Non rianimò paziente con scarse possibilità di sopravvivere a un infarto: Cassazione assolve medico del 118

La Corte Suprema ha ribaltato il verdetto di appello, ristabilendo quanto deciso dal giudice di primo grado.

Al medico dell’emergenza che giunge sul luogo della chiamata e non esegue la rianimazione cardiopolmonare su un soggetto colpito da infarto perché ritiene che ormai il abbia poche possibilità di salvarsi non è addebitabile l’omicidio colposo. La sentenza 41893 dell’11 ottobre 2019, emessa dalla quarta sezione penale della Corte di Cassazione, ha contro-ribaltato con l’assoluzione (“perché il fatto non sussiste”) il verdetto di colpevolezza a opera della Corte d’appello, che dopo l’assoluzione del Tribunale in primo grado aveva condannato un medico a un anno di reclusione, con i benefici della sospensione e della non menzione, e al risarcimento del danno, da liquidare in separata sede. 

Il fatto – Il medico del 118, intervenuto in via d’urgenza per il malore (infarto) avvertito da un uomo, ometteva di compiere le manovre di rianimazione necessarie. Il paziente moriva a seguito di insufficienza cardiaca acutissima da miocardiosclerosi e stenosi di un ramo coronarico del ventricolo destro con aritmia, asistolia e ischemia miocardica per spasmo coronarico.

La sentenza di primo grado – Esiste un nesso di causalità tra l’omissione dell’imputato e il decesso della vittima? Domanda legittima, atteso che la rianimazione cardiopolmonare avrebbe attribuito alla vittima una possibilità di sopravvivenza tra il 2 e l’11%. Il giudice di primo grado aveva deciso per l’assoluzione, ritenendo che il medico, intervenuto sul posto 20-25 minuti dopo la chiamata, quando il decesso era già avvenuto (elettrocardiogramma piatto, assenza di parametri vitali, mitriasi fissa, perdita di urine e di feci per mancanza di impulsi elettrici che arrivano dal cuore), si fosse attenuto ai protocolli nazionali e internazionali, avendo appunto accertato la morte clinica del paziente.

La sentenza di secondo grado – Il giudice di appello aveva invece deciso per la condanna, sottolineando che l’ambulanza era giunta sul luogo circa otto minuti dopo la chiamata e che, secondo quanto riferito dalla convivente della vittima, poco prima l’uomo era cosciente e respirava, anche se male. Se fossero state effettuate le procedure per mantenere una ossigenazione di emergenza, sarebbe stata scongiurata con buona probabilità la progressione verso un danneggiamento irreversibile dei tessuti e degli organi (“la sopravvivenza a lungo termine nell’arresto cardiocircolatorio extra-ospedaliero riguarda, nel lasso temporale di un anno, il 74% dei pazienti… La totale assenza di manovre rianimatorie privò il paziente della possibilità di sopravvivere, stimata in un arco tra il 2 e l’11 % e, solo in caso di emersione di ritmo defibrillabile, in circa il 23% di tali chanches”).

La sentenza della Cassazione – La Suprema Corte ha infine deciso per l’assoluzione, affermando il medico d’urgenza non ha commesso omicidio colposo e che la Corte d’appello ha sbagliato a riformare l’assoluzione pronunciata in primo grado. La regola da applicare è quella del giudizio controfattuale: il nesso di causalità tra omissione dell’imputato e morte del paziente deve essere riscontrato in base a un giudizio di alta probabilità logica; non solo, quindi, in base a un ragionamento deduttivo fondato su generalizzazioni scientifiche, ma anche in base a un giudizio induttivo, elaborato sul fatto storico e sulle particolarità del caso concreto.

Si legge infatti nella sentenza: “In definitiva, il rapporto di causalità tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica; sicché esso è configurabile solo se si accerti che, ipotizzandosi come avvenuta l’azione che sarebbe stata doverosa ed esclusa l’interferenza di decorsi causali alternativi, l’evento, con elevato grado di credibilità razionale, non avrebbe avuto luogo ovvero avrebbe avuto luogo in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva”.

E ancora: “Deve osservarsi che sarebbe superfluo accertare se l’imputato sia giunto sul posto prima o dopo la morte del paziente, visto che si evince dalla sentenza impugnata che il suo intervento, in considerazione delle cognizioni mediche e delle circostanze del caso concreto, non avrebbe potuto salvarlo con l’alto grado di credibilità razionale, e cioè di elevata probabilità logica o probabilità prossima alla certezza richiesto, secondo l’elaborazione giurisprudenziale, ai fini della configurabilità del nesso causale”.

