Epatite C, partito il tour on the road dell’ambulatorio mobile per gli screening ematici

Il veicolo è stato benedetto da monsignor Fisichella. A bordo della vettura il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, con alcuni importati clinici ed esperti nel campo della lotta al virus. Necessarie nuove strategie per evitare che i trattamenti si esauriscano nel 2025. 

PARTITA LA CONTROFFENSIVA “ALLA RICERCA DEL VIRUS” DELL’EPATITE C – E’ partita la controffensiva contro l’epatite C sulle strade e nelle piazze delle maggiori città d’Italia. L’ambulatorio mobile è pronto e sta scaldando il motore per partire per un lungo “tour” che toccherà città importanti, da Firenze a Palermo, con a bordo personale specializzato nell’effettuazione di esami clinici a bordo volti alla scoperta del “sommerso” per l’Hcv e anche Hiv.

TUTTI A BORDO – Giovedì 21 novembre alle 11, in Piazza San Pietro, un equipaggio davvero speciale ha dato il via a questa missione attraverso decine di piazze nazionali e Mons. Rino Fisichella benedirà l’iniziativa ed il motorhome destinato al progetto. A bordo dell’unità mobile appositamente allestita il Viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, il Prof. Massimo Andreoni, Direttore Scientifico della Simit, Responsabile dell’Unità Operativa Complessa Malattie Infettive – Tor Vergata, e la Dott.ssa Loreta Kondili, Centro Nazionale Per la Salute Globale ISS, con diversi specialisti alla ricerca di pazienti con Epatite C, ignari spesso a migliaia ancora oggi del proprio stato di salute.

Ha aderito al progetto, promosso da Simit con il patrocinio del ministero della Salute, e il contributo non condizionato di Gilead, anche il Prof. Claudio Cricelli, Presidente SIMG (Società Italiana di Medicina Generale). L’iniziativa segue di poche ore la conclusione della III Giornata Mondiale dei Poveri voluta da Papa Francesco, con il bilancio delle attività del Presidio Sanitario Solidale allestito in piazza San Pietro dove i Medici di Medicina Generale e gli specialisti hanno prestato per vari giorni la loro opera caritatevole per assistere e curare le persone più povere e disagiate che molto spesso non riescono per diversi motivi ad accedere alle cure del SSN. Durante la scorsa settimana il Presidio Sanitario Solidale, ha offerto tutte le prestazioni specialistiche a titolo completamente gratuito, sono state accolte oltre 1000 persone, che vivono per lo più nel disagio più assoluto, sia italiani che stranieri, per le quali sono state erogate oltre 5000 prestazioni sanitarie specialistiche e somministrati i vaccini antiinfluenzali, ove possibile, valutando per ciascuno la personale situazione clinica.

Di qui è stata chiara l’esigenza: portare il medico direttamente dove vi fosse più bisogno di erogare le prestazioni con la creazione di un percorso assistenziale per l’Italia. Il Prof. Andreoni, protagonista sin dalla prima edizione, e il Prof. Cricelli, forti di questa esperienza, hanno immaginato tale progetto con un ampio respiro nazionale: “Queste recenti esperienze hanno mostrato che, nonostante la capillare presenza di strutture sanitarie pubbliche sull’intero territorio nazionale, questi pazienti che vivono nel disagio più totale hanno necessità di inclusione e di accoglienza – ha sottolineato il Prof. Andreoni (foto 1) -. Talora, abbiamo visto, che quando incontrano anche un minimo diaframma tra le loro esigenze di salute e la visita occasionale per curarli, recedono subito dall’intento, rifugiandosi nella solitudine che scandisce le loro giornate”.

Il progetto “Alla ricerca del Virus” vanta il patrocinio del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione e l’entusiastica adesione dell’Arcivescovo Monsignor Rino Fisichella che ha accolto con gioia questa iniziativa riconoscendone un carattere umanitario eccezionale. Il piccolo ambulatorio mobile raggiungerà le “piazze del disagio” in diverse città d’Italia per incontrare direttamente chi, più di ogni altro, è potenzialmente affetto dai virus quindi: in primis HCV e HIV e altre patologie infettive ricorrenti.

