L’ASI Shop in rampa di lancio

L’ASI Shop in rampa di lancio

Al via il merchandising ufficiale dell’Agenzia

L’ASI ha il piacere di informare che dal 10 dicembre è attivo il portale www.asishoponline.com dove è possibile acquistare abbigliamento e accessori a marchio Agenzia Spaziale Italiana.

Il portale, che si arricchirà periodicamente di nuovi gadget, presenta due linee di prodotti: abbigliamento e accessori. E’ già possibile effettuare ordini e quelli che arriveranno entro il 16 dicembre 2019 verranno evasi prima di Natale; verrà garantito comunque il servizio per tutto il periodo festivo compatibilmente con la disponibilità dei corrieri.

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Diabete, arriva la micropump senza catetere

Una valida alternativa al microinfusore di insulina e alle terapie multi-iniettive con strumenti tradizionali.

Soffre di diabete di tipo 1 circa lo 0,3% di tutta la popolazione italiana, corrispondente a circa 180mila connazionali. Tra questi, dal 2016 al 2018, quelle che utilizzano il microinfusore sono passate dal 12,6 al 17%, come certificano i dati degli Annali dell’Associazione medici diabetologi (Amd).Da oggi, per le persone che adottano il microinfusore, ma anche per tutte quelle in terapia multi-iniettiva che potrebbero beneficiarne, ma non hanno trovato negli strumenti tradizionali una risposta alle loro necessità, arriva in Italia un’importante novità: la prima micropump senza catetere, di Roche Diabetes Care.

“Si tratta di un incremento significativo, che
avvicina il nostro Paese alla media delle altre nazioni europee, in cui la
terapia insulinica sottocutanea in continuo mediante microinfusore, conosciuta
anche con la sigla Csii,
riguarda una persona con diabete tipo 1 su 5 – spiega Emanuele Bosi, primario diabetologo dell’ospedale
San Raffaele e professore di Medicina interna all’Università Vita-Salute San
Raffaele di Milano –. I
vantaggi dell’impiego del microinfusore sono molteplici. Favorisce, infatti, un miglior controllo della
glicemia, con minori fluttuazioni nei livelli di glucosio nel sangue, la
riduzione degli episodi di ipoglicemia e, in ultima analisi, la diminuzione del
rischio di sviluppare complicanze della malattia. Più limitato, per un insieme di ragioni cliniche, pratiche e
organizzative, il ricorso a questo
tipo di trattamento nelle persone con diabete tipo 2″.

“Di ridotte dimensioni, 6,3 per 3,9 centimetri,
la metà di un bancomat, e spesso 1,4 centimetri – racconta Massimo Balestri,
amministratore delegato di Roche Diabetes Care Italy –, la micropump viene applicata direttamente
sulla pelle nel punto di infusione prescelto, in genere sul braccio o
sull’addome, senza bisogno di alcun catetere che la colleghi all’ago-cannula.
È ideale per tutte le persone che
vogliano gestire con flessibilità il diabete e la terapia insulinica, e non
gradiscono che i sistemi interferiscano con il loro stile di vita e il loro
essere attivi. In altre parole, è uno strumento che garantisce meno pensieri,
per vivere con più libertà e serenità la propria vita”.

La
micropump è costituita da tre componenti: il supporto con l’ago cannula, che si
applica sulla cute, la base del microinfusore e il serbatoio per l’insulina,
che si innestano a loro volta sul supporto. Le tre componenti possono essere sostituite singolarmente e
indipendentemente l’una dall’altra. Questa particolare caratteristica
permette, da un lato, di evitare sprechi di insulina e di materiale
consumabile, rendendo la micropump senza catetere un microinfusore sostenibile,
dall’altro di renderlo perfettamente adattabile allo stile di vita della
persona che lo indossa grazie alla possibilità di rimuovere la base del
microinfusore in ogni momento e per ogni esigenza senza rimuovere l’ago-cannula,
oppure di sostituire il serbatoio dell’insulina, ma non gli altri elementi.