Inoltre: “Occorre sottolineare che, in conformità all’insegnamento ripetutamente impartito da questa Corte, in presenza di una causa estintiva del reato, si riscontra comunque l’obbligo del giudice di pronunciare l’assoluzione dell’imputato per motivi attinenti al merito, laddove gli elementi rilevatori dell’insussistenza del fatto, ovvero della sua non attribuibilità penale all’imputato, emergano in modo incontrovertibile, tanto che la relativa valutazione da parte del giudice sia assimilabile più al compimento di una ‘constatazione’ che a un atto di ‘apprezzamento’, e sia quindi incompatibile con qualsiasi necessità di accertamento o di approfondimento”.

Secondo la Corte di Cassazione, infine, sono pure contraddittorie le dichiarazioni dell’unica testimone, ossia la convivente della vittima. Dalla sentenza di primo grado si evince che, quando partì la telefonata al 118, l’uomo aveva già perso conoscenza. Dalla pronuncia d’appello emerge invece che la vittima era cosciente, anche se respirava male.

Redazione Nurse Times

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Catania, ancora una beffa per la dottoressa Strano: niente indennizzo per lo stupro subito

L’assicurazione glielo ha negato “perché il diritto risulta prescritto”. Il commento della vittima: “Mi hanno lasciata sola a combattere. Avverto un senso di profonda ingiustizia”.

Fu aggredita e stuprata il 18 settembre del 2017, durante il suo turno di servizio all’ambulatorio della Guardia medica di Trecastagni (Catania). Ma le beffe sembrano non finire mai per la dottoressa Serafina Strano: non solo il giudice, nell’aprile del 2018, comminò al suo aggressore, Alfio Cardillo, una condanna a “soli” otto anni (contro i quindici chiesti dal pubblico ministero), ma ora l’assicurazione ha respinto la richiesta di risarcimento perché “il diritto all’indennizzo risulta prescritto”. Il commento della vittima trasuda indignazione: “A due anni da quell’episodio avverto un forte senso di rabbia e un profondo sentimento di ingiustizia”.

In pratica, la compagnia assicuratrice ha equiparato la violenza sessuale subita dal medico a un banale sinistro stradale. “Paradossalmente il mio aggressore è in carcere, tutelato dallo Stato, e io sono rimasta sola a combattere – dice lei, puntando il dito anche contro l’Asp Catania, da cui dipende –. Si tratta di una polizza per infortuni, stipulata dall’Azienda sanitaria per ogni medico della guardia medica. La pratica di risarcimento era stata aperta d’ufficio dall’Aspsubito dopo la violenza che ho subito, ma da allora nessuno si è preoccupato di darmi notizie. L’ufficio legale dell’Azienda non ha fatto nulla, e ora mi dicono che la documentazione avrei dovuto inviarla io. Ho chiesto più volte chiarimenti, ma dallo stesso ufficio legale hanno continuato a dirmi che era tutto a posto. Adesso basta! Voglio conto e ragione di questa storia e di quanto è successo. Sono pronta pure a fare causa all’Asp Catania“.

Strano, che ha scritto inutilmente anche a esponenti delle istituzioni e del Governo, è un fiume in piena: “Finora ho aspettato, ma dopo quanto è successo con l’assicurazione non lo farò più. Sono stata invitata a riunioni e conferenze stampa, persino a far parte di un comitato. Ho ricevuto tante parole di solidarietà e vicinanza, ma nei fatti non ho ottenuto nulla. Non dovevo arrivare a fare tutte queste cose da sola. Sono tornata in servizio in un posto dove mi hanno ricollocata e dove sostanzialmente faccio la tappabuchi malpagata. L’Asp mi ha sempre fatto la guerra, la storia dell’indennizzo è solo l’ultima presa in giro”.

Ricordiamo infine che la
dottoressa, all’epoca della sentenza, non mancò di lanciare strali all’indirizzo
dell’Ordine provinciale dei medici. “La
condanna l’ha decisa un giudice. Sarà anche giusta, non sono un’esperta, ma a
me resta l’amarezza dell’assoluta indifferenza dell’Ordine dei medici di
Catania, che mi ha lasciata sola, senza costituirsi parte civile nel processo.
Trovo scandaloso che, nonostante la mia segnalazione, non sia stato al mio
fianco, ignorando il mio caso”.

Redazione Nurse Times

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Questione precari, Mobilità Infermieri Puglia non resta a guardare: “Pronti allo stato di agitazione”

Riceviamo e di seguito pubblichiamo la lettera che il gruppo ha inviato ai destinatari sotto indicati.

Rivolgiamo questa lettera al presidente Michele Emiliano, al direttore del Dipartimento Promozione Salute, Vito Montanaro, a Ircss pubblici del Servizio sanitario regionale vari, ai direttori generali delle Asl e aziende ospedaliero-univeristarie, a organizzazioni sindacali e Opi provinciali.

