Speranza: “Estesi al 31 dicembre i termini per stabilizzare i precari della sanità”

Il ministro ha annunciato su Facebook l’approvazione degli emendamenti che rendono “concreti gli impegni per rafforzare il Ssn”.

“Approvati gli emendamenti con cui diventano concreti
gli impegni per rafforzare il Servizio sanitario nazionale”. Lo scrive su
Facebook il ministro della Salute, Roberto
Speranza, che aggiunge: “Apriamo la possibilità a una platea molto
rilevante di precari della sanità, a medici, infermieri, personale sanitario e
amministrativo, di essere stabilizzati allargando al 31 dicembre 2019 i termini
per maturare i requisiti necessari”.

Inoltre, scrive ancora Speranza: “È approvato anche lo
scorrimento delle graduatorie a favore degli idonei. Finalmente ci sono più
risorse, tetti meno rigidi e regole nuove per assumere personale in sanità. Ci
prendiamo cura di chi si prende cura di noi”.

Redazione Nurse Times

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Aadi: “Il timido approccio di Opi Roma al demansionamento”

Il direttivo dell’Associazione avvocatura di diritto infermieristico commenta quanto scritto da Opi Roma sulla sua rivista ufficiale.

Sul numero 3/2019 della rivista “Infermiere Oggi”, rivista ufficiale dell’Ordine degli infermieri di Roma, alla pagina 62, dedicata alle risposte dell’avvocato, si legge: “L’infermiere non può svolgere in via ordinaria le mansioni del personale di supporto”. Eureka! Se ne sono accorti anche all’OPI Roma.

Peccato che
l’articolo, a firma dell’Avv. Barbara Pisa, ha dei contenuti che non
rispecchiano per nulla le deduzioni del giudice di prime cure, per altro
Presidente della sez. lavoro del tribunale di Roma, infatti il tenore
dell’articolo, timido nell’approccio al demansionamento e distante dalle
considerazioni fatte dal giudice nella sentenza, soprattutto in diritto, non è
per nulla in linea con le risultanze della sentenza ed anzi, tende a far
sembrare il fenomeno del demansionamento come una pratica residuale, quasi un
scelta del professionista, ma vediamo nello specifico.

L’avvocato scrive che il giudice ha condannato l’azienda resistente perché aveva adibito il professionista infermiere ad attività demansionanti in violazione dell’art. 2103 c.c. per più del 90% dell’orario di lavoro e, che quindi, se fosse stato impiegato ad esempio per il solo 70% il demansionamento non si sarebbe accertato, orbene, non è quello che dice la sentenza, anzi, il giudice fa una disamina molto ampia sulle attività svolte dal ricorrente elencandole una ad una, proprio per evitare di dare spazio ad interpretazioni che avrebbero potuto permettere alla parte resistente di opporre eccezioni, infatti il giudice dice che, una serie di attività sono del tutto avulse dal contesto professionale del professionista infermiere e lo fa attraverso l’esegesi del mansionario dell’OSS e del mansionario dell’infermiere generico che ricordiamo essere ancora in vigore, anche se solo al titolo V che tratta appunto dell’infermiere generico.

In effetti il D.P.R. n. 225 del 1974 definito “DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 14 marzo 1974, n. 225 Modifiche al regio decreto 2 maggio 1940, n. 1310, sulle mansioni degli infermieri professionali e infermieri generici” è ad oggi ancora vigente, sebbene la parte relativa all’infermiere professionale si stata abrogata ed è verificabile a questo link: https://www.normattiva.it/ricerca/semplice?erroreSessione=si

