Coronavirus, ecco le indicazioni Inail per vaccinarsi nei luoghi di lavoro

Coronavirus, ecco le indicazioni Inail per vaccinarsi nei luoghi di lavoro

Chiariti i requisiti e la procedura per l’attivazione dei punti vaccinali territoriali destinati ai lavoratori.

L’Inail ha pubblicato le indicazioni per le vaccinazioni anti-Covid nei luoghi di lavoro. Il documento chiarisce i requisiti e la procedura per l’attivazione dei punti vaccinali territoriali destinati ai lavoratori: dal fatto che l’istituzione nelle imprese dovrà sempre garantire i requisiti di efficacia e sicurezza all’organizzazione dell’attività; dal programmare anche la seconda dose al corso per la formazione del personale sanitario.

I sei punti fondamentali – Ai fini dell’istituzione dei punti vaccinali territoriali e della realizzazione della campagna vaccinale nei luoghi di lavoro, sono sei i punti indicati che costituiscono “presupposti imprescindibili”: la disponibilità di vaccini; la disponibilità dell’azienda; la presenza/disponibilità del medico competente o di personale sanitario; la sussistenza delle condizioni di sicurezza per la somministrazione di vaccini; l’adesione volontaria e informata da parte delle lavoratrici e dei lavoratori; la tutela della loro privacy e la prevenzione di ogni forma di discriminazione.

I punti vaccinali nelle imprese – Nella pubblicazione, allegata a una circolare interministeriale del 12 aprile, è precisato che l’istituzione dei punti vaccinali nelle imprese “dovrà garantire tutti i requisiti di efficacia, efficienza e sicurezza” previsti per tutti i cittadini in ogni contesto della campagna di vaccinazione anti-Covid. Per assicurare “tempestività, efficacia e livello di adesione”, gli spazi destinati alla somministrazione dei vaccini in azienda, compresi quelli allestiti presso punti vaccinali territoriali approntati dalle associazioni di categoria di riferimento, potranno essere utilizzati per la vaccinazione di lavoratori appartenenti anche ad altre imprese, come quelli che “prestano stabilmente servizio” presso l’azienda utilizzatrice.

Alternativa alla vaccinazione ordinaria – La vaccinazione nel luogo di lavoro rappresenta, viene rimarcato, “un’opportunità aggiuntiva rispetto alle modalità ordinarie” dell’offerta vaccinale che “sono e saranno sempre garantite, nel rispetto delle tempistiche dettate dal piano nazionale di vaccinazione, qualora il lavoratore non intenda aderire alla vaccinazione in azienda”.

L’organizzazione – Per quanto riguarda l’organizzazione dell’attività, si va dalle modalità di adesione delle imprese all’iniziativa, che deve essere comunicata all’azienda sanitaria di riferimento, agli oneri, che sono a carico del datore di lavoro o delle rispettive associazioni di categoria, a eccezione dei vaccini, dei dispositivi per la somministrazione (siringhe/aghi), e degli strumenti formativi e per la registrazione delle vaccinazioni.

Materiali e strumenti – Oltre ad una serie di requisiti preliminari, la vaccinazione in azienda deve prevedere la presenza dei materiali, delle attrezzature e dei farmaci necessari allo svolgimento in sicurezza delle attività, nonché di strumenti informatici che permettano la registrazione dell’avvenuta inoculazione del vaccino, secondo le modalità fissate a livello regionale.

Seconda dose e reazioni avverse – L’impresa è tenuta a programmare anche la somministrazione della seconda dose, quando prevista, secondo le modalità e tempistiche di ciascun vaccino. La registrazione deve essere effettuata subito dopo la somministrazione, durante il periodo di osservazione post-vaccinazione della durata di almeno 15 minuti. Per intervenire immediatamente nel caso di reazioni avverse a rapida insorgenza, che dovranno essere registrate utilizzando le modalità di segnalazione previste dalla Regione o Provincia autonoma di riferimento, è necessario prevedere la presenza di risorse in grado di gestirle. Viene raccomandato, in ogni caso, di indirizzare eventuali soggetti a rischio all’azienda sanitaria competente, in modo che possano essere vaccinati in ambiente protetto.

La formazione – Inoltre, per la formazione del personale coinvolto nelle operazioni di vaccinazione, sulla piattaforma dell’Istituto superiore di sanità è disponibile il corso “Campagna vaccinale Covid-19: la somministrazione in sicurezza del vaccino anti Sars-Cov- 2/Covid-19”. Quest’ultimo sarà integrato con un modulo specifico per la vaccinazione nei luoghi di lavoro, curato dall’Inail in collaborazione con l’Iss.

