Convegno Slow Nursing 2020: “Essere o non essere infermiere: la cura della professione”

L’evento è in programma il 7 marzo a Mestre. Di seguito l’invito a cura del coordinatore Luciano Urbani.

Cari amici, questo è un invito a
partecipare al VI° Convegno del
Laboratorio di pensiero Slow Nursing, in programma il 7 marzo 2020 a Mestre (vedi allegato). Ma perché partecipare?
Perché è una occasione per portare un contributo a una discussione libera e
franca sul tema della cura e della società.

È questa una possibilità di dialogo unica
nel panorama attuale. Infatti emerge una domanda: c’è bisogno di un nuovo
illuminismo? Ebbene, sembra sia ormai indispensabile “illuminare” la mente
degli uomini, distratti da notizie false e convinzioni senza fondamento
scientifico.

Strumenti indispensabili sono l’esercizio
della critica e della ragione, non fermarsi alla superficie, ma praticare il
dubbio per ricercare la verità. Ma la sola illuminazione non è sufficiente, se
non viene completata da una conseguente scelta a un comportamento etico.

Vi invito quindi a scrivere qualche
pensiero, riflessione, ispirazione, suggerimento, suggestione, provocazione,
utile per la discussione, che verrà inserito negli Atti 2020. In più,
quest’anno si aggiunge la sessione “Mi ricordo”, per brevi tracce di memoria
del proprio vissuto ed esperienze sulla cultura, la cura della salute e la
società.

Questo lo spot del convegno 2020: https://youtu.be/14RHHT4QpU4.

È possibile inviare il contributo per la
discussione prima del convegno, ma anche dopo il convegno, entro maggio 2020. Questo
il link agli Atti 2019 appena completato con la preziosa presentazione del
professor Davide Spanio: https://www.inferweb.net/Mestre%202019/ATTI%20%20CONVEGNO%20SLOW%20NURSING%202019%20PDF.pdf

Nel sito ci sono tutti gli atti, audio e
video dal 2014 a oggi (https://www.inferweb.net/index.htm).

Luciano UrbaniCoordinatore Slow Nursing

ALLEGATO: Convegno Slow Nursing 2020 – Locandina

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Sviluppata super stampante 3D: riproduce il corpo umano in due ore

Chiamata Harp, promette di accelerare la messa a punto di trattamenti medici personalizzati.

I ricercatori della Northwestern
University hanno sviluppato una nuova, futuristica stampante 3D, così
grande e così veloce da poter stampare un oggetto delle
dimensioni di un essere umano adulto in un paio d’ore.
Battezzata Harp (High-area rapid
printing), la nuova tecnologia consente una produttività da record e, secondo i
ricercatori, potrà accelerare i successi della medicina personalizzata, grazie anche alla stampa di “pezzi di
ricambio” del corpo umano perfettamente su misura.

Il prototipo, si legge su Science, è alto quasi 4 metri e può
stampare circa mezzo metro in un’ora. Inoltre è in grado di
produrre sia parti singole grandi
che più pezzi di ridotte dimensioni contemporaneamente. Secondo Chad A. Mirkin della Northwestern, che
ha guidalo lo sviluppo del prodotto, Harp sarà disponibile in commercio nei
prossimi 18 mesi e prometterà di rivoluzionare la produzione di oggetti
tridimensionali su misura. La super stampante, spiegano gli
ideatori, potrà essere usata per scopi medici: riprodurre ossa, vertebre e
altre parti del corpo
umano, per mettere a punto device e dispositivi sanitari, ma anche per stampare pezzi di aerei e parti di costruzioni.

“Questa nuova stampante
– commenta Giuseppe Novelli,
genetista dell’Università di Roma Tor Vergata – incrementa e migliora quanto già si poteva fare in medicina con il
bioprinting, che ci offre oggi valvole cardiache in 3D. Grazie a questa
tecnologia sarà possibile ottenere organi semplici per i trapianti. Penso, ad
esempio, alla vescica. Attraverso 1’imaging possiamo conoscere le dimensioni
esatte della vescica di un paziente, e la stampante 3D sarà in grado di produrne una ‘tagliata su misura’ per
lui”.