UNA TAVOLA ROTONDA PER DEFINIRE I PROSSIMI OBIETTIVI “LINKAGE TO CARE” – I risultati sin qui raggiunti nella lotta all’Epatite C sono straordinari. Ad oggi, sono stati affrontati con successo 196mila casi, con benefici sia sotto il profilo clinico che sotto quello socioeconomico, con benefici per tutto il Servizio Sanitario Nazionale. Le nuove terapie infatti sono in grado di eradicare il virus in poche settimane, sono efficaci nel 98% dei casi e senza effetti collaterali. Tuttavia, i pazienti ancora da trattare sarebbero ancora diverse centinaia di migliaia, di cui molti ancora da diagnosticare. Nascono così nuove sfide. Per fronteggiare le nuove esigenze di questa fase, rappresentanti dei vari ambiti, dal mondo clinico, economico e istituzionale a quello sociale con l’associazione dei pazienti si riuniscono per una tavola rotonda con il fine di produrre un documento tecnico con evidenze scientifiche utili per nuove politiche sanitarie.

La tavola rotonda di martedì 19 ottobre, dal titolo “Verso una politica nazionale di screening linkage-to-care per l’eliminazione dell’infezione da Epatite C in Italia”, anticipa di 48 ore a Roma, presso lo Spazio Canova, l’iniziativa in Vaticano. I temi esaminati saranno il ritorno di investimento per la terapia anti-HCV e le nuove strategie da implementare per aumentare la diagnosi e i trattamenti delle persone affette dal virus. Grazie alle politiche sanitarie varate sin qui e ai nuovi farmaci ad azione antivirale diretta, l’Italia fa parte dei 12 paesi che si stanno incamminando verso il raggiungimento dei target fissati dall’OMS per eliminazione dell’HCV entro l’anno 2030, a patto di mantenere alto il numero dei trattamenti antivirali.

I RISPARMI PER IL SSN – I dati che emergono dall’analisi economica effettuata in collaborazione dal CEIS EEHTA dell’Università di Roma Tor Vergata, dal Centro di Salute Globale dell’Istituto Superiore di Sanità e dall’Agenzia Italiana del Farmaco sui pazienti trattati con i nuovi trattamenti antiretrovirali evidenziano risultati rilevanti: “Per il periodo 2015-2018, per 1000 pazienti trattati, è stimata una riduzione a 20 anni di circa 800 eventi clinici infausti tra cui cancro, scompenso della malattia severa del fegato, morte fegato correlata o trapianto di fegato – sottolinea il Prof. Francesco Saverio Mennini (foto 2), Research Director, Centro EEHTA, CEIS, Università di Roma Tor Vergata -. Questa riduzione di eventi clinici consentirà una conseguente e importante riduzione della spesa sanitaria a 20 anni di oltre 52 milioni di Euro per 1.000 pazienti trattati. Inoltre sempre da questa analisi emerge con forza che l’investimento iniziale sostenuto dal SSN per il trattamento di pazienti trattati dal 2015 al 2018 verrà recuperato interamente entro 5.2 anni. Da questo momento in poi si inizieranno a generare risparmi per il SSN. L’introduzione del trattamento universale indipendentemente dallo stadio di malattia ha consentito, quindi, un’accelerazione del ritorno del investimento riducendolo a 4.5 anni per i pazienti trattati in fase lieve di malattia rispetto a 7.5 anni per i pazienti trattati in fase di una malattia più grave”.

Alla luce di questi dati, far emergere il sommerso si rivela ancora di più un obiettivo fondamentale ai fini del raggiungimento dei target dell’OMS dell’eliminazione dell’infezione da HCV, che riporta a lungo termine un beneficio sia di salute sia economico per il sistema sanitario nazionale

ALMENO 300MILA PAZIENTI DA STANARE – Il raggiungimento dei target fissati dall’OMS per eliminazione dell’HCV può essere mantenuto solo se verranno adottate adeguate strategie di screening per far emergere il sommerso. Tuttavia, i soddisfacenti risultati conseguiti finora non devono provocare facili illusioni sul futuro. “Con le attuali politiche sanitarie, il numero dei trattamenti inizierà a scendere e si esaurirà tra gli anni 2023-2025, lasciando alto il numero degli individui infetti ma non diagnosticati – ammonisce la dott.ssa Loreta Kondili (foto 3), Centro di Salute Globale dell’Istituto Superiore di Sanità -. Vi sono circa 300mila soggetti stimati ancora da diagnosticare, con un’età tra 30-60 anni, circa 10 anni in meno rispetto all’età media dei pazienti già diagnosticati e curati. I prevalenti fattori di rischio degli individui con infezione non diagnosticata sono la pregressa o attuale tossicodipendenza (stimati circa 150 mila persone) e tatuaggi o piercing (circa 80 mila) fatti prima della scoperta del virus nel 1989, rispetto alle precedenti trasfusioni di sangue e all’utilizzo di strumenti medici non monouso, prevalenti fattori di rischio nei pazienti già diagnosticati e curati per l’infezione da HCV”.

