nurse Times

L’articolo Porto Viro (Rovigo), infermiere aggredito in Pronto soccorso dopo un incidente stradale scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.