Ora, senza
entrare in tecnicismi giuridici particolarmente complessi, è evidente che il
giudice per ricostruire le mansioni attuali dell’infermiere professionale, oggi
laureato, a seguito dell’abrogazione ad opera della Legge n. 42/99, ricorre non
solo alla verifica delle mansioni di altre figure sanitarie come l’infermiere
generico e l’OTA/OSS,  presenti, le une,
nel D.P.R. succitato e le altre nel D.P.R. n. 384/90, ma anche attraverso quella
che in diritto viene definita riviviscenza della norma, ossia, il giudice fa
rivivere la norma abrogata o l’articolo abrogato se è utile ai fini della
ricostruzione del diritto vivente del caso di specie, un po’ come avviene ad
esempio con la riviviscenza dell’art. 3 della Legge 8 novembre 2012, n. 189,
c.d. “Decreto Balduzzi” sulla responsabilità degli esercenti le professioni
Sanitarie che sappiamo essere stato abrogato dalla successiva normativa, la
legge n. 24 dell’8 marzo 2017 cd. legge “Gelli-Bianco” e che rivive per il
principio di diritto del favor rei, che
presuppone appunto che in caso di una norma successiva che riformi in pejus uno specifico reato rispetto alla previsione della previgente
normativa, ancorché abrogata, questa, non debba essere applicata perché più sfavorevole
al reo.

E’ appunto il caso della colpa lieve per negligenza e imprudenza dell’esercente la professione sanitaria, aspetti della colpa non coperti dalla novella Gelli-Bianco che scrimina invece solo la colpa lieve per imperizia e non sempre. Detto ciò, assodato quindi che il mansionario è tuttora vigente e che la L. n. 42/99 che ha abrogato la parte relativa all’infermiere professionale non ha di fatto determinato o implementato nuove mansioni o funzioni, come piace chiamarle ad alcuni e, che quindi, per sapere quali attività fossero di pertinenza dell’infermiere e quali no, è stata necessaria da parte del giudice una ricostruzione ex post di tutta la normativa infermieristica degli ultimi 40 anni, lo stesso, ha quindi stabilito che, in ogni caso, all’infermiere non spettassero tutte le attività di natura domestico-alberghiera e le attività che sono prive di rilevanza tecnico-scientifica come aprire le finestre, versare un bicchier d’acqua, passare il cellulare al malato, accendere il televisore, ecc…

Prosegue il giudice: “Dalla definizione normativa dunque emerge che quella dell’infermiere è, al pari di altre professioni intellettuali ed anche specificamente sanitarie e non dissimilmente da quella medica, attività essenzialmente fondata su un sapere scientifico ed anche se si estrinseca in atti di carattere pratico-manuale, presuppone necessariamente non un comune saper fare in forza di esperienza ed imitazione, ma un insieme di conoscenze complesse ed articolate, tanto che, ex lege, non può essere esercitata se non da persone che abbiano acquisito titolo di laurea ad hoc”.

Ma l’OPI
attraverso la risposta del suo avvocato ci vuole far credere che l’infermiere
può svolgere le attività tipiche del personale di supporto quando ritenga che
queste non siano delegabili a tale figura, perché le condizioni del paziente
richiedono particolare cautela…

Ma il
giudice, nella sentenza de qua non ha
scritto in questi termini, ma ha voluto solo evidenziare come in ogni caso il
professionista infermiere, essendo quindi considerato a tutti gli effetti un
professionista intellettuale, è il soggetto che deve svolgere la propria opera
professionale direttamente, mentre può e deve delegare le attività non di sua
pertinenza ad altri soggetti avendone comunque la responsabilità intesa come governance o direzione che dir si voglia, un po’ come l’ingegnere fa con il geometra,
ma ciò non significa che l’ingegnere fa il geometra o impasta la calce perché
assente il manovale.

Infatti, la menzione che fa il giudice dell’art. 2232 c.c. va proprio in questo senso, ossia nel senso di dire che la «collaborazione», là ove contempla la possibilità che il prestatore d’opera professionale si avvalga, nella esecuzione dell’incarico, «sotto la propria direzione e responsabilità, di sostituti e ausiliari» – dovendo avvenire e svolgersi sotto la direzione del professionista incaricato, non può riguardare la esecuzione di una prestazione professionale che ecceda l’abilitazione del professionista incaricato (il quale non può certamente dirigere l’esecuzione, da parte di altri, di una prestazione per la quale egli non sia abilitato) e richieda, invece, quella di un professionista più qualificato, come è nel caso dell’ingegnere rispetto al geometra (Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3108 del 17 marzo 1995).

