Naufragio di Lampedusa: la testimonianza di un infermiere che ha partecipato ai soccorsi

Naufragio di Lampedusa: la testimonianza di un infermiere che ha partecipato ai soccorsi

Andrea, collega catanese del Cisom, ci racconta l’esperienza vissuta il 23 novembre scorso, quando era a bordo di una motovedetta della Guardia Costiera per aiutare chi era finito in mare.

Mi chiamo Andrea e sono un infermiere professionista del Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta, originario di Catania. Lavoro con il CISOM nel progetto PASSIM (Primissima assistenza e soccorso sanitario in mare) sugli assetti navali della Guardia Costiera Italiana. Dal 2017 ad oggi ha partecipato a 16 missioni, tra imbarchi su navi maggiori e motovedette.

Quel mare in tempesta, pieno
di teste e di braccia, non lo dimenticherò mai. Durante la mia ultima missione
a Lampedusa ho vissuto in prima
persona i drammatici momenti del naufragio
del 23 novembre, a poche centinaia di metri dalla costa. Siamo stati
allertati verso le 16:30 e salpati immediatamente a bordo delle motovedette,
raggiungendo il target dopo pochi minuti di navigazione.

A bordo, la squadra della motovedetta è formata da otto persone: cinque militari dell’equipaggio, un rescue swimmer e il team sanitario del Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta (un medico e un infermiere). A volte si aggiunge anche un mediatore culturale. Si tratta delle motovedette denominate “Classe ognitempo 300”, capaci di navigare con qualsiasi condizione meteomarina…

Lo scenario che si è
presentato ai nostri occhi quel pomeriggio è stato agghiacciante. Tutte le
persone recuperate dal mare dopo il naufragio erano terrorizzate e fredde,
gelide. Abbiamo subito cercato di aiutare i più gravi, di scaldarli come
potevamo. Qualcuno era gravemente ipotermico, qualcuno aveva ferite, altri,
appena tirati a bordo, si “lasciavano svenire”. Erano tantissimi. Facevamo
fatica a muoverci. Abbiamo distribuito coperte isotermiche e messo tutte le
persone vicine, strette le une alle altre, mentre le onde continuavano a
scuotere la motovedetta e a riempirla di spruzzi di acqua gelida. Vedevo alcuni
migranti piangere e altri tremare, come mai avevo visto qualcuno prima di
allora.

Tra i salvati dalle acque
c’era anche Faven, la bambina con
una giacca di colore rosa. Tirata a bordo, per fortuna la bimba era desta, ma
non piangeva. È stata affidata subito alla dottoressa. Ricordo uno dei militari
a bordo che ha detto: “Avrà la stessa età
di mia figlia”. Poi silenzio. Buio.

Avete mai visto morire un bambino? Avete mai visto un corpo galleggiare, privo di vita, in mare? In totale c’erano circa 160 persone in acqua. Siamo riusciti a salvarne 149. Tantissime, ma circa 20 hanno perso la vita. I militari dell’equipaggio delle motovedette della Guardia Costiera sono stati bravi e coraggiosi, bravissimi nelle complicate e concitate operazioni di recupero.

Quando, dopo oltre un’ora, la
motovedetta ha lasciato la zona del soccorso, si era fatto ormai buio e sulla
superficie del mare non vedevamo più nessuno. Speravamo di averli recuperati
tutti. Sbarcati i naufraghi al molo “Favaloro” di Lampedusa, tutte le quattro
squadre sanitarie CISOM presenti sull’isola si sono adoperate per prestare il
primo soccorso. Nel complesso stavano “bene”. Molto infreddoliti, impauriti e
stanchi, ma per fortuna le loro condizioni di salute, a un primissimo esame
obiettivo, non erano cattive. Un fiume di persone con la testa china, silenziose,
avvolte in copertine dorate. Morte dentro, ma vive.

Quello del 23 novembre non è
il primo naufragio in cui ho operato. Nella mia carriera mi era già capitato
più volte. La mia reazione iniziale è sempre la stessa: la paura mi paralizza,
mi impedisce di muovermi e quasi anche di respirare. La paura di non essere
all’altezza, di non riuscire a salvare chi implora aiuto. Non mi vergogno di
parlarne perché credo sia un istinto naturale. La paura è uno dei primi
meccanismi di difesa di ogni uomo. Ma dura un attimo, per fortuna. Immediatamente
dopo arriva un altro istinto, più nobile, più bello: quello di aiutare, di
sbracciarsi, tendere le mani e dare il massimo per aiutare chi sta rischiando
di perdere la vita. Non importa quale sia lo scenario o il contesto lavorativo,
credo che questo accomuni tutti noi infermieri.