Redazione Nurse Times

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Coronavirus, seconda dose per il vaccino Johnson & Johnson? La parola all’esperto

Coronavirus, seconda dose per il vaccino Johnson & Johnson? La parola all’esperto

Le precisazioni sul tema vaccini di Armando Genazzani, membro del Committee for Medicinal Products for Human Use (Chmp) dell’Ema.

Non solo l’annuncio del ritardo del lancio in Europa. Ora anche la notizia che il vaccino Johnson & Johnson, al pari di quelli priodotti da AstraZeneca, Pfizer e Moderna, potrebbe necessitare di una seconda dose per essere efficace. Insomma, non più monodose, come annunciato in un primo momento.

A spiegare perché è Armando Genazzani (foto), membro del Committee for Medicinal Products for Human Use (Chmp) dell’Ema, intervenuto a Buongiorno, su Sky Tg24: “Non metterei troppo accento sul fatto che J&J sia un vaccino monodose. Al momento il vaccino anti-Covid di Janssen è stato studiato come vaccino di cui si dà una singola dose e sappiamo che dà una protezione 14 giorni dopo la somministrazione. Tuttavia non sappiamo quanto duri. Potrebbe benissimo essere che serva un richiamo in seguito: ci sono degli studi che lo stanno valutando. Intanto possiamo cominciare a vaccinare”.

Mix di vaccini? – “Personalmente – prossegue Genazzani – consiglierei di aspettare i dati, prima di farlo. Ci sono alcuni Paesi, come la Germania, che stanno studiando di poter usare un vaccino ad adenovirus come prima dose e un vaccino a mRna come seconda dose. Vi è una plausibilità biologica che il richiamo possa funzionare, ma non abbiamo dati”.

Richiami prolungati per Pfizer e Moderna? – “In Ema e Aifa riteniamo che gli intervalli studiati negli studi clinici fra la prima e la seconda dose dei vaccini a mRna, pari a 21 e 28 giorni, siano quelli ottimali, perché su quelli abbiamo dei dati”, spiega ancora il farmacologo in merito all’ipotesi di ritardare il richiamo per i vaccini di Pfizer/BioNTech e di Moderna. “Negli studi clinici non sempre è possibile fare il richiamo il giorno esatto e ci sono pazienti che sono stati trattati un po’ più a lungo o meno – aggiunge –. Ci sono anche pazienti che sono stati trattati a 42 giorni. Dal punto di vista scientifico non penso che arrivare a 42 giorni tra due dosaggi debba diventare la norma, ma credo che sia possibile. Oltretutto, da un punto di vista di plausibilità biologica, l’allungamento della dose potrebbe portare addirittura a un aumento della risposta anticorpale. Non deve diventare la norma, ma in un momento difficile, in cui non sappiamo quando arriveranno le dosi, possiamo cominciare. Poi, se arrivano, le daremo nel tempo giusto”.

Quando l’immunità di gregge? – “Può essere che tra giugno e settembre raggiungeremo l’immunità di gregge in Italia – afferma Genazzani –. A patto che AstraZeneca, Pfizer, Moderna e J&J riusciranno a mantenere le quote e le dosi che sostengono di poter produrre. Credo che il piano del premier Draghi possa essere un successo. Inclusa la bella stagione che sta arrivando”.

Richiamo ad hoc per le varianti? – “Le varianti di Sars-CoV-2 – spiega il farmacologo – sono sicuramente un pericolo. Può essere che vi saranno delle varianti che riusciranno a scavalcare i vaccini e potremmo avere un richiamo con un vaccino diverso. Può essere che i vaccini perdano un po’ di efficacia con le varianti e che sia necessario fare richiami con vaccini ad hoc che coprano anche le varianti”. Genazzani fa riferimento a uno studio di Israele secondo cui il vaccino di Pfizer risulterebbe meno efficace contro la variante sudafricana: “Fare uno studio con 400 pazienti è molto poco per dire quanto è la protezione vaccinale su una variante. Non baserei nessuna scelta su uno studio di 400 pazienti. In generale, più in fretta vacciniamo e meno le varianti riusciranno a emergere, e quindi a circolare”.

Nuovi vaccini, cosa farà la differenza? – “Al momento abbiamo tre vaccini anti-Covid in rolling review: Sputnik CureVac e Novavax. E tutti e tre ci auguriamo arrivino quanto prima. Finché non sono stati sottomessi tutti i dati non possiamo fare previsioni su quando potremo avere un’opinione. C’è da dire che non sarà il numero di vaccini, ma il numero di dosi, che farà la differenza. E’ più plausibile che i quattro vaccini che abbiamo riescano ad aumentare la loro produzione nei prossimi due mesi. Immagino che la principale campagna vaccinale avverrà con questi quattro vaccini. Ciò premesso, più vaccini abbiamo, meglio è. Ci sarà più concorrenza e potremo addirittura fare scelte sui vaccini che preferiamo, ma al momento farei affidamento su questi quattro”.