In virtù dei numerosi studi che attestano la convenienza economica, oltreché clinica, nell’eliminare l’epatite C, gli specialisti sono dunque concordi nell’affermare che testare in modo sistematico le coorti di nascita tra gli anni 1948-1988, dove si collocano la maggior parte degli individui con infezione non nota in Italia, porterà a raggiungere gli obiettivi dell’eliminazione dell’HCV in Italia entro l’anno 2030 con costi nettamente inferiori da sostenere da parte del Sistema Sanitario Nazionale.

Redazione Nurse Times

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Tesi infermieristica “La relazione terapeutica tra l’infermiere e la persona con disagio psichico: modalità che migliorano gli outcomes assistenziali in un contesto ospedaliero”

Grande successo per il progetto editoriale denominato NExT (Nurse EXperimental Thesis) targato Nurse Times

Giunge al nostro indirizzo mail redazione@nursetimes.org il lavoro di tesi del dott. Mattia MORANDI, laureatosi presso Università degli Studi dell’Insubria. A.A. 2018/2019.

…di Mattia MORANDI

La relazione interpersonale tra infermiere e paziente in ambito psichiatrico riveste il cuore della pratica assistenziale ed è uno degli strumenti più importanti disponibili per gli infermieri. La formazione di una relazione terapeutica di qualità tra l’infermiere di salute mentale e la persona con disagio psichico non è un evento istintivo e richiede grande abilità e competenze specializzate per sviluppare e mantenere relazioni efficaci.

Il lavoro quotidiano in un contesto ospedaliero, per acuti, richiede che gli infermieri abbiano la capacità di gestire esperienze continuamente nuove e imprevedibili e sempre attraverso cure di alta qualità. La letteratura discute vari aspetti del significato di relazione terapeutica dal punto di vista degli infermieri e dei pazienti nella pratica clinica delle unità psichiatriche. Lo scopo della seguente revisione della letteratura è quello di delineare come l’infermiere possa instaurare una relazione terapeutica utile a migliorare gli outcomes assistenziali nella persona assistita con disagio psichico. Per far ciò è stata condotta una ricerca di fonti su banche dati autorevoli, quali MedLine, CINAHL e PsycINFO, la cui ricerca ha portato alla selezione di 11 articoli in full text.

I risultati riscontrati dagli studi identificano diverse modalità attuabili dall’infermiere nel contesto ospedaliero al fine di migliorare gli outcomes assistenziali. Questi comprendono approcci comportamentali con la persona assistita, profili relazionali secondo le necessità, le situazioni cliniche, la tipologia di popolazione e/o diagnosi, interventi organizzativi, implementazione di evidence, individuazione di fattori ostacolanti e costrutti basali dell’instaurazione della relazione terapeutica tra infermiere e paziente. Sarebbero opportune ed auspicabili ulteriori ricerche su questo argomento e maggior consapevolezza da parte dell’infermiere nel considerare questi aspetti all’interno della pratica clinica.

Introduzione

Il mondo della salute mentale è un mondo molto vasto, che si colloca in una posizione particolare nell’area medica, definibile come interdisciplinare. Con l’espressione di “salute mentale”, secondo la definizione dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, 2006), si fa riferimento ad uno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale l’individuo è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società, rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno, stabilire relazioni soddisfacenti e mature con gli altri, partecipare costruttivamente ai mutamenti dell’ambiente, adattarsi alle condizioni esterne e ai conflitti interni. L’OMS dichiara come i disturbi mentali siano in continuo aumento con un conseguente impatto sulla salute e sugli aspetti sociali, umani ed economici in tutto il mondo (Istituto Superiore della Sanità, 2018).