Il che
significa che le attività tecnico scientifiche dell’infermiere non possono
essere delegate all’OSS perché non ne avrebbe la competenza e le capacità,
parallelamente il medico non può delegare delle attività all’infermiere perché
non ne ha la competenza tecnica, altrimenti tutto sarebbe delegabile e non ci
sarebbero distinzioni di profili professionali e di mansioni che ricordiamo
essere ancora esistenti sia nel codice civile all’art. 2103 c.c. e nel D.lgs.
n. 165/2001 all’art. 52 “disciplina delle mansioni”.

Ancora, in
tema di prestazione d’opera intellettuale, la facoltà per il professionista di
servirsi, ai sensi dell’art. 2232 c.c., della collaborazione di sostituti od
ausiliari non comporta mai che costoro diventino parti del rapporto di clientela, restando invece la loro attività giuridicamente assorbita da quella del
prestatore d’opera che ha concluso il contratto con il cliente. Il sostituto,
pertanto, non è legittimato ad agire contro il cliente medesimo per la
corresponsione del compenso, il cui obbligo resta a carico del professionista che
si sia avvalso della sua collaborazione (Cassazione civile Sez. II sentenza n.
5248 del 27 agosto 1986).

Nell’articolo dell’OPI si asserisce quindi che: “…. secondo il Tribunale, l’Infermiere può svolgere le mansioni proprie del personale di supporto ogni qualvolta egli, nell’esercizio della propria responsabilità e discrezionalità operativa, ritenga necessario o quanto meno opportuno il proprio personale intervento, ad esempio in ragione delle gravi condizioni del paziente, ovvero in tutte quelle ipotesi in cui si tratta di mansioni marginali e accessorie rispetto a quelle sue proprie che devono, chiaramente, essere svolte con prevalenza” una cosa del tutto errata, è chiaro che la richiesta una tantum, che ricordiamo significare una volta nella vita e non ogni tanto, di attività non di pertinenza infermieristica non possono ledere la professionalità dell’infermiere, ma è proprio qui il punto che la sentenza chiarisce in modo inequivocabile e, cioè che, se l’organizzazione è strutturata in modo coerente e vi è come da legge, la presenza delle varie professionalità, l’evento eccezionale non deve o almeno non dovrebbe mai verificarsi e semmai ciò avvenisse, a nessuno verrebbe mai in mente di portare in giudizio il proprio datore di lavoro per un singolo episodio, il medico potrà quindi fare alcune attività infermieristiche es. la terapia endovenosa o i prelievi ematici e l’infermiere potrà servire il bicchiere d’acqua o aiutare l’OSS a fare il giro letti, ma sempre e solo in casi del tutto eccezionali. E’ infatti l’ordinario utilizzo come tuttofare che fa si che il professionista infermiere sia svilito nella sua professionalità e nel non riconoscimento della sua dignità professionale e che tutto ciò porti poi a chiedere i danni per demansionamento, l’infermiere così non può esercitare a tempo pieno esclusivamente le mansioni proprie della categoria di appartenenza,
dovendo sopperire direttamente e personalmente alla mancanza o carenza di
personale ausiliario.

La mala gestio organizzativa è la prima responsabile di tale situazione e scaturisce sempre e comunque dalla Dirigenza infermieristica aziendale che supinamente si adagia al volere datoriale senza pretendere il giusto riconoscimento e il giusto ruolo per l’infermiere.

Il direttivo Aadi

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Linfoma non-Hodgkin resistente: nuove speranze per chi non risponde alle terapie

Somministrato a pazienti sui quali nemmeno la Car-T si rivela efficace, l’anticorpo monoclonale mosunetuzumab porta alla remissione completa della malattia in un discreto numero di casi.