“Nonostante i vantaggi clinici associati alla
Csii rispetto alle terapie multi-iniettive, le persone con diabete e in
particolare i più giovani sono
spesso riluttanti e scettici a utilizzare i microinfusori – afferma Francesco Costantino,
responsabile del Servizio di Diabetologia pediatrica, nonché dirigente I°
livello nel reparto di Degenza del Policlinico Umberto I e docente della Scuola
di specializzazione in Pediatria dell’Università Sapienza di Roma –. Tra
le principali ragioni addotte: la scomodità di sentire addosso qualcosa di
estraneo, la scarsa discrezione data dalla visibilità del microinfusore o il
timore che il catetere si attorcigli e si impigli durante l’utilizzo, con la
possibile fuoriuscita della cannula dal sito di infusione. La possibilità di
avere un microinfusore di piccole dimensioni, quindi molto meno visibile, senza
catetere e rimovibile rappresenta un’alternativa per superare alcuni dei limiti
che i ragazzi vedono nella Csii”.

Il sistema associa alla micropump senza catetere un
dispositivo per il suo controllo e gestione, una sorta di telecomando, che consente anche la misurazione della
glicemia e il calcolo del bolo insulinico, non solo sulla base del valore
glicemico misurato, ma anche su valori inseriti manualmente. Questa componente
può essere usata anche nel caso di passaggio per brevi periodi alla terapia
multi-iniettiva. Al tempo stesso, l’uso
della micropump non è strettamente vincolato al dispositivo di controllo, grazie
alla presenza di pulsanti integrati per il bolo sulla base del microinfusore
che garantisce la possibilità di erogare l’insulina nell’eventualità si
dimentichi il telecomando, aumentando così la sicurezza del sistema.

“Possiamo dire che il nuovo sistema di
microinfusione che presentiamo oggi è doppiamente sostenibile: grazie alla sua
flessibilità, che lo adatta alle necessità del paziente e alla modularità delle
componenti della micropump e che permette il pieno utilizzo di tutte le sue
parti senza sprechi”, conclude
Balestri.

Redazione Nurse Times

Fonte: AdnKronos

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Cortex, l’esoscheletro 3D su misura che sostituirà il tradizionale apparecchio gessato

Cortex, l’esoscheletro 3D su misura che sostituirà il tradizionale apparecchio gessato

Un’invenzione realizzata da uno studente neozelandese potrebbe mandare definitivamente in pensioni i tradizionali apparecchi gessati.

Jake Evill ha inventato un dispositivo applicabile in caso di lesioni ossee denominato Cortex Cast (Gesso Corteccia).

“Cortex è un esoscheletro che consente un sistema di supporto altamente tecnologico alla zona traumatizzata: è completamente ventilato, estremamente leggero perché costituito di nylon, riciclabile, impermeabile e perciò adatto anche alla doccia o al bagno, igienico, discreto, personalizzabile e, non ultimo, gradevole alla vista”, ha spiegato.

Il device è prodotto a misura di paziente mediante la tecnica di stampa tridimensionale dopo aver effettuato una scansione radiografica dell’arto. 

Successivamente viene eseguita una scansione 3D della parte interessata per rilevare esattamente quali siano le dimensioni e quale sia la conformazione. Grazie ad un software evoluto sarà così fedelmente riprodotta la forma dell’arto.

Infine verrà stampato un calco tridimensionale da poter indossare, dotato di un rinforzo in prossimità del punto dove è presente la lesione ossea ottenuto modificando la struttura stessa delle maglie.

L’esoscheletro si presenta estremamente confortevole, ventilato e leggero. È interamente prodotto in nylon riciclabile, materiale che permetterebbe un abbattimento dei costi di produzione e del successivo smaltimento.