Ad oggi si recuperano ancora salme dopo il naufragio del 23 novembre. Io ero a bordo di una delle motovedette quando sono stati recuperati i primi cinque corpi, tutte donne, tutte giovanissime. Malgrado nella nostra professione si abbia spesso a che fare con la morte, con il dolore, io credo che non ci si abitui mai. I numeri sono semplici perché freddi. Non hanno occhi, i numeri. Non hanno odori, non hanno una storia, non hanno qualcuno che gli vuole bene e che li aspetta. Non hanno calore. E invece li, in mare, non c’era l’astrazione dei numeri. C’erano le persone in carne e ossa. Io mi sentivo trapassato dai loro sguardi. Quando incroci uno di quegli sguardi, vieni letteralmente travolto. Sguardi di chi ha lottato giorni contro la stanchezza, per non morire.

Vorrei
citare tutti i colleghi delle squadre sanitarie, medici e infermieri che hanno
operato senza sosta quella sera, sia a terra che sulle motovedette: Alessandra
e Daniele (la bimba non si ricorderà di voi, ma il mondo dei giusti sì),
Federica, Giusy, Simone, Saverio, Carmen. Svolgo il lavoro più bello che io
possa desiderare, con i migliori colleghi che si possano avere.

Il ruolo dell’infermiere di
bordo di una motovedetta è più dinamico rispetto alla professione svolta negli
ospedali. La nostra funzione principale, in stretta collaborazione con il
medico, è quella di sostenere le funzioni vitali dei pazienti in un contesto
molto particolare. Gli spazi ristretti, il moto ondoso, i movimenti della barca
e la sicurezza a bordo rendono molto difficoltoso il nostro lavoro.

Nel corso della mia esperienza ho partecipato a molteplici operazioni SAR (Search and Rescue), prendendo parte al salvataggio di circa 3mila persone. Spesso veniamo allertati per persone colte da malore o ferite a bordo di imbarcazioni. Si tratta soprattutto di pescatori, diportisti, marittimi in genere, ma anche di bagnanti e turisti che affollano le spiagge di Lampedusa, soprattutto nel periodo estivo. La maggior parte dei nostri interventi riguarda attività di ricerca e soccorso di barche di migranti che giungono a ridosso di Lampedusa.

Redazione Nurse Times

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Gravissima carenza di personale U.O. Ostetricia e Ginecologia P.O. “Umberto I” di Nocera: la denuncia della Fials

Riceviamo e pubblichiamo la denuncia della Segreteria provinciale di Salerno del sindacato Fials sulla gravissima carenza di personale U.O. Ostetricia e Ginecologia P.O. “Umberto I” di Nocera, criticità applicazione modello organizzativo monoprofessionale

“Con la presente, la scrivente O.S. Fials, intende porre alla Vostra attenzione una problematica alquanto complessa che affligge l’U.O. Ginecologia e Ostetricia del Presidio Umberto I di Nocera, ad oggi è considerata uno dei principali Punti Nascita della Regione Campania con circa 1560 parti nel 2018 con un andamento costantemente in crescita.

Nell’U.O. sono presenti 32 posti letto di degenza Ostetrica e Ginecologica, 2 posti letto Day-Surgery, 3 posti letto dedicati all’ambulatorio di Cardiotocografia ed infine 4 posti letto adiacenti la sala parto destinati al travaglio in caso di parto fisiologico.

In situazioni di emergenza, i 32 posti letto dedicati alla degenza non sono sufficienti e inoltre, i letti deputati ai servizi sopra citati non vengono utilizzati in modo corretto.

Tutto ciò non ha mai visto, da parte della Direzione, una vera e propria presa in carico della problematica che potesse portare ad un incremento della dotazione organica.

Da circa 9 mesi l’U.O. Ostetricia e Ginecologia ha subito un profondo cambiamento con l’applicazione de l modello organizzativo mono professionale, supportato da evidenze, frutto di numerosa letteratura scientifica, con Linee Guida internazionali e nazionali, nonché da un vasto repertorio normativo, non ultimo dal Ministero della Salute con le “Linee di indirizzo per la definizione e l’organizzazione dell’assistenza in autonomia da parte delle ostetriche alle gravidanze a basso rischio ostetrico (BRO)”.