Si tratta di una terapia ancora in fase sperimentale e la sua efficacia è stata provata in studi che, per adesso, mirano a capire quale sia la giusta dose di farmaco da dare ai pazienti, ma i risultati sono così incoraggianti da essere presentati in sessione plenaria al recente congresso della Società americana di Ematologia (Ash) svoltosi a Orlando (Florida).

Parliamo di un nuovo anticorpo monoclonale, mosunetuzumab, somministrato a pazienti con linfoma non-Hodgkin resistente, che cioè non risponde a nessuna delle terapie disponibili o che non lo fa più sebbene sia stato trattato con diversi farmaci, compresa la terapia Car-T. Lo studio multicentrico internazionale presentato in Florida mostra che nel 22% di questi pazienti così difficili mosunetuzumab ha portato alla remissione completa della malattia.

I linfomi non-Hodgkin sono tumori del sistema linfatico e circa l’85% delle forme interessa le cellule B, come per esempio il linfoma diffuso a grandi cellule B o il linfoma follicolare. La maggior parte dei pazienti risponde bene alle chemioterapie disponibili, ma chi non ha risultati duraturi tende a non reagire bene neanche alle terapie successive. Recentemente, con l’introduzione delle terapie a base di linfociti ingegnerizzati (Car-T) si è riusciti a indurre una risposta nel 40% di alcuni di questi pazienti (Car-T è approvata per il linfoma diffuso a grandi cellule B ma non per il linfoma follicolare).

“C’è quindi ancora molto bisogno di trattamenti per i casi di linfoma refrattario o che recidiva, anche perché la maggior parte dei pazienti è in condizioni di salute troppo precarie per essere sottoposto a Car-T – ha spiegato Stephen J. Schuster, direttore del Lymphoma Program dell’Abramson Cancer Center all’Università della Pennsylvania e autore principale dello studio –. Uno dei benefici di questo nuovo farmaco è che è disponibile per tutti, non deve cioè essere prodotto per ogni singolo paziente”. 

Mosunetuzumab è un anticorpo monoclonale disegnato per legarsi a due recettori specifici delle cellule tumorali: CD19, come già fanno i linfociti T “armati” nella terapia Car-T, e CD20. A oggi oltre 270 pazienti hanno ricevuto il farmaco (sotto forma di infusioni che durano diversi mesi) in sette Paesi in tutto il mondo, di cui 193 sono risultati valutabili. Ebbene, i risultati mostrano che nei malati con malattia aggressiva, pari al 65% del campione, c’è stata una riduzione della patologia nel 37% dei casi e una remissione completa nel 19%; nei pazienti con malattia più indolente, invece, la riduzione si è verificata nel 63% dei casi e la remissione completa nel 43%.

Non solo. La remissione dura nel tempo, dopo 6 mesi l’83% dei pazienti indolenti che l’avevano raggiunta e il 71% di quelli con malattia aggressiva è ancora libero da malattia. E ancora, in alcuni dei pazienti precedentemente trattati con Car-T, i test molecolari hanno mostrato che le cellule ingegnerizzate infuse nel loro organismo sono aumentate in seguito alla somministrazione di mosunetuzumab.

“Questo significa che non solo
mosunetuzumab è capace di uccidere le cellule tumorali ma che riesce anche a
rivitalizzare le cellule Car-T e aumentare l’efficacia del trattamento
precedente”, ha
sottolineato Schuster. Rimane da capire quando nel corso del trattamento sia
opportuno inserire anche questa nuova molecola e soprattutto se non si aumenta
troppo in questo modo il rischio di effetti collaterali tipici delle terapie
cellulari, come la sindrome da rilascio delle citochine. In ogni caso,
concludono gli autori, si tratta di risultati preliminari che vanno
ulteriormente confermati da studi di fase più avanzata.

Redazione Nurse Times

Fonte: la Repubblica

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Perché scegliere di fare l’infermiere?

La nostra collaboratrice Anna Arnone risponde all’amara riflessione che abbiamo ricevuto ieri dal collega Graziano Colucci.