Simone GussoniL’articolo Cortex, l’esoscheletro 3D su misura che sostituirà il tradizionale apparecchio gessato scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Assegnati tre Bollini Rosa all’Azienda ospedaliera Santa Maria di Terni

La Fondazione Onda ha attribuito alla struttura umbra il massimo riconoscimento in tema di promozione della medicina di genere per il biennio 2020-2021.

L’Azienda ospedaliera Santa
Maria di Terni ha ricevuto oggi da Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e
di genere, tre Bollini Rosa,sulla base di una scala da uno a tre, quindi il massimo riconoscimento, per
il biennio 2020-2021. I Bollini Rosa sono il riconoscimento che
Fondazione Onda, da sempre impegnata sul fronte della promozione della medicina
di genere, attribuisce dal 2007 agli ospedali attenti alla salute femminile e
che si distinguono per l’offerta di servizi dedicati alla prevenzione, diagnosi
e cura delle principali malattie delle donne.

Gli elementi qualitativi di
maggiore rilevanza che hanno contribuito a riconfermare all’ospedale di Terni
il massimo punteggio in termini di attenzione alla salute femminile, i tre
bollini rosa, interessano tutto il Dipartimento materno-infantile con le strutture di Ginecologia, Ostetricia, Pediatria
Neonatologia e Terapia Intensiva Neonatale oltre al servizio di Pronto soccorso
ostetrico e ginecologico con accesso diretto; il Centro Salute
Donna, che garantisce modalità personalizzate e multidisciplinari di presa
in carico e accesso unico ai percorsi
di Senologia, Urologia, Ginecologia Endocrinologia, le strutture
di Neurologia e Geriatria, la Reumatologia all’interno della Clinica medicae
nell’ambito del dipartimento di emergenza-urgenza il Pronto soccorso, una struttura
trasversale e strategica dove è attivo il protocollo operativo di “codice rosa”per
garantire un percorso dedicato alle donne vittime di violenza.

Rispetto al bando precedente,
gli ospedali premiati sono aumentati, passando da 306 a 335. Oltre a una
crescita in termini di numeri, assistiamo a un miglioramento della qualità: gli
ospedali che hanno ottenuto il massimo riconoscimento, tre bollini, sono infatti
passati da 71 a 96. Inoltre, 167 strutture hanno conquistato due bollini e 72
un bollino. Una particolare attenzione è rivolta al tema della depressione che
riguarda 3 milioni di persone in Italia, tra cui più di 2 milioni di donne. Per
questo, Fondazione Onda assegna una “menzione speciale” a 10 ospedali con i
Bollini Rosa che si distinguono per l’impegno sul tema della “depressione in
un’ottica di genere”.

“La nona edizione dei Bollini Rosa, che ha visto
la partecipazione di 344 ospedali italiani e il patrocinio di 23 società
scientifiche – afferma Francesca
Merzagora, presidente Onda – rinnova
l’impegno di Onda nella promozione di un approccio gender-oriented all’interno
delle strutture ospedaliere riconoscendo l’importanza della sua promozione attraverso
servizi e percorsi a misura di donna, in tutte le aree specialistiche. Qualità
e appropriatezza delle prestazioni erogate dal Servizio Sanitario Nazionale,
elementi indispensabili per assicurare uniformità di accesso alle prestazioni,
sono evidenziate dagli ospedali con i Bollini Rosa che vengono valutati e
premiati mettendo in luce le specialità di maggior impatto epidemiologico
nell’ambito della salute femminile, i servizi e i percorsi dedicati nonché
l’accoglienza e l’accompagnamento alle donne. I 335 ospedali premiati
costituiscono una rete di scambio di esperienze e di prassi virtuose, un canale
di divulgazione scientifica per promuovere l’aggiornamento dei medici e degli
operatori sanitari e per la popolazione rappresentano l’opportunità di poter
scegliere il luogo di cura più idoneo alle proprie necessità, nonché di fruire
di servizi gratuiti in occasione di giornate dedicate a specifiche patologie,
con l’obiettivo di sensibilizzare e avvicinare a diagnosi e cure appropriate”.

