Concorso per infermieri presso l’APSS di Trento

In esecuzione della determinazione del Direttore del
Dipartimento risorse umane n. 1652/2019 del 17 dicembre 2019 è bandito concorso
pubblico per esami per assunzioni a tempo indeterminato e contestuale selezione
pubblica per esame per assunzioni a tempo determinato nel profilo professionale
di Collaboratore professionale sanitario – INFERMIERE.

La data di scadenza è fissata per il 10 Febbraio 2020.

Per l’accesso all’impiego presso l’Azienda Provinciale per i
Servizi Sanitari è richiesto il possesso dei seguenti requisiti generali:

1) età non inferiore agli anni 18 compiuti e non superiore
all’età legalmente prevista per il collocamento a riposo nel Servizio Sanitario
Nazionale;

2) essere cittadini italiani o equiparati ai fini
dell’accesso al pubblico impiego. Sono equiparati ai cittadini italiani:

gli italiani non appartenenti alla Repubblica; i cittadini di altro stato appartenente
all’Unione europea; i familiari di cittadini degli Stati membri
dell’Unione europea, non aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano
titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente; i cittadini di Paesi terzi che siano titolari
del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo; i titolari dello status di rifugiato ovvero
dello status di protezione sussidiaria. I cittadini di altro stato appartenente
all’Unione europea ed i cittadini di Paesi terzi, con esclusione di coloro che
sono titolari dello status di rifugiato ovvero dello status di protezione
sussidiaria, devono godere dei diritti civili e politici nello Stato di
provenienza. 3) possedere un’adeguata conoscenza della lingua italiana,
rapportata alla posizione professionale da ricoprire;

4) idoneità fisica all’impiego; l’eventuale assunzione può
essere subordinata alla visita medica preassuntiva di cui alla vigente
normativa in materia;

5) immunità da condanne che comportino l’interdizione dai
pubblici uffici, perpetua o temporanea. L’interdizione temporanea preclude
l’accesso all’impiego per il periodo dell’interdizione stessa;

6) non essere stati esclusi dall’elettorato politico attivo;

7) non essere stati destituiti, licenziati o dichiarati
decaduti dall’impiego: – per aver conseguito l’assunzione mediante la
produzione di documenti falsi o viziati da invalidità non sanabile; – per lo
svolgimento di attività incompatibile con il rapporto di lavoro alle dipendenze
della pubblica amministrazione;

8) per i cittadini soggetti all’obbligo di leva: essere in
posizione regolare nei confronti di tale obbligo;

9) non essere dipendente a tempo indeterminato dell’Azienda
Provinciale per i Servizi Sanitari di Trento nello stesso profilo professionale
cui si riferisce la procedura.

Requisiti Specifici

È altresì richiesto il possesso dei seguenti requisiti
specifici:

a) laurea in Infermieristica, appartenente alla classe delle
lauree in professioni sanitarie infermieristiche e professione sanitaria
ostetrica/o – classe L/SNT1; oppure diploma universitario di Infermiere
conseguito ai sensi dell’articolo 6, comma 3, del Decreto legislativo 30
dicembre 1992, n. 502 e successive modificazioni oppure diploma o attestato
conseguito in base al precedente ordinamento, riconosciuto equipollente al
diploma universitario (Decreto del Ministero della Sanità 27 luglio 2000 –
Gazzetta Ufficiale n. 191 del 17 agosto 2000) oppure titolo conseguito
all’estero riconosciuto equipollente a quello italiano con Decreto del
Ministero della salute;

b) iscrizione all’albo professionale degli Infermieri

I requisiti generali e specifici devono essere posseduti
alla data di scadenza del termine previsto dal bando per la presentazione delle
domande di partecipazione alla procedura e alla data di assunzione fatti salvi
i seguenti casi:

i candidati con titolo di studio conseguito
all’estero devono ottenere il riconoscimento dell’equipollenza al
corrispondente titolo italiano. In mancanza l’Azienda provvede all’ammissione
con riserva, fermo restando che l’equipollenza del titolo di studio deve
comunque essere conseguita al momento della proposta di assunzione (sia a tempo
determinato che indeterminato): il candidato conserva la propria posizione in
graduatoria, ma non può essere contattato per eventuali assunzioni, sino a che
non attesti l’equipollenza del titolo; l’iscrizione al corrispondente albo
professionale di uno dei Paesi dell’Unione Europea consente la partecipazione
al concorso, fermo restando l’obbligo dell’iscrizione all’albo in Italia prima
dell’assunzione in servizio;  l’iscrizione all’albo professionale può essere
conseguita oltre il termine di scadenza per la presentazione delle domande,
fermo restando l’obbligo dell’iscrizione all’albo prima dell’assunzione in
servizio. Alla data dell’eventuale assunzione è necessario inoltre il possesso
dei seguenti requisiti: – non essere stati, negli ultimi 5 anni precedenti
all’assunzione, destituiti o licenziati da una pubblica amministrazione per giustificato
motivo soggettivo o per giusta causa; non essere incorsi, negli ultimi 5 anni
precedenti all’assunzione, nella risoluzione del rapporto di lavoro in
applicazione dell’articolo 32 quinquies del codice penale; non essere incorsi, negli ultimi 5 anni
precedenti all’assunzione, nella risoluzione del rapporto di lavoro a causa del
mancato superamento del periodo di prova nel medesimo profilo professionale.
L’Azienda può disporre in ogni momento l’esclusione dalla procedura per difetto
dei requisiti prescritti.La domanda deve essere compilata e inviata esclusivamente online, secondo le indicazioni di seguito riportate, a pena di nullità. NON SONO VALIDE LE DOMANDE CHE PERVENGONO IN FORMATO CARTACEO NE’ IN FORMATO ELETTRONICO, NEPPURE INVIATE TRAMITE PEC. L’accesso alla domanda – differenziato per dipendenti e NON dipendenti dell’Azienda provinciale per i Servizi Sanitari di Trento – si trova alla pagina del sito web aziendale dedicata alla presente procedura – www.apss.tn.it – sezione CONCORSI – CONCORSI E SELEZIONI NUOVI – CC 01/20 – Concorso pubblico per assunzioni a tempo indeterminato e contestuale selezione pubblica per assunzioni a tempo determinato nel profilo professionale di Collaboratore professionale sanitario – INFERMIERE.

Redazione Nurse Times

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“Svezia: tutto un altro mondo per gli infermieri”

Francesco Vaccarezza, collega che lavora in Svezia, ci parla della sua esperienza in Scandinavia e dei motivi che lo hanno spinto a lasciare l’Italia.

Non nasco come infermiere e
mai avrei pensato da bambino di poterlo diventare un giorno, né di farne la mia
professione. Sin da piccolo, infatti, ho sempre avuto un estremo interesse per
le lingue, che mi ha portato in età adulta a laurearmi in Traduzione e interpretariato
all’Università di Genova nel 2007 e, successivamente, in filologia russa a
Mosca (specialistica nel 2009).

Tornato in Italia, però, le
opportunità lavorative pressoché inesistenti mi hanno spinto a guardarmi intorno
e a cercare una soluzione che permettesse a me e alla mia famiglia di andarcene
dall’Italia. Così, dopo un’attenta analisi del mercato lavorativo europeo e delle
possibili destinazioni finali, il profilo dell’infermiere nei Paesi scandinavi
è risultato il più idoneo, anche per il rapporto tra fattibilità e offerte di
lavoro. Ho allora tentato, sebbene non avessi la minima idea di cosa facesse un
infermiere e di quali fossero le sue reali competenze, il test a Genova nel
2011. Ammetto con estrema vergogna che appartenevo, purtroppo, a quella
maggioranza di persone ignoranti che legano la nostra figura al ruolo di
schiavo del medico e di “portapadelle”.  

Ho conseguito la laurea nel
novembre 2014, nonostante gli innumerevoli scogli incontrati durante il percorso
di studi, legato al basso livello dell’insegnamento e soprattutto al modus pensandi di molti insegnanti,
appartenenti alla vecchia generazione. Costoro davano più importanza alla
piegatura dell’angolo del letto e non mostravano un reale interesse nel
miglioramento della nostra professione e del nostro status. Ricordo ancora, a
due settimane dalla discussione della laurea, la responsabile del mio polo
universitario consigliarci di intraprendere il corso da oss per avere maggiori
possibilità di trovare lavoro, una volta ottenuto il titolo.