Caro Graziano,ho letto la tua riflessione con immensa amarezza e per un istante ho sperato che la tua crisi fosse solo passeggera. Invece mi è sembrata molto più profonda di quel che pensavo. Mi è dispiaciuto innanzitutto percepire la tua amara consapevolezza nell’aver gettato all’aria anni di studio, sacrifici, giornate e tempo trascorsi in ospedale e sui libri. Hai centrato un aspetto essenziale che spesso dimentichiamo o, forse, non lo conosciamo neanche: abbiamo il privilegio di curare le persone e non le malattie, due aspetti molto diversi che viaggiano su binari paralleli. 

Tutte le strade hanno sempre dei “ma” e dei “se”, che
non devono spaventare e non devono depistare o far cambiare rotta. Anzi, dovrebbero
rafforzare quel che si sta costruendo e, se questo non accade, le motivazioni
non sono così forti come si credeva. Anche per me il 2019 è stato un anno da
ricordare per tutta la vita. È stato l’anno del cambiamento, in cui ho
realizzato il progetto di tornare a casa dopo immani sacrifici e tempo
investiti a centinaia di chilometri dai miei affetti. A differenza tua,
Graziano, quando vedevo il mio nome nelle graduatorie, non soltanto ero felice
e soddisfatta, ma stava crescendo in me la certezza che questo era il mio
destino, che avrei potuto indossare altre divise, che avrei saputo fare altri
lavori, anche meglio di quello attuale, ma nessuno mi avrebbe regalato i
sorrisi e le lacrime che sento adesso.

Sai, Graziano, io provengo da una famiglia che per generazioni
ha scelto di fare questo lavoro, e le mie domande sono state: “Come hanno fatto
a lavorare per tutta la vita come infermieri?”; “Perché hanno scelto di fare
questa professione?”. A me non è stato consigliato affatto di intraprendere
questa strada. Eppure l’ho fatto, anche se mi esortavano a non scegliere
assolutamente questo lavoro perché non mi sarei mai sentita “né carne né
pesce”. Eppure noi sappiamo bene chi siamo e cosa dobbiamo fare. 

Perché sostieni che la vita privata non si possa conciliare? Conosco tanti colleghi che
hanno una vita privata piena e viva. Anzi, sostengono che questa turnistica dia
loro più tempo libero. Paradossalmente, e potrà sembrarti strano, anche io
sento essere poco a lavoro con la turnistica “Pomeriggio-mattina-notte-smonto-riposo”,
e riesco a vivermi tante cose al di fuori, perché non dobbiamo mai dimenticare
che la nostra vita è sempre al di fuori di quelle mura. 

Per quanto riguarda i colleghi, potrei sostenere la tua causa: tante persone, anche al di
fuori del lavoro, possono dimostrarsi finte, difficili, ipocrite, false, nulle.
Tuttavia ti esorto a guardare il bicchiere mezzo pieno: si possono conoscere
tante persone splendide, rispettose, sincere, competenti ed eccezionali
lavoratrici, con le quali sentirsi in piena sintonia e, dopo lo smonto notte,
condividere con piacere anche un buon caffè, e con le stesse su WhatsApp organizzare
pizze o cene, quando si può se si vuole.

Per quanto riguarda l’aspetto del benessere organizzativo, potrei anche in questo caso sostenere la
tua opinione e in tanti momenti non ti nascondo di essermi sentita demotivata e
non valorizzata. Eppure la domanda è lecita: credi che il nostro ambito sia
l’unico non immune da questi effetti? Non credo. Certo, tante volte ci
capita di svolgere ruoli al di fuori del nostro, che non ci appartengon, e di
essere considerati operai, collaboratori, burattini o addirittura servi. Sta a
te dare il contributo e la tua forza per farti apprezzare come professionista.

Per quanto riguarda l’aspetto dei riconoscimenti professionali e dei traguardi da raggiungere, in Italia la situazione è ancora da
ridefinire, ma in tante realtà, se non si hanno titoli specifici, non si può
neanche lontanamente pensare di metter piede in certe aree, da quella critica a
quella pediatrica a quella della sala operatoria. Il master è un plus che dai a
te stesso come professionista e sta a te scegliere di giocare le carte
migliori.