La valutazione delle
strutture ospedaliere e l’assegnazione dei Bollini Rosa è avvenuta tramite un
questionario di candidatura composto da quasi 500 domande suddivise in 18 aree
specialistiche, due in più rispetto alla precedente edizione per l’introduzione
di dermatologia e urologia. Un’apposita commissione multidisciplinare, presieduta
da Walter Ricciardi, direttore del
Dipartimento di Scienze della Salute della Donna, del Bambino e di Sanità pubblica
del Policlinico Gemelli di Roma, ha validato i bollini conseguiti dagli
ospedali nella candidatura considerando gli elementi qualitativi di particolare
rilevanza e il risultato ottenuto nelle diverse aree specialistiche presentate.

Tre
i criteri di valutazione con cui sono stati valutati gli ospedali candidati: la
presenza di specialità clinicheche trattano problematiche di
salute specificamente femminili e patologie trasversali ai due generi che
necessitano di percorsi differenziati, di percorsi diagnostico-terapeutici e di
servizi clinico-assistenzialiin grado di assicurare un
 approccio efficace ed efficiente in relazione alle esigenze e alle
caratteristiche psico-fisiche della paziente e di ulteriori servizi volti a
garantire un’adeguata accoglienza e degenza della donna tra cui il supporto di
volontari, la mediazione culturale e l’assistenza sociale.

A partire dal 7 gennaio 2020 sul sito www.bollinirosa.it sarà possibile consultare le schede degli ospedali premiati, suddivisi per Regione, con l’elenco dei servizi valutati.

Redazione Nurse Times

L’articolo Assegnati tre Bollini Rosa all’Azienda ospedaliera Santa Maria di Terni scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

“Mi mancherà il lavoro di infermiere?”

Riceviamo e pubblichiamo l’amara riflessione del (forse ex) collega Graziano Colucci.

Mai avrei pensato, una volta intrapresa la carriera universitaria, di riporre la mia divisa, i miei libri e il mio sapere in uno scatolone marrone. Mi sono sempre impegnato tanto per questa professione, perché volevo essere infermiere. Volevo prendermi cura della persona, e non curare. Avendo chiaro questo concetto, ho scelto Infermieristica. Negli ultimi tre anni ho conseguito due master per aumentare il mio sapere e per essere un buon infermiere. Amavo, e forse amo, la mia professione, ma… troppi “ma” nella testa. Troppi “sé” nel mio cervello. Troppa incertezza nel mio futuro, che mi ha portato pian piano a decidere di cambiare strada.

L’anno 2019 lo ricorderò per sempre. Ho fatto due concorsi, per due strade lavorative differenti nel pubblico, e sono andati entrambi bene. Dopo anni, sono riuscito a stabilizzarmi. È uscita prima la graduatoria del concorso infermieristico, e poi l’altra graduatoria. Quando però ho visto il mio nome tra gli idonei nel concorso infermieristico, non ero felice. Ero solamente soddisfatto di aver vinto il concorso. Quella graduatoria era la dimostrazione che, impegnandosi, si ottengono i risultati. Solo vedendo il mio nome sulla graduatoria mi sono realmente chiesto: Graziano, hai 30 anni e almeno 30 anni di lavoro da fare; vuoi veramente lavorare per tutta la vita come infermiere? E ancora: consiglieresti a tuo figlio di intraprendere la carriera infermieristica?