Sembra fantascienza, ma è una delle scommesse della ricerca: “Esistono già aziende, tra cui la
Organovo di San Diego, che sviluppano tessuti umani
tridimensionali funzionali per la ricercamedica e le
applicazioni terapeutiche. Pensiamo anche a mini-organi biologici per testare
farmaci innovativi. Grazie alle stampanti 3D si possono
riprodurre versioni semplificate ma tridimensionali di organi umani, per vedere
come agiscono davvero i medicinali sperimentali. Questo ridurrà, e di molto, i
tempi della sperimentazione farmaceutica. Inoltre, con questo tipo di
dispositivi, migliorerà la produzione di parti di ossa e
cartilagine su misura”.

Insomma, si tratta di un filone di ricerca “che dalla fantascienza entrerà sempre più
nella vita quotidiana delle persone, grazie a dispositivi medici innovativi,
destinati a cambiare la qualità e l’approccio alle cure”. Con
un’ottica sempre più “su misura” e mantenendo al contempo l’efficacia dei
tradizionali regimi a tre farmaci.

Redazione Nurse Times

Fonte: PharmaKronos

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Allarme nanoparticelle: causano tumori al cervello

Lo rivela una ricerca canadese sulla pericolosità delle sostanze inquinanti che fuoriescono dagli scarichi dei veicoli.

Le nanoparticelle fuori controllo
provocano tumori al cervello. L’Ue
vuole limitale. I costruttori auto chiedono tempo. Un esclusivo studio
canadese, pubblicato prossimamente sulla rivista Epidemiology, dimostra per la
prima volta che le particelle ultrafini emesse da fonti inquinanti come il traffico stradale provocano tumori
cerebrali.

La scoperta lancia un
nuovo allarme sulla pericolosità per la salute delle nanoparticelle, composti
chimici con diametro inferiore a 100 nanometri (mille volte più sottili di un
capello). Questi inquinanti infinitesimali non sono ancora pienamente
regolamentati a livello europeo. Pertanto sfuggono ai controlli e fuoriescono a
iosa dai tubi di scappamento. Si parla di decine di migliaia di miliardi a
chilometro percorso. Ma l’industria automobilistica si oppone a una rapida
riforma legislativa che ne limiti l’emissione.

Le regole Ue vigenti
per l’omologazione delle auto fissano limiti solo per le particelle di
dimensione minima di 23 nanometri. Tuttavia nuove tecnologie di misurazione
hanno recentemente svelato che ogni giorno, nelle nostre città, respiriamo
invisibili sciami di particelle inferiori ai 2,5 nanometri (9 volte inferiori a
quelle normate), che sono ancora più micidiali: sono così piccole che riescono
a penetrare in profondità nei tessuti dell’organismo umano, compreso il cervello
appunto.

Le quantità esatte di
particelle in circolazione sono ancora difficilmente determinabili, variando a
seconda del posto e della stagione. Le agenzie ambientali nazionali non ci
hanno ancora informato poiché, in base alla Direttiva europea sulla qualità dell’aria, le stazioni pubbliche di
monitoraggio dell’inquinamento atmosferico hanno l’obbligo di misurare solo le
concentrazioni di particelle di 2,5 micrometri (2.500 volte più grandi delle
nanoparticelle).

“Un aumento di 10mila nanoparticelle per centimetro cubo
è responsabile di circa un nuovo caso di tumore cerebrale ogni 100mila persone – afferma Scott Weichenthai, autore dello studio condotto nella città di Toronto
(oltre 6 milioni di
abitanti nell’area urbana) e professore associato al Dipartimento di Epidemiologia,
biostatistica e salute del lavoro dell’Università McGill di Montreal –. Per
stabilire tale correlazione è necessario studiare una popolazione molto ampia e
disporre di un modello di esposizione alle nanoparticelle specifico per la località
studiata. Pertanto i nostri risultati non sono automaticamente
applicabili in qualsiasi altra città”.