Ho cominciato con un
contratto interinale di un mese (poi rinnovato di altri quattro mesi) nel
gennaio 2015, lavorando per l’Associazione Gigi Ghirotti Onlus di Genova, che
si occupa di cure palliative. Poi, a partire dal maggio dello stesso anno,
nella Terapia intensiva dell’ICLAS di Rapallo, una struttura privata rinomata e
altamente specializzata in cardiochirurgia. Qui ho imparato davvero moltissimo.
Soprattutto ho imparato ad apprezzare realmente la nostra professione, ma a
seguito di alcune pesanti carenze a livello organizzativo, contrattuale
(contratti interinali della durata di pochi mesi) e anche a causa di alcuni
atteggiamenti di “superiorità” da parte del personale medico e
direttivo, l’idea di lasciare l’Italia ha fatto di nuovo capolino.

Col passare dei mesi, le
possibilità di emigrare si sono fatte sempre più concrete. Ho cominciato a
studiare svedese durante i turni notturni e a contattai direttamente i più
grandi ospedali di Stoccolma e di Göteborg, che mi hanno risposto una settimana
dopo aver ricevuto il mio curriculum. Nel marzo 2016 ho svolto un colloquio via
Skype per l’UTIC del Karolinska
Institutet di Solna, e ad aprile ho ricevuto il contratto direttamente al
mio indirizzo di residenza in Italia, insieme a una lettera che indicava la
data prevista per il ritiro delle chiavi dell’appartamento che l’ospedale
gentilmente mi aveva trovato a un costo ridotto.

Il 27 maggio 2016 ho
definitivamente chiuso il mio rapporto con l’Italia e, dopo tre anni e mezzo,
non credo sia ipotizzabile o fattibile un ritorno in patria. I motivi sono innumerevoli
e magari ne parlerò più dettagliatamente in un contributo futuro, magari
descrivendo il rapporto paziente-infermiere e medico-infermiere, che in Svezia
si distacca anni luce da quello a cui siamo abituati in Italia. Qui, infatti,
siamo visti come professionisti prima e come persone poi, e come tali veniamo
rispettati. Qui non esistono inutili e stupide scale gerarchiche, ma facciamo
parte di un team in cui tutti sono allo stesso livello e in cui tutti sono
rispettati per il proprio ruolo e le proprie competenze.

Dopo due anni di UTIC al
Karolinska, ho avuto la possibilità di proseguire gli studi in Svezia
(stipendiato al 100% dal mio datore di lavoro durante il periodo accademico) e,
nel giugno 2019, ho ottenuto la specialistica in sala operatoria all’Università di Uppsala. Se volete
seguirmi, ho un blog (uninfermiereinsvezia.wordpress.com),
in cui cerco di raccontare più dettagliatamente la mia storia e di mettere in
risalto le differenze in termini professionali al di fuori dei nostri confini.

Francesco Vaccarezza

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Rigurgito aortico: l’importanza per la prognosi di pressione diastolica e frequenza cardiaca a riposo

L’argomento è stato sviscerato in uno studio condotto dagli esperti della Mayo Clinic di Rochester (Usa).

Nuovi dati,
pubblicati sul Journal of American College of Cardiology (JACC), dimostrano che
la pressione arteriosa (PA) diastolica
e la frequenza cardiaca (FC) a riposo
forniscono importanti informazioni prognostiche per i pazienti con rigurgito aortico (AR) cronico
emodinamicamente significativo.

Letture
diastoliche inferiori a 70 mm Hg e frequenze cardiache a riposo superiori a 60
battiti al minuto (bpm) sono state fortemente associate alla mortalità per
tutte le cause in pazienti in trattamento medico, anche dopo aver tenuto conto
di potenziali fattori di confondimento come ipertensione, uso di vari farmaci e
linee guida per la chirurgia valvolare. Lo sostengono gli autori dello studio,
guidati da Li-Tan Yang, della Mayo Clinic di Rochester
(Minnesota, Usa). Secondo l’autore senior Hector Michelena,
anch’egli della Mayo Clinic, l’importanza di questo studio consiste nel fatto
che è la prima volta che la PA diastolica e la FC sono state formalmente
valutate per la loro associazione con la
mortalità nell’AR, e questo ha
cambiato alcuni dei paradigmi clinici della comunità dei cardiologi riguardo a
questi due parametri e all’AR.