Per quanto riguarda infine lo stipendio, su questo si può aprire la piaga dolente di cui almeno
una volta al giorno ci si lamenta sui social. Abbiamo tante responsabilità e
siamo sottoposti a innumerevoli rischi con una paga non congrua. Eppure, anche
in questo caso, non siamo gli unici: insegnanti, pompieri, forze dell’ordine
lavorano con immensa dignità e responsabilità, e non sono affatto come noi
scevri da rischi. Anche loro sono mal pagati e incompresi, ma sanno che con il
loro contributo possono far fiorire l’educazione delle future generazioni, la
sicurezza e la civiltà di una società in costante evoluzione.

E allora, caro Graziano, pensaci. Non stai dando la
tua vita al lavoro, ma è il lavoro che ti sta dando vita, che ti sta dando la
possibilità di essere una persona che può dare cura e sostegno a queste
generazioni e a questa società. I miei saranno gli ultimi Natale e
Capodanno lontano da casa. Mi porterò sulle spalle un bagaglio più ricco,
perché questo lavoro mi ha permesso di fare esperienze straordinarie, di
conoscere e di raccogliere nel mio registro la vita e le storie di tanti
volti. Non abbandonare, Graziano. Ne vale veramente la pena.

Anna Arnone

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Leucemia linfatica cronica: nuovi passi avanti nella ricerca

Lo studio di fase 2 CAPTIVATE ha dimostrato che la combinazione degli inibitori di BTK ibrutinib e di BCL2 venetoclax determina in molti casi la non rilevabilità della malattia minima residua sia nel sangue periferico che nel midollo osseo.

I risultati dello studio di fase 2 CAPITVATE presentati a Orlando al 61esimo congresso della Società americana di ematologia (ASH), ha dimostrato che, nei pazienti con leucemia linfatica cronica trattati in prima linea con la combinazione dell’inibitore di BTK ibrutinib e dell’inibitore di BCL2 venetoclax, una percentuale elevata raggiunge la non rilevabilità della malattia minima residua (MRD) sia nel sangue periferico sia nel midollo osseo.

Con questo regime orale e chemo-free (del tutto privo, cioè, di chemioterapia) si è osservata nello studio una MRD-negatività del 75% nel sangue periferico e del 72% nel midollo osseo. «Questi eccellenti risultati confermano il sinergismo mostrato dai due agenti negli studi preclinici – ha affermato il primo autore dello studio, Constantine S. Tam, del Peter MacCallum Cancer Centre dell’Università di Melbourne (Australia) –. Inoltre il favorevole profilo di sicurezza della combinazione, la bassa percentuale di interruzioni del trattamento a causa di un evento avverso (solo il 5%) e il fatto che il 90% dei pazienti abbia completato il trattamento previsto, evidenzia davvero come questo regime rappresenti una valida opzione praticabile per questi pazienti».

CAPTIVATE (NCT02910583) è uno studio multicentrico internazionale, randomizzato e controllato, nel quale i pazienti sono suddivisi in diverse coorti e al quale hanno partecipato anche diversi centri italiani, fra cui l’Ospedale San Raffaele e l’Ospedale Niguarda di Milano. Gli sperimentatori hanno arruolato 164 pazienti con leucemia linfatica cronica naïve al trattamento e che necessitavano di essere trattati secondo i criteri dell’International Workshop on Chronic Lymphocytic Lymphocytic Leukemia. Per poter essere inclusi nel trial, i pazienti dovevano avere meno di 70 anni e un performance status ECOG pari a 0 o 1.