Il punto sui monoclonali – Sul fronte dei farmaci per la terapia di Covid-19, Genazzani precisa: “Qui siamo un po’ più indietro rispetto ai vaccini. Abbiamo almeno un paio di farmaci che possono migliorare la prognosi dei pazienti in ospedale: il remdesivir e i corticosteroidi. Cominciamo ad avere delle combinazioni di anticorpi che nei pazienti ad altissimo rischio che hanno contratto il Covid potrebbero essere utili per ridurre l’impatto in ospedale. C’è ancora qualche problema organizzativo, perché sono farmaci che devono essere dati endovena, e perché, finché non riusciamo a predire quali pazienti possono progredire, dovremmo darli a troppe persone”.

Redazione Nurse Times

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Coronavirus, nuova battuta d’arresto per i vaccini: Johnson & Johnson ritarda il lancio in Europa

Coronavirus, nuova battuta d’arresto per i vaccini: Johnson & Johnson ritarda il lancio in Europa

L’azienda americana lo ha annunciato attraverso una nota. Motivo della decisione: “Formazione di coaguli di sangue in combinazione con piastrine basse in un piccolo numero di persone”.

“La sicurezza e il benessere delle persone che utilizzano i nostri prodotti sono la nostra massima priorità. Siamo a conoscenza di un disturbo estremamente raro, che ha portato alla formazione di coaguli di sangue in combinazione con piastrine basse in un piccolo numero di persone che hanno ricevuto il nostro vaccino contro il Covid-19. I Centri statunitensi per il controllo delle malattie (Cdc) e la Food and Drug Administration (Fda) stanno esaminando i dati relativi a sei casi riportati negli Stati Uniti su oltre 6,8 milioni di dosi somministrate. Per ragioni di massima cautela i Cdc e la Fda hanno raccomandato una pausa nell’uso del nostro vaccino”.

Così recita la nota con cui Johnson & Johnson ha annunciato la decisione di ritardare il lancio del proprio vaccino in Europa, aggiungendo: “Inoltre stiamo esaminando questi casi con le autorità sanitarie europee – prosegue la nota -. Abbiamo preso la decisione di ritardare proattivamente il lancio del nostro vaccino in Europa. Stiamo lavorando a stretto contatto con esperti medici e autorità sanitarie, e favoriamo fermamente una comunicazione aperta di queste informazioni agli operatori sanitari e al pubblico”.

Conclude la nota di Johnson & Johnson: “I Cdc e la Fda hanno messo a disposizione informazioni sul corretto riconoscimento e gestione di questi disturbi a causa del trattamento unico richiesto da questo tipo di coaguli di sangue. Le autorità sanitarie consigliano alle persone che hanno ricevuto il nostro vaccino contro il Covid-19 e che sviluppano un forte mal di testa, dolore addominale, dolore alle gambe o respiro corto entro tre settimane dalla vaccinazione di contattare il proprio medico”.

Redazione Nurse Times

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“Infermieri in fuga dai contratti di lavoro al ribasso”: la denuncia di Cgil Fp Sanità privata convenzionata Abruzzo-Molise

“Infermieri in fuga dai contratti di lavoro al ribasso”: la denuncia di Cgil Fp Sanità privata convenzionata Abruzzo-Molise

Di seguito una nota a firma di Daniele Leone, segretario regionale del sindacato.

Un tracollo senza fine. La causa principale sta tutta nella scelta degli imprenditori della sanità privata di applicare diversi contratti di lavoro, ognuno al ribasso, ognuno con retribuzione bassa e diritti negati. Questa scelta imprenditoriale oggi non funziona più. Infatti molte strutture sociosanitarie, Rsa, Ra, Cssa si trovano sull’orlo dell’implosione, e il rischio stavolta è che molte strutture che ospitano persone non autosufficienti, pazienti fragili con pluripatologie, si accartoccino su se stesse, perché private del loro pilastro più solido: gli infermieri.

In molte regioni le pessime condizioni contrattuali per gli infermieri e dell’elevato carico di lavoro in questo periodo di emergenza Covid stanno spingendo tantissimi infermieri al licenziamento in massa da queste strutture, con rinuncia a un contratto a tempo indeterminato per accettare un contratto a tempo. Una vera e propria emorragia, che non risparmia nemmeno l’Abruzzo. Un esodo dalle strutture di assistenza che aggrava una situazione già problematica a causa dell’emergenza Covid.