La riorganizzazione dei Punti Nascita, attivata con l’accordo Stato Regioni del 2010 ha posto le linee di indirizzo per la promozione e il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e per la riduzione dei tagli cesarei.

L’O.S. Fials crede fortemente in questo modello organizzativo cosi come indicato nelle precedenti note inviate, ma soprattutto nell’evoluzione della professione che deve favorire soprattutto un cambio culturale visto i dati percentuali allarmanti riguardanti i parti fisiologici al di sotto di quasi tutti i punti nascita nazionali (nel reparto appena citato nel 2018 52,8% tagli cesarei), bisogna superare questo scoglio e favorire , piuttosto, un riordino complessivo del sistema, un approccio integrato in cui le misure di programmazione sanitaria, a livello nazionale e regionale, sappiano coniugarsi con l’implementazione di iniziative di educazione e di protocolli clinico-organizzativi a livello locale.

Questo processo di aggiornamento, avviato all’insegna delle sostenibilità del sistema, non può prescindere dai criteri fondamentali di appropriatezza, qualità e sicurezza delle cure, da ottenere attraverso una pianificazione organizzativa che preveda un adeguato e appropriato utilizzo delle risorse, anche professionali: il professionista adatto, per una risposta adeguata, al momento e al posto giusto, oltre a necessitare del numero esatto di risorse tali da mettere in pratica questo modello.

In virtù di quanto appena descritto si intende far emergere criticità importanti che mettono a repentaglio l’applicazione e la funzionalità del modello mono professionale.

Attualmente la dotazione organica è costituita da 29 ostetriche (17 a tempo indeterminato e 12 con contratto di somministrazione agenzia Lavorint), e 9 unità infermieristiche (4 in degenza e 5 dedicate esclusivamente in sala operatoria).

Questa diversificazione di professioni è totalmente in contrapposizione con il modello organizzativo mono professionale, che si basa solo ed esclusivamente su risorse adeguatamente preparate per lo specifico setting assistenziale dell’area materno infantile, D.M. 740/1994.

Sono presenti pertanto, 2 ostetriche in sala parto, 1 ostetrica ed 1 infermiera in sala operatoria e 2 ostetriche ed 1 infermiera in degenza che devono occuparsi di tutta l’attività ordinaria, degenza, PS Ostetrico Ginecologico, ambulatorio di cardiotocografia, gravidanza a rischio oltre appunto ad eventuali urgenze. Tale dotazione organica risulta essere totalmente incongrua con il carico di lavoro.

Altra problematica che intendiamo sottoporre alla Vostra attenzione riguarda la carenza di Operatori Socio Sanitari assegnati all’U.O. Ostetricia Ginecologia.

Ad oggi la dotazione organica è composta di 1 sola unità con orario ridotto che si staziona in degenza mentre altre 5 unità (1 per turno) sono assegnate in sala operatoria, pertanto, non possono assicurare una presenza costante che si occupi delle molteplici attività che potrebbero svolgere.

Proprio in questo contento di mono professione, la presenza dell’OSS dedicato è fondamentale, oltre al fatto che permetterebbe all’Ostetrica di poter occuparsi esclusivamente dell’assistenza materno infantile in maniera diretta cosi come indicato dal D.M. 740/1994.

Venendo meno come appena descritto tale figura di supporto le ostetriche, sono costrette a svolgere mansioni del tutto inferiori al loro profilo professionale e giornalmente dequalificate.

La carenza di Operatori Socio Sanitari e la seguente deprofessionalizzazione è stata oggetto della nostra precedente nota n. 63/2019.

Ulteriori problematiche che intendiamo far emergere riguardano soprattutto criticità strutturali che violano la normativa vigente sulla privacy, infatti, l’ambulatorio dove si dovrebbe praticare esclusivamente attività di cardiotocografia (dal lunedì al venerdì dalle 15 alle 18) è utilizzato contemporaneamente per tracciati delle degenti e per tracciati in caso di iniziale travaglio, in barba ovviamente a tutti i principi di privacy e rispetto delle normative vigenti.