Da ormai qualche settimana, sulle varie testate giornalistiche, circola
la richiesta da parte degli infermieri precari pugliesi e da parte di qualche
sindacalista di modificare i termini della Legge Madia e addirittura di modificare
le percentuali previste per la mobilità del concorsone. Tutto questo è
assolutamente inaccettabile, e il gruppo di infermieri fuorisede già vincitori
di concorso pubblico, interessati alla mobilità, non starà certo a guardare. Proclama
quindi un importante stato di agitazione qualora si dovesse procedere ancora
con stabilizzazioni così tanto bramate.

Centinaia di infermieri sperano di tornare nella loro terra natia. Sono
figli, genitori che con estrema difficoltà e sacrificio lavorano nelle varie
Asl, soprattutto del Nord Italia. Sarebbe ingiusto negare loro possibilità di
rientrare nella loro amata Puglia. Vorremmo ricordare quanto detto dal presidente
Emiliano circa un anno fa: “Al fine di
garantire l’erogazione dei livelli minimi di assistenza sanitaria e di non
generare nuovo precariato si ritiene opportuno l’espletamento di una nuova
procedura concorsuale accentrata a livello regionale”. E in riferimento
alla predetta procedura: “Facendosi
carico di analoga procedura centrata di mobilità”.

In accordo con il presidente Emiliano, riteniamo indispensabile
procedere con nuove forme di reclutamento ed eliminare definitivamente il
precariato. Ci sono decreti legislativi che devono essere rispettati e non si
può pretendere che la Regione Puglia agisca a prescindere da questi. La Legge
Madia prevede termini e criteri ben chiari sull’argomento stabilizzazione.
Inoltre il lavoro a tempo flessibile deve essere adottato esclusivamente nella
posizione di sostituzione, e non deve essere la prassi a cui ricorrere per
salvar le sorti delle unità operative dei vari presidi.

La legge Madia afferma inoltre: “Nell’ambito del piano triennale le
amministrazioni sono tenute a procedere all’ottimale distribuzione delle
risorse umane attraverso la coordinata attuazione dei processi di mobilità e di
reclutamento del personale (nuovo comma 2 dell’art. 6). Il piano triennale, a
tale scopo, deve indicare le risorse finanziarie destinate alla sua stessa
attuazione, nei limiti delle risorse quantificate sulla base della spesa per il
personale in servizio e di quelle connesse alle facoltà assunzionali previste a
legislazione vigente”.

Chiediamo quindi di procedere al più presto con il concorsone già da
tempo annunciato, mantenendo le percentuali dichiarate durante l’ultimo
incontro avvenuto con le organizzazioni sindacali e l’Asl Bari. Proponiamo di
utilizzare le graduatorie sia del concorso che della mobilità fino ad
esaurimento. Questo per permettere a una più vasta platea di infermieri di
partecipare, e per garantire un’adeguata assistenza anche negli anni a venire,
senza dover ricorrere ancora a contratti a tempo determinato e a eterni
rinnovi.

È nostra premura ricordare a tutti che l’accesso al pubblico impiego
avviene solo ed esclusivamente tramite concorso, come stabilito dall’art. 97 della
Costituzione e dal Decreto legislativo 165/2001, dove è previsto che “l’assunzione
nelle amministrazioni pubbliche avviene con contratto individuale di lavoro
tramite procedure selettive volte all’accertamento della professionalità
richiesta”. Pronti a dichiarare uno stato d’agitazione e a farci sentire in
ogni sede competente e responsabile, nel rispetto di tutte quelle leggi che
regolamentano le assunzioni in sanità, chiediamo agli organi sopra citati di
garantirci rispetto professionale e legislativo.

Redazione Nurse Times

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Sanità, il viceministro Sileri promette “2 miliardi in più”

Serviranno per edilizia e ammodernamento tecnologico. Tanti i temi trattati nell’intervento al Congresso nazionale Sumai Assoprof.

“Vi confermo che ci saranno 2 miliardi in più in manovra di bilancio per la sanità non ci saranno tagli. Anzi, ci saranno più soldi”. Così il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, dal palco del 52esimo Congresso nazionale Sumai Assoprof, in corso di svolgimento a Gardone Riviera (Bs).

I 2 miliardi serviranno per l’edilizia sanitaria e l’ammodernamento tecnologico: “Quando il
sistema sarà ripartito, potremo ricominciare a parlare del regionalismo
differenziato. Altrimenti avremo sempre chi offre una sanità di serie A e chi
la offre di serie B. Il sistema ha molte eccellenze e qualche inefficienza. Su
queste ultime dobbiamo intervenire. Abbiamo fallito, ad esempio, con i
commissariamenti, e le Regioni lo sanno. Non è possibile commissariare un
intero sistema se non funzionano alcune parti. Dovremo rivedere la logica,
intervenendo con commissariamenti chirurgici, che non colpiscano intere regioni,
dove ci sono anche eccellenze”.