In Italia, infatti, secondo le ultime stime, mancano più di 50mila infermieri, di cui 30mila proprio sui territori. Non caso, a incentivare la loro fuga non sono solo i numerosi bandi pubblici emessi dalle aziende sanitarie locali, che puntano a rimpinguare le proprie risorse, ma anche le condizioni economiche dei numerosi contratti applicati nel settore della sanità privata: una giungla di contratti al ribasso, ognuno con retribuzioni basse e diritti negati.

Questa scelta non funziona più, e gli infermieri, dopo anni in cui sono stati costretti ad accettare condizioni contrattuali non in linea con le loro professionalità e competenze, con il loro lavoro, stanno abbandonando le strutture sociosanitarie. Non è possibile che il personale sanitario che ha lavorato in prima linea durante la battaglia contro il Covid-19 non abbia ricevuto un euro di indennità, un bonus, nulla. Non è possibile che un infermiere che lavora 26 giorni al mese percepisca uno stipendio di 1.200 euro al mese. Su questi numeri gli imprenditori della sanità privata e anche la Regione, che concede gli accreditamenti, dovrebbero riflettere.

Se non si interviene immediatamente, il rischio è che presto possiamo trovare diverse strutture impreparate, qualora i contagi riprendessero a crescere. Una questione allarmante, soprattutto tenendo conto del fatto che, per l’ultimo report redatto dall’Istituto Superiore di Sanità, all’interno della case di riposo con ospiti Covid o sospetti tali va garantita la presenza di infermieri se tte giorni su sette e 24 ore al giorno. Una situazione potenzialmente esplosiva, su cui la Regione Abruzzo e le Asl dovrebbero intervenire, prima che si trasformi in tragedia.

Redazione Nurse Times

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Fp Cgil Treviso: “Niente fondi per pagare l’orario aggiuntivo in punti vaccinali, punti tampone e terapie intensive”

Fp Cgil Treviso: “Niente fondi per pagare l’orario aggiuntivo in punti vaccinali, punti tampone e terapie intensive”

Il sindacato va all’attacco dell’Ulss 2 Marca Trevigiana: “Si sono rimangiati la parola data. Una vergogna!”.

L’Ulss 2 Marca Trevigiana ha comunicato ai sindacati di categoria che mancano le risorse per pagare l’orario aggiuntivo svolto dai dipendenti impiegati nei punti vaccinali, nei punti tampone e nelle terapie intensive. «Una promessa, quella della maggiorazione retributiva, fatta in tempi non sospetti dal direttore generale Francesco Benazzi, che ora viene meno – afferma Marta Casarin, segretaria generale di Fp Cgil Treviso –. Ci troviamo così ad aver erogato prestazioni da novembre a febbraio per circa 1,5 milioni di euro, senza retribuzione per chi queste prestazioni nel concreto le ha svolte».

Prosegue Casarin: «Il maggior impegno dei dipendenti dell’Ulss 2, infatti, si è concretizzato in tanti mesi di lavoro nell’orario aggiuntivo, dando così modo all’Azienda sanitaria trevigiana di organizzare i punti vaccinali e i punti tampone, nonché di reggere l’urto delle varie ondate nelle terapie intensive dei nosocomi del territorio. Solo ora la comunicazione che le risorse necessarie a coprire economicamente il lavoro svolto dai dipendenti, per un monte ore pari a 34mila, non ci sono e non ci saranno. Una vergogna! E una vergogna dirlo a distanza di tempo, rimangiandosi la parola data, visto poi che alla parte di dirigenza medica è stato invece riconosciuto per intero il trattamento economico legato all’orario aggiuntivo».

E ancora: «L’inaccettabile controproposta dell’Ulss è quella di attingere dai fondi contrattuali destinati a tutto il personale. Una mossa ingiusta per chi ha dedicato maggiore impegno e disponibilità in questo periodo. Si pensi solo che registriamo una media oraria aggiuntiva per dipendente che va dalle 70 fino alle 150 ore. Ma anche nei confronti dell’intero organico, che si vedrebbe così depauperato di una parte salariale alla quale ha pieno diritto. Benazzi interpelli subito la Regione Veneto per trovare le risorse necessarie. Tale situazione è la cartina di tornasole del sottodimensionamento cronico della nostra sanità e il riscontro effettivo che non sono state fatte le dovute assunzioni, promesse anche quelle».

La replica il direttore generale dell’Ulss 2, Francesco Benazzi: «Sarà utilizzato un fondo di 800mila euro, che è a nostra disposizione: un fondo del comparto. Se avessero chiesto, avremmo risposto. Ci saremmo arrangiati».

Redazione Nurse Times

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