Mentre per quel che concerne le gravidanze a rischio il martedì dalle 8 alle 13 è attivo un ambulatorio che vede la presenza attività di un ginecologo ma non l’ostetrica dedica.

Tutte queste attività ovviamente non vengono effettuate con personale dedicato e pertanto l’ostetrica addetta alla degenza deve lasciare le attività che sta svolgendo e dedicarsi a tali.

Inoltre intendiamo far emergere problematica del PS Ostetrico Ginecologico attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Ovviamente fa discutere molto il suo utilizzo dove l’ostetrica si occupa semplicemente di aspetti meramente burocratici. In diverse realtà ospedaliere Italiane il PS ostetrico/ginecologico è un’area ospedaliera dedicata alle donne che presentano problemi urgenti in gravidanza (perdite di sangue e/o di liquido amniotico, dolori, prolungata immobilità del feto) e, più generalmente, in tutti i casi in cui si renda necessario un controllo urgente e non sia possibile consultare il proprio ginecologo di fiducia. E’ direttamente collegato ai reparti di ostetricia e ginecologia dell’ospedale ed alla sala travaglio-parto.

Le donne che accedono al pronto soccorso ostetrico, dopo una valutazione del tipo di urgenza (triage ostetrico), vengono visitate e trattate sulla base dell’inquadramento diagnostico ostetrico-ginecologico, avvalendosi dell’ecografia ostetricoginecologica, del monitoraggio cardiotocografico e degli esami di laboratorio.

L’obiettivo del triage è regolare l’accesso al pronto soccorso secondo la gravità delle condizioni materno-fetali. L’ostetrica, formata ad operare secondo protocolli codificati, accoglie la donna e, in base al sintomo o alla patologia, valuta la gravità della condizione clinica e stabilisce la priorità di accesso alla visita del medico di pronto soccorso, in modo da superare così la logica della lista d’attesa basata solo sull’ordine di arrivo.

Questo è il reale obiettivo del PS ostetrico, ovviamente visto in un contesto mono professione e nel rispetto delle competenze e che deve necessariamente vedere la presenza di un’ostetrica adibita a tale attività oltre al riconoscimento dell’indennità così come sancito dal CCNL in vigore.

Ci preme sottolineare la preoccupante carenza di alcuni importantissimi presidi sanitari come il saturimetro palmare, cardiotocografi numericamente insufficiente, ma soprattutto l’assenza della lavapadelle, considerato un dispositivo di lavaggio indispensabile negli ambienti sanitari, per mantenere standard igienici sempre elevati e garantire la completa sanificazione, necessaria proprio per impedire rischi d’infezione e trasmissione di malattie.

Non tutti i degenti, inoltre, possono disporre dei bocchettoni di aspirazione e somministrazione dell’ossigeno terapia.

Altra carenza strutturale riguarda la cosiddetta sala travaglio utilizzata appunto per il travaglio ma anche per imminenti cesarei, aborti, isterectomie ecc, ovviamente le pazienti stazionano contemporaneamente una accanto all’altra senza alcuna distinzione di intervento, senza alcun rispetto delle vigenti norme di privacy. Sia la sala travaglio che la sala parto sono costituite da attrezzature ormai obsolete e non in linea con i criteri di accreditamento del SSN.

Ovviamente tutti gli operatori obliterati da eccessivi carichi di lavoro, operano in condizioni difficili con turni che, talvolta, non garantiscono l’adeguato recupero psicofisico.

Tale situazione sta motivatamente mettendo a dura prova la resistenza psico-fisica degli operatori e genera un chiaro rischio per la salute degli stessi e dei pazienti. Infatti, nonostante l’impegno profuso è sempre più difficile garantire l’assistenza in sicurezza, inoltre è forte la preoccupazione e la paura che si possano verificare episodi di “mal pratica”, dovuti ad eccessivi carichi di lavoro, continue distrazioni per ottemperare a tutte le attività. Questa situazione, potrebbe, quindi esporre sia i pazienti/utenti sia gli stessi operatori sanitari in servizio ad importanti rischi per la difficoltà di fornire un’assistenza adeguata.