Il solido legame tra queste misure e la mortalità è particolarmente importante perché «non è una nuova tecnologia high-tech che porta nuove informazione bensì è la misurazione di base della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, che sono eseguite ogni giorno in tutto il mondo con un costo minimo o nullo», ha aggiunto Michelena. La conclusione è che «non vi è dubbio che la PA diastolica e la FC a riposo siano associate in modo indipendente alla morte in pazienti con AR significativo. In effetti aumentano, anche se non in modo enorme, la discriminazione del rischio di morte al di sopra delle caratteristiche cliniche di base e degli attuali fattori scatenanti chirurgici.

I ricercatori osservano inoltre: «Le attuali linee guida ipoteticamente mettono in guardia contro l’uso di farmaci che potrebbero peggiorare il sovraccarico di volume, causando bradicardia e contro la marcata riduzione della PA diastolica che potrebbe compromettere la perfusione coronarica. Tuttavia queste preoccupazioni sono solo congetturali perché il significato clinico della PA diastolica e della FC a riposo nei pazienti con AR non è noto».

Per esplorare il problema hanno esaminato retrospettivamente i dati tra gennaio 2006 e ottobre 2017 su 820 pazienti con AR da moderata a grave (età media 59 anni; 92% uomini). Durante un follow-up medio di 5,5 anni, quasi la metà dei pazienti (49%) è stata sottoposta a chirurgia valvolare e 153 (19%) sono deceduti, di cui 104 in terapia medica e 49 dopo chirurgia valvolare.

Dopo aggiustamento per dati demografici, comorbilità e fattori scatenanti chirurgici basati sulle linee guida (inclusi sintomi, frazione d’eiezione ventricolare sinistra [LVEF] e indice del diametro endosistolico del ventricolo sinistro), il rischio di mortalità per tutte le cause sotto controllo medico è risultato aumentato con riduzioni della PA diastolica al basale (HR aggiustato per aumento di 10 mm-Hg :0,79, IC 95% 0,66-0,94) e aumenti della FC a riposo basale (HR aggiustato per aumento di 10 bpm: 1,23, IC 95% 1,03-1,45).

Tali relazioni sono rimaste significative in una varietà di analisi aggiuntive, che hanno tenuto conto di gravità dell’AR, presenza di ipertensione, uso di farmaci, chirurgia della valvola aortica tempo-dipendente, oltre che della PA diastolica media e della FC a riposo durante il follow-up (al contrario di una misurazione una tantum al basale). Il rischio di mortalità era maggiore nei pazienti con AR che nelle loro controparti corrispondenti per età e genere della popolazione generale, e tale rischio aumentava con la riduzione della PA diastolica (a partire da letture inferiori a 70 mm Hg, con un picco a 55 mm Hg) e con l’aumento della frequenza cardiaca a riposo (a partire da letture di 60 bpm).

Dopo intervento chirurgico alla valvola aortica, la relazione tra frequenza cardiaca e mortalità è rimasta, ma non c’era più un’associazione con la PA diastolica, «presumibilmente perché la fisiopatologia alla base della bassa pressione diastolica è stata corretta dalla chirurgia della valvola aortica» scrivono gli autori. Yang e colleghi fanno notare che il legame tra l’aumento della frequenza cardiaca e la mortalità è in conflitto con l’idea che la bradicardia dovrebbe essere evitata nei pazienti con AR cronico. “Nella nostra coorte di studio, il 45% dei pazienti presentava una frequenza cardiaca a riposo

Il posizionamento di un PICC nel paziente pediatrico lo espone ad un elevato rischio di tromboembolismo venoso

L’incidenza di tromboembolismo venoso (VTE) nei pazienti pediatrici è risultata notevolmente aumentata nei soggetti portatori di catetere venoso centrale. 

Tra le varie tipologie di CVC, il numero di cateteri centrali ad inserzioni periferiche (PICC) posizionati nei bambini è aumentato in maniera significativa.

Nello studio di coorte osservazionale multicentrico prospettico condotto dai ricercatori del Chlidren’s Hospital Los Angeles (California) sono stati arruolati pazienti di età compresa tra i 6 mesi ed i 18 anni sottoposti ad un posizionamento recente di PICC o altra tipologia di catetere venoso centrale tunnellizzato. L’incidenza di VTE tra i vari dispositivi è stata comparata.