Ibrutinib è stato somministrato inizialmente come agente singolo alla dose di 420 mg al giorno per i primi tre cicli, dopodiché si è aggiunto venetoclax partendo con 20 mg/die e salendo di dosaggio fino ad arrivare a 400 mg, nel giro di 5 settimane. La combinazione è stata somministrata per almeno 12 cicli. L’MRD-negatività è stata definita come la presenza di meno dello 0,01% di cellule leucemiche nel sangue periferico (misurata con la citometria a flusso) dopo 6 cicli di terapia combinata e misurata nuovamente nel midollo osseo dopo 12 cicli di trattamento con la combinazione dei due agenti.

I dati presentati a Orlando sono relativi alla cosiddetta coorte MRD e si riferiscono alla fase pre-randomizzazione di questa coorte, fase nella quale i pazienti sono stati trattati come descritto sopra. I risultati della fase randomizzata non sono ancora disponibili. Nella fase randomizzata, i pazienti vengono trattati in modo diverso a seconda che siano risultati MRD-negativi o MRD-positivi alla fine della fase precedente. In particolare, quelli con MRD non rilevabile vengono assegnati in rapporto 1:1 al trattamento con ibrutinib o un placebo, mentre quelli con MRD rilevabile al trattamento con ibrutinib o ibrutinib più venetoclax. La terapia di durata limitata con ibrutinib più venetoclax per 12 cicli viene valutata in una coorte separata di 159 pazienti.