In virtù di quanto sopra descritto la scrivente O.S. Fials chiede:

di integrare completamente la dotazione organica delle ostetriche in virtù del modello organizzativo mono professionale che deve necessariamente vedere esclusivamente la presenza di tale figura professionale che è l’unica dedicata alla salute della donna cosi come definito dal D.M. 740/1994. Ad oggi l’U.O. necessita di una immediata integrazione che permetta di 11 unità a fronte delle 29 ostetriche presenti ad oggi, che permetta la presenza continua di almeno 7 unità cosi divise: 2 per la sala parto, 2 per la sala operatoria, e 3 per la degenza;integrazione di Operatori Socio Sanitari, proprio per fronteggiare a tutte le attività inerenti le loro competenze, ad oggi e considerato le normative regionali in questione l’U.O. necessità di 8 Operatori Socio Sanitari, suddivisi in 2 unità al mattino, 2 unità al pomeriggio ed 1 unità durante il turno notturno, esclusivamente per l’area di degenza, diversamente, ci vedremo costretti, ad adire le competenti sedi legali per la tutela dei diritti e della dignità professionale dei professionisti;Formazione immediata per le ostetriche presenti in sala operatoria, il progetto partito circa 9 mesi fa doveva comprendere tale formazione;Personale dedicato al Pronto Soccorso Ginecologico Ostetrico che possa davvero fornire quel servizio per cui è stato creato e che veda il personale ostetrico avere un ruolo cardine al suo interno e non solo destinato ad aspetti amministrativi e burocratici non consoni alla loro professione;Ripristino di tutti i presidi e attrezzature necessari per svolgere in maniera ottimale l’attività assistenziale, e soprattutto per impedire la trasmissione di malattie tra le degenti e gli operatori, mettere in sicurezza la sala travaglio e la sala parto, e fornire ogni unità di degenza di tutti i confort necessari;Creazione di gruppi di lavoro che debbano necessariamente redigere protocolli e procedure oltre alla creazione della Scheda Unica di Terapia proprio per ridurre al minimo il rischio di errori oltre a permettere il miglioramento di tutti i processi e setting assistenziali.Protocolli e check list condivisi da tutti gli operatori coinvolti nell’assistenza materno-neonatale, finalizzati all’inquadramento della gravidanza ed alla stratificazione del rischio ostetrico. Tali strumenti sono gestiti autonomamente dalle ostetriche e hanno lo scopo di selezionare le donne che possono accedere alle Aree Funzionali BRO o che comunque possono essere gestite in maniera autonoma da parte delle ostetriche.Attivazione del modello professionale in tutti i punti nascita della nostra Provincia, ovviamente con l’adeguato numero di personale, in virtù di questo la Scrivente O.S. Fials l’immediato scorrimento di tutta la graduatoria mobilità ostetrica e che venga immediatamente redatto il bando di concorso per Collaboratore Professionale Sanitario – ostetrica.Nell’auspicio che le oggettive e motivate richieste espresse nella presente istanza siano prontamente raccolte, onorate e corrisposte vogliamo sperare che non si debba ulteriormente intervenire su tale area lavorativa.

Nel frattempo, la scrivete O.S. chiede un immediato tavolo di confronto in sede di gruppo tecnico bilaterale per affrontare, risolvere ed eventualmente monitorare tale problematica, inoltre in considerazione delle gravissime carenze strutturali appena elencate si invia la nota anche agli RLS proprio per una loro valutazione dei rischi.

Vista la gravità della problematica evidenziata, al fine di salvaguardare l’utenza ma anche per salvaguardare la sicurezza degli operatori, la presente ha valore di formale diffida non essendo più tollerabile che gli operatori debbano continuare a svolgere la loro complessa e specifica attività in un contesto così come sopra descritto.”

Redazione Nurse Times

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Davide Ausili primo infermiere italiano nominato membro dell’Executive Committee della FEND

Il Dr. Davide Ausili è stato nominato membro dell’Executive Committee della FEND (Foundation of European Nurses in Diabetes, www.fend.org/), Società Scientifica Infermieristica Europea per l’assistenza alle persone con diabete, per il triennio 2020-2023, come primo infermiere italiano nella storia della società.

La FEND promuove lo sviluppo delle scienze infermieristiche nell’assistenza e la cura delle persone con diabete e rappresenta un riferimento importante per le politiche sanitarie in collaborazione con la European Association for the Study of Diabetes (EASD, www.easd.org/). La crescente prevalenza della malattia, confermata dai dati recentemente pubblicati dall’International Diabetes Federation (IDF, idf.org), e l’impatto che questa produce sulla salute dei cittadini e sulla sostenibilità dei sistemi sanitari, rendono la ricerca e l’avanzamento della pratica clinica una priorità a livello globale. 