La risposta, in cuor mio, è
stata “no”, per i motivi che vi elencherò. La ridotta possibilità di conciliare
la vita personale con quella professionale (la turnistica infermieristica rende
difficile, se non impossibile, la vita privata). Il turnetto “mattina-pomeriggio-notte
– smonto e riposo” non sempre viene rispettato. Ci sono vari rientri da fare
perché si è sotto con le ore (quasi sempre i rientri si effettuano sullo smonto
notte). Ci sono colleghi in malattia o ferie, e in quasi ogni unità operativa
si è sottorganico. Non voglio citare la possibilità di 104, donne in gravidanza
a rischio e/o permessi parenterali vari che devono essere dati giustamente ai dipendenti,
ma creano problemi agli altri. Tutte queste problematiche si traducono in:
sempre al lavoro, anche durante le festività; straordinari non correttamente
organizzati; paura che non arrivi il cambio turno.

Rapporti tra colleghiHo sempre cercato di instaurare un buon rapporto con i miei colleghi, ma spesso il rapporto è finto e difficile. In questi anni ho capito la cosa fondamentale: il mio lavoro dipende dal collega che ti lascia il reparto, come ti lascia i pazienti e come ti lascia il lavoro da svolgere. Mi sono trovato parecchie volte in situazioni dove ho dovuto lavorare di più perché gli altri non volevano o non sapevano fare il proprio lavoro. Gli esempi sarebbero moltissimi, ma non auguro a nessuno di trovare un collega che lavora male nel proprio turno o in quello precedente. Il rapporto umano, poi, è quasi nullo. Puoi prenderti un caffè al cambio turno, ma difficilmente ti vedi al di fuori dell’ambiente di lavoro, perché ci sono poche possibilità di vedersi, sempre per via dei turni. Esiste il telefono, vero, ma alla fine si scrive sempre sui gruppi di WhatsApp per questioni lavorative, mai per prendersi una pizza tutti insieme (cosa non fattibile).

Clima aziendale non serenoSoprattutto per chi lavora nel privato il malcontento generale è dovuto alle condizioni di lavoro pessime, che si traducono in una condizione di frustrazione e demotivazione perenne. L’infermiere, in moltissime realtà lavorative, è contemporaneamente infermiere, oss e segretario. Personalmente ho studiato per essere un professionista sanitario, ma nella pratica lavorativa ho scoperto di essere un operaio. Un operaio sanitario facilmente sostituibile. Questa è la dura realtà. Quando ho letto la scritta “CPS infermiere” sui concorsi e ho capito che l’acronimo CPS equivale a collaboratore professionale sanitario, mi sono messo a ridere. L’ospedale, o per meglio dire l’azienda sanitaria, mi considera veramente un collaboratore, come i collaboratori domestici, o un professionista?

Riconoscimenti professionali per i traguardi raggiuntiL’infermieristica in Italia non prevede un avanzamento di carriera trasversale, ma solo verticale. Puoi diventare caposala o dirigente, ma se a una persona non interessa l’aspetto amministrativo/logistico/contabile, non servono a nulla i master (io ne ho presi due, di master). Puoi lavorare in area critica, senza master. Puoi strumentare, senza master. E nel privato puoi fare pure il caposala, senza master.

StipendioIl nostro lavoro, con tutte le problematiche e i rischi professionali annessi, dovrebbe partire da 1.800 euro netti. Dovrebbero essere abolite le partite Iva e le cooperative, e le strutture dovrebbero assumere direttamente, senza fare giri strani, perché il personale serve.

Sinceramente mi dispiace lasciare la professione infermieristica, perché mi piace e volevo davvero diventare infermiere con la I maiuscola, ma non vorrei dare la mia vita al lavoro. Questa professione chiede tanto, troppo, e io, sinceramente, preferisco godermi la vita. Quest’anno, dopo quattro anni, potrò passare Natale e Capodanno con amici e famiglia, senza la preoccupazione del lavoro, perché ho dato le mie dimissioni per venerdì 20 dicembre. Spero che non sia un addio definitivo, ma solo un arrivederci, perché da militare (l’altro concorso che ho vinto) potrei decidere, forse, di fare l’infermiere. Ma ne vale realmente la pena?

Graziano Colucci

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