A proposito di autonomia
differenziata: “Da parte di questo Governo non c’è nessun passo indietro, ma solo un
nuovo modo di ragionare. Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a tagli
costanti, per un totale di 57 miliardi di euro, che ci hanno tramortiti. Il
sistema, in effetti, non era più sostenibile, ma alcune Regioni sono rimaste in
ginocchio. Altre, specie al Nord, e penso per esempio all’Emilia Romagna, sono
riuscite a rendere efficiente il sistema là dove c’erano sprechi. Di contro, ci
sono Regioni del Centro-Sud che non sono
riuscite a fare lo stesso e sono rimaste in ginocchio. Chiaro che, davanti a un
quadro del genere, c’è qualcuno che ha paura del regionalismo, perché ha
vissuto gli anni passati”.

Capitolo carenza dei medici, tema caro al Sumai: “I medici non mancano. Mancano gli specialisti, e lo sappiamo. L’anno scorso sono state aumentate le borse, ma in misura ancora insufficiente. Parliamo di 1.800 unità, che è comunque un gran numero, perché in passato non era stato fatto. Sarebbe necessario passare a 6mila, ma capite bene che nel momento in cui si riparte le risorse vanno usate con una certa parsimonia per via di vari problemi. Stiamo lavorando per aumentare le borse anche il prossimo anno. Nel mentre, ci sono borse che vanno scoperte, e questo è un problema di attrattività del sistema. Per renderlo attrattivo bisognerà dare garanzie. Con il Decreto Calabria ci si è provato, perché gli specializzandi all’ultimo anno possono accedere ai concorsi”.

E ancora: “Sono stato
sumaista dal 2005 al 2008, e arrivavo a venti ore settimanali. Sono d’accordo sul
fatto che un modo per sopperire alla carenza di specialisti è aumentare le ore.
È stato fatto temporaneamente in alcune aree della Calabria, ma bisognerebbe
farlo in tutta la regione. E credo che bisognerebbe farlo in tutto il Paese, ma
dobbiamo trovare i fondi necessari. Da presidente di Commissione, mi ero già impegnato
a lavorare su questo, e oggi rinnovo il mio impegno”.

Altro tema caldo, sollevato dalle parole pronunciate di recente dallo stesso Sileri, è quello dei medici al lavoro oltre i 70 anni: “Non nego di averlo detto, e lo confermo, aggiungendo che andrei anche oltre. Se ci sono persone formate, è giusto che i più giovani diventino primari. Ma se il vecchio primario vuole lavorare in una zona dove c’è bisogno, come misura emergenziale e per un periodo stabilito nel tempo, non vedo perché no: tanti medici ‘anziani’ hanno ancora molto da dare. Prima, però, vanno fatti i concorsi per i giovani”.

Infine la spinosa questione delle nomine in sanità: “In alcune aree del Nord i direttori
generali sono andati bene e le strutture hanno funzionato perfettamente. Invece
al Sud, per via di scelte compiute dalla politica, non hanno funzionato. E
siccome la verità sta nel mezzo, noi vogliamo che la politica non entri nella
gestione degli ospedali: i dirigenti vanno scelti in base alle loro abilità. Ma
è pur vero che dobbiamo riconoscere agli assessori regionali alla Sanità una
certa autonomia di indirizzo verso linee programmatiche sanitarie per il
territorio specifico, per la specifica area, per la specifica branca. Il disegno
di legge che abbiamo presentato svincola la nomina dalla politica attraverso
una graduatoria di merito”.

Redazione Nurse Times

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Infarto nella notte: rubati tutti i farmaci e bombolino dall’ambulanza mentre l’equipaggio è in casa del paziente

Un’ambulanza della postazione 118 di Grumo ha subito un incredibile furto nel corso di un intervento urgente.

Il vile gesto è stato scoperto dopo pochi minuti da uno dei soccorritori che, pochi minuti dopo, è tornato in strada per mettere in sicurezza il mezzo. Nonostante la sottrazione di materiale, il soccorso è andato a buon fine. L’uomo è stato trasportato d’urgenza in ospedale. Dopo il trattamento ricevuto si trova ricoverato in Emodinamica. Sull’accaduto stanno ora indagando i Carabinieri.

L’equipaggio inviato in codice rosso nel piccolo comune in provincia di Bari per un uomo colto da infarto, ha riscontrato come durante l’intervento in casa del paziente, qualcuno si sia introdotto nel mezzo di soccorso rubando il borsone contenente i farmaci ed un bombolino di ossigeno.

Simone GussoniL’articolo Infarto nella notte: rubati tutti i farmaci e bombolino dall’ambulanza mentre l’equipaggio è in casa del paziente scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.