Il riconoscimento conferito al Dr. Ausili è frutto dell’attività di ricerca svolta sul self-care nel diabete di tipo 1 e di tipo 2. Il Self-Care of Diabetes Inventory (SCODI, self-care-measures.com) – strumento messo a punto dal Dr. Ausili in collaborazione con la Prof. Barbara Riegel della University of Pennsylvania – è stato tradotto in oltre 10 lingue e progetti di ricerca sono attualmente in corso in diverse nazioni tra cui Stati Uniti, Canada, Cina, Spagna, Polonia, Iran, e Brasile.

Nel 2016, il Dr. Ausili è stato premiato con il FEND Best Research Award per l’impatto dell’attività di ricerca sullo studio del self-care dei pazienti con diabete. Ricercatore di Scienze Infermieristiche presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca è membro del Comitato Scientifico di OSDI – Operatori Sanitari di Diabetologia Italiani. Ricopre inoltre, insieme al Dr. Walter De Caro attuale Presidente, il ruolo di Editor in Chief di Professioni Infermieristiche, organo di stampa della Consociazione Nazionale Associazioni Infermieri (CNAI) e indicizzata a partire dal 1969.

“Sono orgoglioso di questo riconoscimento e dell’opportunità di contribuire ulteriormente allo sviluppo della ricerca e dell’assistenza alle persone con diabete e, più in generale, alle persone con malattie croniche e alle loro famiglie. L’attivazione di reti di ricerca infermieristica a livello europeo sarà una delle priorità in questo mandato allo scopo di migliorare l’assistenza ai pazienti in condizioni croniche.

Ringrazio il Prof. Angus Forbes della Florence Nightingale Faculty of Nursing King’s College of London per aver proposto la mia nomina, così come la Presidente FEND Anne-Marie Felton per l’opportunità conferitami. Oltre alla Prof.ssa Riegel, desidero ringraziare pubblicamente tutti gli scientists coinvolti nella ricerca sul self-care del diabete poiché i risultati fin qui raggiunti sono frutto della vision, del lavoro, e del cuore di ognuno: Prof. Maria Grazia Valsecchi, Direttore del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca (UNIMIB), Prof.ssa Stefania Di Mauro, Professore Associato di Scienze Infermieristiche in UNIMIB, Dr.ssa Paola Rebora, Ricercatrice di Statistica Medica in UNIMIB, Prof. Claudio Barbaranelli, Ordinario di Psicometria presso l’Università La Sapienza di Roma, Prof. Ercole Vellone, Professore Associato di Scienze Infermieristiche dell’Università di Roma Tor-Vergata, la Prof.ssa Maria Matarese, Professore Associato di Scienze Infermieristiche dell’Università Campus Biomedico di Roma, il Dr. Rosario Caruso, Responsabile della ricerca delle professioni sanitarie dell’IRCCS San Donato e, con un grande incoraggiamento per la strada intrapresa, le Dr.sse Michela Luciani e Diletta Fabrizi, rispettivamente borsista di ricerca post-doc e dottoranda di ricerca presso la nostra Università.

Infine, un sentito pensiero non può che andare a tutti gli studenti dottorali e magistrali che nel tempo hanno contribuito con energia, idee e grande entusiasmo alle attività di ricerca del settore”, conclude il dott. Ausili.

La Redazione di Nurse Times si congratula con il dott. Davide Ausili per l’impegno e l’importante obiettivo raggiunto.

Redazione Nurse Times
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Gli infermieri italiani sono sempre più poveri: perso il 6,33% del potere di acquisto del loro stipendio negli ultimi 10 anni

I professionisti della salute italiani sono sempre più poveri. Rispetto all’anno 2009, è stato perso mediamente il 6,33% del potere di acquisto delle loro buste paga, proprio come riportato dal rapporto diffuso dalla FNOPI.

La causa principale sarebbe la crescita degli stipendi nettamente inferiore e al rincaro vita.

“La spesa per il personale sanitario è tra quelle che hanno risentito maggiormente delle restrizioni degli ì ultimi anni. Tra il 2010 e il 2018, malgrado il parziale recupero nell’ultimo anno, la spesa si è ridotta in valore assoluto di quasi 2 miliardi. A questo andamento è corrisposto un ridimensionamento del numero di lavoratori, compresi medici e infermieri, in particolare nelle Regioni in piano di rientro”, riporta il rapporto della FNOPI.