Solo in Italia si attesta un numero di utenti psichiatrici assistiti dai servizi specialistici nel corso del 2016 pari a 807.035; pertanto tali condizioni rappresentano una delle maggiori fonti di carico assistenziale e di costi per il Servizio Sanitario Nazionale Italiano (Ministero della Salute, 2016). Le patologie più comuni sono i disturbi schizofrenici, i disturbi di personalità, i disturbi da abuso di sostanze, il ritardo mentale, disturbi affettivi, nevrotici e depressivi (Ministero della Salute, 2016).

In psichiatria, la relazione interpersonale tra infermiere e paziente riveste il cuore della pratica assistenziale ed è uno degli strumenti più importanti disponibili per gli infermieri (Scanlon, 2006). La letteratura discute vari aspetti del significato di relazione terapeutica dal punto di vista degli infermieri e dei pazienti nella pratica clinica delle unità psichiatriche. La relazione terapeutica spesso viene definita anche come relazione d’aiuto, relazione infermiere – paziente, relazione di fiducia e alleanza terapeutica (Moreno-Poyato et al., 2016).

Tuttavia, l’obiettivo centrale di tutti questi termini è proprio il concetto di aiuto. Alcuni autori identificano la relazione terapeutica come un processo interpersonale che avviene tra infermiere e paziente basata su una comunicazione mirata con l’obiettivo principale di promuovere i valori, gli interessi e gli esiti di salute dei pazienti (Porr, 2009); altri ritengono la relazione terapeutica come un insieme di caratteristiche e attributi come l’empatia, accettazione dell’individuo, supporto, autenticità del rapporto, rispetto incondizionato, mantenimento chiaro dei ruoli (Rogers, 1971; O’Brien, 1999; Johansson, 2003; Moyle, 2003; Scanlon, 2006; Welch, 2005; Jackson et al., 2000; Schafer et al., 2003). Gli infermieri di salute mentale sono consapevoli del concetto di relazione terapeutica e della sua importanza (Clark, 2012; Hawamdeh et al., 2014).

Tuttavia, sono anche consapevoli del fatto che sono necessarie competenze specifiche per sviluppare e mantenere una relazione terapeutica con i pazienti (Dziopa et al., 2009b).

Fattori come la coerenza, l’empatia, la capacità di ascoltare, fare una prima impressione positiva, creare un ambiente sicuro e confortevole e il lavoro di équipe sono i pilastri fondamentali su cui si basa lo sviluppo di una relazione terapeutica. (Cleary et al., 2012). Eppure, infermieri e pazienti hanno aspettative diverse sulla relazione terapeutica nella pratica clinica e diverse idee sul suo significato. Pertanto, stabilire una relazione terapeutica appropriata aumenta l’efficacia degli interventi infermieristici nel contesto di salute mentale acuta (McAndrew et al., 2014) e lo sviluppo di una relazione terapeutica di qualità contribuisce a facilitare soluzioni a problemi (Kai et al., 2001), migliorare l’aderenza terapeutica (Pinikahana et al., 2002), aumentare la qualità di vita dei pazienti (Cowin et al., 2003; Kozub et al., 2001) e raggiungere outcomes assistenziali migliori (Frank et al., 1990).

Infatti la relazione terapeutica impiegata nella cura della salute mentale risulta essere uno degli aspetti fondamentali richiesti per migliorare l’aderenza al trattamento terapeutico e migliorare gli outcomes dei pazienti (Priebe et al., 1993). L’attuale assistenza psichiatrica ospedaliera è considerata eccezionalmente anti terapeutica con alti costi associati quando le persone sono ricoverate per lunghi periodi a causa di outcomes negativi. Migliorare la qualità delle cure e gli outcomes nelle strutture ospedaliere psichiatriche è quindi una priorità (Schizophrenia Commission, 2012).