Sono stati analizzati anche altri fattori quali l’incidenza e fattori di rischio delle VTE CVC-correlate, le infezioni ematiche del torrente ematico (CLABSIs) ed i malfunzionamenti nei PICC e nei cateteri tunnellizzati.

Sono stati posizionati complessivamente 1967 CVC ad un totale di 1742 soggetti unici inclusi nell’analisi. L’incidenza delle VTE catetere-correlate è risultata del 5,9% (+/- 0.63%).

La maggior parte delle complicanze (80%) si è verificata nei soggetti portatori di PICC, i quali hanno presentato un rischio significativamente aumentato di VTE catetere-correlata rispetto ai portatori di altre linee tunnellizzate (HR=8.5, 95%CI, 3.1-23, p

Piemonte, c’è l’ok della Regione ai pronto soccorso privati

L’assessore Icardi: “Perché no? Bisogna avere l’onestà di ammettere che il pubblico, da solo, non può più farcela”. 

Uno degli ultimi dogmi della sanità piemontese, ossia la concezione dei pronto soccorso come strutture pubbliche (con l’eccezione del Gradenigo a Torino) svapora nel commento dell’assessore regionale alla Salute, Luigi Icardi (foto), che accende un semaforo verde al rilancio dei privati convenzionati, disposti ad aprire i loro pronto soccorso nelle strutture di maggiori dimensioni, tra cui anche Alessandria. Si tratta di una svolta nel rapporto con il privato, che rimette in discussione vecchie certezze. Tra queste, anche le performance dei direttori generali Asl, sotto sfratto se non garantiranno il pareggio dei conti.

«Perché no? Abbiamo aperto un tavolo con i privati – dice Icardi – sulla base di un nuovo rapporto basato innanzitutto sulla fine di un’ipocrisia: quella che in tutti questi anni ci ha portato a ricorrere a loro solo in occasione delle emergenze. Mentre bisogna avere l’onestà di ammettere che il pubblico, da solo, non può più farcela». E cita il caso dell’ospedale di Novi Ligure con riferimento all’affidamento del reparto di Ortopedia ai privati: «Mantenendo la gestione sotto il controllo pubblico, naturalmente. Nel senso che continuerà a governare e a decidere il primario. È l’unico modo per salvare la situazione».

Ecco perché, nell’ottica di un servizio pubblico «che non ce la fa più», l’assessore non si scandalizza di fronte a uno scenario dove i pronto soccorso tradizionali, pubblici e «generalisti», convivranno con altri: attivati da gruppi privati convenzionati e specialistici, cioè limitati alla trattazione delle specialità seguite nelle cliniche (Cardiologia, Ortopedia, Traumatologia). «L’apertura di altre strutture potrebbe essere un aiuto – aggiunge –. Si tratta di cambiare l’approccio: valutando senza pregiudizi, e fatti salvi i parametri di legge in termini di accessi, personale, offerta. Se l’apertura di pronto soccorso da parte dei privati può ridurre i tempi ed evitare il sovraffollamento, non vedo perché non si debba ragionarne insieme. Pubblico e privato non sono in competizione, ma devono collaborare».

L’assessore è preoccupato per il crescente disavanzo nei conti delle Asl: dai 161 milioni del 2018 il rosso è arrivato a sfiorare i 200 milioni nel 2019. Un quadro temuto e per certi previsto dalla Regione, tale da giustificare un monitoraggio sempre più severo. E provvedimenti draconiani. «La situazione è inaccettabile – rimarca Icardi –. Nel 2019, per dire, la Sanità siciliana ha chiuso con un utile di 90 milioni. Quando avremo i dati definitivi, a marzo o forse febbraio, faremo il punto: i direttori generali che non avranno centrato il pareggio di bilancio andranno a casa». Assai prima della naturale scadenza del mandato, nel 2021.

La situazione è eterogenea. Ci sono Asl, come quella di Torino, che godranno di un supplemento di tempo, essendo appena state affidate a un nuovo responsabile. In questo caso si tratterà di rimediare a costi che nel 2019 sono aumentati di 12 milioni rispetto al 2018. Una valutazione ad hoc sarà fatta sulla Città della Salute, gravata da un disavanzo che affonda le radici nei decenni. Ma la linea di Icardi è chiara: «Adesso basta. Per i direttori in carica è l’ultima occasione per dare una sterzata».

Redazione Nurse Times

Fonte: La Stampa

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