“Confermando l’aumento del 3,50% scritto nella legge di Bilancio 2020 per gli anni 2019-2021 (quelli del prossimo contratto) per il nuovo contratto, rispetto al +3,48% del contratto precedente, la situazione delle buste paga degli operatori sanitari rimarrebbe pressoché stabile con una crescita dello 0,2% rispetto alla tornata precedente.

Si tratterebbe infatti di un aumento medio che in tutto il Servizio sanitario nazionale varrebbe circa 1.880,88 euro l’anno, 144,68 euro al mese medi. Ma che sarebbe ovviamente diverso tra dirigenza e comparto. Alla prima infatti spetterebbero aumenti mensili medi tra i 180,49 euro (su tredici mensilità) dei dirigenti non medici ai 201,33 dei medici, mentre il secondo si fermerebbe su 83,67 euro di aumento.

All’interno della dirigenza poi, si andrebbe dall’aumento più basso di circa 143,72 euro mensili per i dirigenti sanitari non medici, a quello più alto di 188,12 euro al mese per i dirigenti amministrativi (ai medici, i più numerosi, toccherebbero aumenti mensili di circa 170,35 euro).

Nel comparto invece il livello più basso con 71,41 euro al mese è del ruolo tecnico, mentre il più alto con 93,37 euro al mese è del personale di vigilanza e ispezione (gli infermieri, la categoria professionale in assoluto più numerosa di tutto il Servizio sanitario nazionale, avrebbero circa 90,21 euro mensili in più).

Nel comparto poi si avrebbe una ulteriore differenziazione media tra i vari livelli previsti e così il più basso, il livello A, raggiungerebbe in media 80,96 euro, mentre il più alto, il Ds6, 95,34, con una media nelle fasce (poco più alta di quella assoluta di comprato) di 85,85 euro di aumento.”

Di seguito è possibile visionare il rapporto completo della FNOPI.

Simone GussoniL’articolo Gli infermieri italiani sono sempre più poveri: perso il 6,33% del potere di acquisto del loro stipendio negli ultimi 10 anni scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Foligno, innovativo intervento alla spalla: impiantato osso di origine equina

È la prima volta che la tecnica Bone-Block viene utilizzata in Umbria.

Ospedale San Giovanni Battista di
Foligno all’avanguardia nella chirurgia della spalla. Qui è stato infatti
eseguito il primo intervento Bone-Block in Umbria. Ne ha
beneficiato un paziente con numerose e frequenti lussazioni.

La tecnica
artroscopia mini-invasiva chiamata Bone-Block
consiste nell’impiantare un blocco di osso
di origine equina per colmare il riassorbimento osseo causato dalle
lussazioni recidivanti. Questo intervento è effettuato mediante piccole
incisioni per l’introduzione dell’artroscopio e degli strumenti dedicati. Per
questo è una metodica che rispetta i tessuti e permettere una più rapida
guarigione.

«L’alternativa a questo nuovo intervento – spiega Enrico
Sebastiani, chirurgo del reparto di Ortopedia e traumatologia diretto dal
dottor Giacomo Picuti – era la tecnica di Bristow-Latarjet, che però
è eseguita incidendo il tendine del sottoscapolare, uno dei tendini più
importanti della spalla. Inoltre, se dovesse verificarsi una nuova lussazione a
seguito di un trauma importante, la procedura chirurgica che ne conseguirebbe
sarebbe complessa e senza garanzia di un recupero funzionale completo. Il
Bone-Block, invece, non viola in nessun modo il sottoscapolare, e un eventuale
fallimento traumatico, come ad esempio un trauma sportivo, sarebbe di più
facile gestione. Ricordiamo che stiamo parlando di pazienti giovani, che spesso
praticano sport e attività ad alto rischio. Questa tecnica, però, non è
utilizzabile in tutti i casi: il paziente va studiato e selezionato con attenzione».

L’intervento, eseguito dal dottor Enrico Sebastiani, in equipe con il dottor Michele Berloco, l’anestesista Andrea Tarquini e gli infermieri di sala Katiuscia Cruciani e Federico Storti, è perfettamente riuscito.

Redazione Nurse Times

Fonte: La Nazione

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