A tal proposito è fondamentale chiarire il significato di outcome assistenziale. Per outcome assistenziale si intende una condizione, comportamento o percezione misurabile, concettualizzata come variabile sensibile alle cure infermieristiche. Essi sono focalizzati sull’individuo, sulla famiglia e sulla comunità. Gli elementi da considerare nella definizione degli outcomes infermieristici sono quattro: aspetti specifici dell’assistenza infermieristica, la patologia, aspetti generali dell’assistenza (legati all’ambiente lavorativo e a livello organizzativo) e la tipologia di paziente (Germini et al., 2010). Secondo Johnson et al., (1997), gli outcomes assistenziali devono includere le conoscenze del paziente, i comportamenti, l’uso delle risorse, le capacità di gestione della casa e del denaro. A questi, in una prospettiva più attuale e olistica, se ne aggiungono altri quali il benessere, la qualità della vita, la capacità di svolgere attività di vita quotidiana, mantenere e/o potenziare le capacità residue, la socializzazione, il rapporto armonioso con l’ambiente e l’aderenza terapeutica (Germini et al., 2010). È fondamentale, però, segnalare che dalla letteratura non emerge esplicitamente una definizione esatta di outcomes e di conseguenza non vengono riportati espressamente quali sono gli outcomes di riferimento.

A fronte di quanto affermato fin ora, la domanda di ricerca che mi sono posto è la seguente: Come l’infermiere può instaurare una relazione terapeutica utile a migliorare gli outcomes assistenziali nella persona assistita con disagio mentale in un contesto ospedaliero? La scelta della presente domanda e la motivazione che mi ha stimolato ad approfondire questa tematica nasce dal contesto clinico sperimentato durante il periodo di tirocinio in SPDC, CPS e CRA. Attraverso l’esperienza clinica ho potuto osservare e sperimentare, da più punti di vista, la difficoltà nell’instaurare una relazione terapeutica con la persona affetta da disturbi mentali. Di conseguenza ho voluto approfondire in letteratura se esistessero delle modalità attuabili dall’infermiere utili a migliorare gli outcomes assistenziali attraverso una terapia relazionale-educativa (relazione terapeutica).

Per poter rispondere alla mia domanda di search sono partito dall’analisi della letteratura che riporta le prospettive, le percezioni e il vissuto, sia da parte degli infermieri che dei pazienti – essendo la relazione terapeutica un binomio reciproco – riportando aspetti positivi ma anche negativi. Da questi ultimi sono andato a vedere le barriere, i limiti e gli ostacoli che l’infermiere incontra nell’instaurare la relazione terapeutica in modo tale da poterli riconoscere per poi intervenire. Infine sono andato ad analizzare cosa la letteratura fornisce in termini di modalità che possono migliorare gli outcomes assistenziali nella persona assistita con disagio psichico.

Per fare ciò, ho consultato le seguenti banche dati internazionali come Medical Literature Analysis and Retrieval System Online (MedLine) sulla piattaforma elettronica di Pubmed della National Library, la Cumulative Index to Nursing and Allied Health Literature (CINAHL) e PsycINFO sulla piattaforma Ovid Technologies (contenente revisioni di esperti per le Scienze Comportamentali e la Salute Mentale).

Ho scelto di realizzare la ricerca mediante questi database, in quanto specifici per le Scienze Infermieristiche e con un cospicuo numero di materiale full text scaricabile. L’accesso alle banche dati è avvenuto mediante il portale Insubria Biblioteche e Risorse Elettroniche (InsuB.R.E.) dell’Ateneo. La modalità di ricerca impiegata è stata effettuata in MedLine tramite Medical Subject Headings (MeSH) e per parole libere; in CINAHL per parole libere e per Subject Headings; in PsycINFO per parole libere. Le parole chiave di tale search sono: “nurse-patient relations”, “nurse-patient relationship”, “nurse-client relations”, “interpersonal relations”, “therapeutic relationship”, “improving”, “quality”, “patient outcomes”, “acute”, “psychiatric ward”, “psychiatry”, “psychiatric nursing”, “inpatient psychiatric care”, “mental health nursing”, “mental health staff”, “patient experience”, “expectation”, “feelings” , “thoughts”, “risk”, “barriers”, “obstacles”. Queste ultime sono state unite mediante gli operatori booleani: AND (per restringere la ricerca ai documenti indicizzati che contengono le sole parole utilizzate, quindi con entrambi termini di ricerca) e OR (per ampliare la mia ricerca e quindi reperire gli articoli indicizzati con almeno uno dei due termini indicati).