Nella coorte di cui sono stati portati i risultati a Orlando, l’età mediana dei pazienti era di 58 anni (range: 28-69) e il 32% aveva una leucemia in stadio RAI III/IV. Il 20% dei pazienti presentava la delezione 17p (del17p) o mutazioni di TP53, il 17% la delezione 11q e il 59% aveva IGHV non mutate, tutte caratteristiche associate a un alto rischio di progressione. La mediana della clearance della creatinina era di 95,0 ml/min e il 30% dei pazienti aveva una clearance < 80 ml/min. Sebbene lo studio non avesse lo obiettivo specifico di arruolare pazienti con caratteristiche citogenetiche associate a un alto rischio, Tam ha spiegato che gli sperimentatori hanno finito per arruolare una quota elevata di pazienti di questo tipo. I primi risultati di questo studio erano stati presentati al congresso annuale dell’ASCO nel 2018, nel quale erano stati riportati un tasso di risposta obiettiva (ORR) del 100% e un tasso di MRD-negatività del 77% nel sangue periferico dopo 6 cicli di trattamento. Inoltre, in 11 pazienti trattati con 12 cicli di ibrutinib e venetoclax, dei quali erano disponibili i dati sul midollo osseo, il tasso di remissione completa è risultato del 36% e quello di remissione completa con recupero ematologico incompleto del 18%. Le risposte rimanenti consistevano in risposte parziali nodulari (9%) e risposte parziali (36%). Tutti i pazienti che hanno raggiunto una remissione completa o una remissione completa con recupero ematologico incompleto avevano anche un MRD negativa confermata nel midollo osseo, mentre l’MRD-negatività è risultata del 60% in quelli che hanno mostrato una risposta parziale nodulare o una risposta parziale (36%). Tornando ai dati presentati quest’anno a Orlando, dopo i primi tre cicli di ibrutinib, ha riferito Tam, si è evitato il ricovero per la sindrome da lisi tumorale (TLS) nel 76% dei pazienti a rischio. Tra i pazienti che avevano un alto rischio basale di TLS, il 90% è diventato a medio o basso rischio e il 74% non è stato ricoverato in ospedale quando ha iniziato il trattamento con venetoclax. Inoltre, nessun paziente con rischio di TLS medio o basso è diventato ad alto rischio, ha osservato l’autore. Cinque pazienti hanno sospeso ibrutinib prima di iniziare il trattamento con venetoclax; quattro a causa di eventi avversi e uno perché ha sviluppato una trasformazione di Richter. Invece, sette pazienti hanno interrotto il trattamento con la combinazione dei due agenti a causa di un evento avverso (quattro pazienti), oppure della progressione della malattia, del ritiro del paziente dallo studio o per decisione dello sperimentatore (un paziente in ciascun caso). Il 90% dei pazienti (152) ha completato tutti i 12 cicli di terapia con la combinazione ibrutinib/venetoclax e non si sono registrati decessi. L’MRD è stata valutata nel sangue periferico (in 163 pazienti) e nel midollo osseo (in 155). Nei pazienti che avevano una MRD non rilevabile al ciclo 16 nel sangue periferico e di cui erano disponibili anche i campioni di midollo osseo, il 93% presentava una MRD non rilevabile sia nel sangue periferico sia nel midollo osseo. Nella popolazione intent-to-treat (formata da 164 pazienti), la non rilevabilità dell’MRD è stata raggiunta nel 74% dei pazienti nel sangue periferico e nel 68% nel midollo osseo, rispettivamente, con non più di 12 cicli di trattamento combinato con i due inibitori. Nei pazienti nei quali si è valutata l’MRD, le percentuali elevate di MRD-negatività si sono mantenute nel tempo. «È importante notare si sono raggiunte alte percentuali di non rilevabilità dell’MRD indipendentemente dalle caratteristiche cliniche avverse, tra cui la presenza della del17p, di mutazioni di TP53, di IGHV non mutate e di un cariotipo complesso», ha detto Tam. Il profilo di sicurezza della combinazione ibrutinib/venetoclax è risultato in linea con i profili di sicurezza già noti dei due inibitori. Gli eventi avversi più comuni osservati durante il trattamento con il solo ibrutinib sono stati diarrea, artralgia, affaticamento, mal di testa, nausea, infezioni delle vie respiratorie superiori, vomito, ipertensione e trombocitopenia, mentre la neutropenia è stata l’evento avverso più comune di grado 3/4.Gli eventi avversi più comuni associati alla combinazione dei due farmaci sono stati principalmente di grado 1/2 e quelli di grado 3/4 sono stati più frequenti durante i primi tre cicli di terapia con l’associazione (39%), per poi diminuire (15%) negli ultimi 3-4 cicli. Il 57% dei pazienti ha manifestato eventi avversi correlati al trattamento di grado 3/4 ed eventi avversi correlati al trattamento gravi si sono verificati nell’11% dei pazienti. La neutropenia di grado 3/4 è stata un evento avverso non infrequente anche con la combinazione, alla quale si è sono associate anche, seppure con una bassa incidenza, fibrillazione atriale, emorragia maggiore, neutropenia febbrile e TLS di laboratorio di grado 3/4. Si sono registrati due casi di fibrillazione atriale durante il trattamento con il solo ibrutinib e un caso durante il trattamento con la combinazione. Nessun paziente, invece, ha sviluppato TLS clinica. «Diarrea, nausea, vomito e neutropenia sono probabilmente eventi avversi aggiuntivi legati all’aggiunta di venetoclax a ibrutinib», ha detto ancora Tam. In 8 pazienti (il 5%) si è dovuta interrompere la terapia con il solo ibrutinib o con ibrutinib/venetoclax a causa di eventi avversi Il 14% degli eventi avversi ha portato a dover ridurre la dose della terapia con ibrutinib contro il 9% che ha portato a dover ridurre il dosaggio di venetoclax. Tam e i colleghi hanno eseguito anche valutazioni di farmacocinetica. L’AUC media di venetoclax è risultata maggiore quando il farmaco è stato somministrato con ibrutinib (58.6 μg · h/ml) rispetto ai dati storici osservati con venetoclax in monoterapia (32,8 μg · h/ml), ma è risultata all’interno del range osservato con le dosi studiate in precedenza. L’aumento dell’AUC di venetoclax, inoltre, non ha avuto riflessi sul fronte della sicurezza, mentre l’AUC media di ibrutinib è rimasta praticamente invariata quando si è aggiunto venetoclax (646 ngh/ml) rispetto al trattamento con il solo ibrutinib nei cicli iniziali (641 ngh/ml). Redazione Nurse Times Fonte: PharmaStar L'articolo Leucemia linfatica cronica: nuovi passi avanti nella ricerca scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.