La raccolta degli studi all’interno delle diverse banche dati è avvenuta nel rispetto della coerenza con il quesito di ricerca includendo tali limiti: periodo di pubblicazione relativo agli ultimi 10 anni (2009-2019); tipologia di studio (studi qualitativi fenomenologici, studi sperimentali randomizzati controllati (RCT); studi quasi sperimentali; revisioni della letteratura; studi pilota), di interesse infermieristico; formato degli studi (full-text) facilmente scaricabili; lingua di stesura (inglese); genere dei partecipanti (maschile/femminile); età dei partecipanti (19+anni); contesto assistenziale (ospedaliero). I criteri di esclusione invece riguardano il soggetto (età

Tesi Infermieristica “Il Nursing nella violenza di genere”

Continua il grande successo per il progetto editoriale di Nurse Times denominato NExT (Nurse EXperimental Thesis)

Giunge al nostro indirizzo mail redazione@nursetimes.org il lavoro di tesi della dott.ssa Valentina Brogna dal titolo “Il Nursing nella violenza di genere”, laureatasi presso l’Università degli Studi di Parma, nell’a.a. 2017 – 2018.

….di Valentina Brogna

 Background

 La violenza è da sempre parte dell’esperienza
umana: i soggetti maggiormente coinvolti sono quelli di sesso femminile, la cui
unica colpa da espiare è quella di esser donne in quanto tali. Lo stupro e
l’abuso fisico sono stati taciuti e censurati, fino a quando cessa di essere –
un crimine contro la morale pubblica- ed è riconosciuto come – crimine contro
la persona- . E’ questo il punto di partenza della lotta contro i crimini sulle
donne: il primo gradino verso questa libertà è rappresentato dalla richieste di
aiuto che, milioni di donne ogni anno, rivolgono ai Dipartimenti di Emergenza
Sanitari.

Obiettivo

E’ stata condotta una
revisione bibliografica sul ruolo esercitato dall’infermiere, nei dipartimenti
di emergenza, nella prima risposta ai bisogni di una donna, appena stata
vittima di violenza/abuso sessuale.

Metodologia

 La revisione bibliografica è stata condotta
con un’indagine di consultazione delle principali banche dati biomediche: le
piattaforme di Pubmed, Cinhail. Su quest’ultima, è stata condotta una ricerca
incrociata fra la piattaforma medesima e Medline, Psycho info e Socindex. E’
stata, inoltre, condotta attraverso una ricerca in letteratura grigia,
utilizzando il motore di ricerca Google Scholar. Il reperimento di articoli
scientifici nel primo caso, e di documenti attinenti alla letteratura grigia è
stato ottenuto inserendo nella stringa di ricerca parole chiave in lingua
inglese: “nurse”, “woman violence”, “kit sexual assault”, “sane”. Esse sono
state accoppiate in diversi accostamenti, per affinare al meglio la ricerca
degli articoli scientifici. Sono stati, inoltre, consultati siti web ufficiali
dell’OMS, Ministero della Salute, Associazione Italiana Infermieri Legali e Forensi
(AILF), Diritto Penale Contemporaneo, Federazione Nazionale Ordini professioni
Infermieristiche (FNOPI), Banca Dati Statistica Istat; è stato consultato anche
6 il Quotidiano Sanitario Nazionale di Informazione Infermieristica, Nurse 24.
Gli articoli originari da cui si è partiti sono n° 534, arrivando ad includere
nella revisione n° 22 articoli.

Risultati

 Sulla base degli articoli revisionati emerge
che i professionisti sanitari, soprattutto gli infermieri, sono principalmente
sopraffatti da un forte sentimento di empatia nei confronti di donne
abusate/violentate, che si tramuta spesso in stress emotivo quando percepiscono
la propria scarsa preparazione professionale ed incapacità nell’aiutarle
totalmente. Nonostante la presenza di protocolli/linee guida sulla gestione di
pazienti vittime di abuso e l’introduzione di kit post assalto per la raccolta
delle prove di avvenuta violenza, le vittime denunciano una seconda
vittimizzazione fisica e psicologica subita per mano della
leggerezzasuperficialità- incompetenza degli infermieri, che diventano complici
inconsapevoli dei loro stessi aguzzini. I problemi maggiormente evidenziati
nella vittima risultano derivati dalla Sindrome da trauma di sturpro: dolore
acuto, Coping difensivo, Disturbo dell’Immagine Corporea, Scarsa Autostima
Situazionale e rischi come quello di Infezione, di Compromissione della dignità
Umana e di suicidio.

 Conclusioni

 Al centro dell’assistenza è necessario porre la vittima, instaurando un piano di assistenza specifico ai bisogni di cura, che una figura specializzata come l’infermiere forense, sarebbe in grado di attuare nel rispetto dell’assistito stesso. E’ necessario, inoltre, sfatare i miti che dipingono le stesse vittime responsabili di aver alimentato il proprio aguzzino, poiché non c’è giustificazione alcuna alla violenza, aiutandole ad eliminare il senso di colpa che grava su di loro. Questo è possibile mediante un’azione di educazione rivolta alla società, ma soprattutto di comprensione e ascolto rivolta alle stesse vittime.

Redazione Nurse Times

Allegato

Tesi “Il Nursing nella violenza di genere”
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Asl BT, i sindacati riuniti in assemblea dichiarano lo stato di agitazione del persnale

Riceviamo un comunicato stampa firmato da Rosa Matera (Fp Cgil), Antonio Lanotte (Cisl Fp), Carlo Quacquarelli (Uil Fpl), Angelo Somma (Fials), Antonio Matarrese (Fsi), Emanuele Sgarra (Nursing Up) e Luigi Marzano (Rsu Asl BT).

In data 19 novembre, presso l’Asl BT,  si è tenuta l’assemblea generale di tutto il personale area di comparto,  convocata da tutte le organizzazioni sindacali territoriali di categoria (Cgil Fp, Cisl Fp, Uil Fpl, Fials, Fsi Usae, Nursing Up e Rsu Asl BT).

L’assemblea sindacale, molto partecipata, ha preso atto dello stato dell’arte del lavoro dei tavoli tecnici, appositamente istituiti per definire il contratto decentrato integrativo aziendale, in virtù dell’approvazione, dopo circa 10 anni di blocco dei rinnovi dei contratti collettivi nazionali di lavoro del pubblico impiego, e specificatamente del Ccnl 2016-2018 sanità pubblica,  sottoscritto il 21.5.2018, sostenendo i rappresentanti sindacali, tutti presenti in assemblea, e la Rsu a definire quanto prima lo stesso contratto decentrato integrativo, al  fine di regolamentare parte degli istituti contrattuali rimessi a tale livello di confronto e contrattazione e nel valorizzare le risorse  umane e professionalità interne, al servizio dei cittadini, per un miglioramento collettivo della sanità pubblica sul territorio.

Rispetto, poi, alla nota della direzione generale relativa al blocco del lavoro straordinario, seppur condividendone  il monitoraggio del fondo di disagio preposto per l’anno 2019, che risulta essere già esaurito, rispetto alla garanzia dei livelli essenziali di assistenza, e per garantire continuità assistenziale,  i sindacati hanno ritenuto condividere con l’assemblea la nota inviata alla direzione generale Asl BT, quale diffida e richiesta revoca di tale disposizione.

A tal fine, l’assemblea approva e dichiara lo stato di agitazione del personale, invitando le OO.SS. e la RSU avoler  proseguire le azioni di protesta sino alla revoca di tale disposizione, nonché a recuperare ottimali e proficue relazioni sindacali, che possano giungere quanto prima alla definizione non solo del contratto decentrato integrativo aziendale, ma anche a elaborare nuovi e innovati modelli organizzativi assistenziali, così come richiamati dalle norme legislative e contrattuali, nazionali e regionali, per ricercare una soluzione al problema, che perdura, nonostante anni di sacrifici del personale, complice anche blocco delle assunzioni e turnover, determinando una carenza cronica delle dotazioni organiche e mettendo a rischio in più occasioni sia i Lea (livelli essenziali di assistenza) che la continuità assistenziale, assicurata e compensata negli anni, in maniera impropria, con lo stesso strumento del lavoro straordinario.

Redazione Nurse Times

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Corsi Fad Ecm per infermieri e tutte le professioni sanitarie con IDEAS Group

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Il 31 dicembre 2019 è il termine ultimo per regolarizzare la propria situazione ECM dell’ultimo triennio 2017 – 2019

L’ECM (Educazione Continua in Medicina) è il processo attraverso il quale il professionista della salute si mantiene aggiornato per rispondere ai bisogni dei pazienti, alle esigenze del Servizio sanitario e al proprio sviluppo professionale.

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