Concorda Massimo Stafoggia, esperto del
Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio, che sta attualmente
pianificando un’indagine nella Capitale per quantificare le vittime di malattie cardiovascolari indotte dallo
stesso tipo di particelle: “Per
ottenere anche nelle grandi città italiane gli stessi risultati riscontrati a
Toronto occorrerebbe ripetere lo studio localmente usando una popolazione altrettanto
cospicua”. Giusto per dare un generico ordine di grandezza, si può
stimare che a Roma (4 milioni di abitanti) 40 persone muoiono ogni anno di
tumore al cervello a causa delle nanoparticele, sempre che si possano operare i
medesimi calcoli fatti a Toronto.

Altri studi,
pubblicati di recente, confermano che le nanoparticelle colpiscono tutte le
parti del corpo, contribuendo all’insorgere di numerose patologie, compreso il diabete. A salvarci dalle
particelle killer non basterà l’uscita dal diesel, finora demonizzato in
seguito allo scandalo delle emissioni truccate di biossido di azoto (N02).
Nuovi test autofinanziati dall’Ue rivelano infatti che i motori a benzina e gas
naturale emettono addirittura più nanopaticelle nocive che i motori diesel euro
6 (dotati di filtri antiparticolato più efficaci), nonostante rispettino le
soglie in vigore per le particelle più grandi. I quantitativi rilasciati dai
due tipi di carburanti sarebbero rispettivamente 100 e 10 volte superiori
rispetto ai nuovi diesel.

La Commissione
europea sta già lavorando a un piano per imporre limiti più stringenti alle
emissioni di tutte le tipologie di auto in modo da minimizzare anche il
rilascio di particene ultrafini. Ma la tempistica per l’approvazione di norme
che tutelino maggiormente la nostra salute resta incerta. Il processo è
iniziato nell’ottobre 2018 con la conferenza sul futuro della legislazione
sulle emissioni, a seguito della quale e stato istituito un gruppo di esperti a
Bruxelles, riunitosi per la seconda volta venerdì scorso.

Alle riunioni
partecipano sia le Ong sia l’Associazione
europea dei costruttori auto.
Quest’ultima ha chiesto un periodo di transizione per dotare i futuri veicoli
dei necessari sistemi anti-nanoparticelle, alludendo al preavviso di quattro
anni tradizionalmente accordato all’industria dalla legislazione Usa. “Non e neanche ancora appurato che
nuovi limiti di emissione post euro 6 siano necessari – afferma Kasper Peters, portavoce
dell’Associazione –. I nuovi standard potrebbero essere adottati,
ma anche non esserlo. Sarà tutto da vedere”.

La tabella di marcia è
fitta di procedure burocratiche che rischiano di allungare i tempi. La
Commissione Ue ha commissionato due indagini scientifiche e due altri studi:
uno per analizzare la legislazione internazionale e le possibili opzioni
legislative a livello Ue e un secondo per valutare la fattibilità
tecno-economica e l’atteso impatto dei nuovi limiti di emissione. L’avanzamento
di vari lavori, che non saranno completati prima della fine del 2020, sarà
seguito dal gruppo di esperti che continuerà a riunirsi ogni trimestre. Una
proposta normativa concreta della Commissione non è ancora stata messa in
calendario.

Redazione Nurse Times

Fonte: il Fatto Quotidiano

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Iss: “Sotto stress, le cellule di uomini e donne reagiscono diversamente”

È il risultato di uno studio condotto dai ricercatori del Centro di riferimento per la medicina di genere dell’Istituto Superiore di Sanità.

Un’altra evidenza scientifica conferma che essere uomini o donne condiziona l’insorgenza e il decorso delle malattie, come pure la risposta alle cure. È quanto ha osservato un gruppo di ricercatori del Centro di riferimento per la medicina di genere dell’Iss, che in uno studio pubblicato sulla rivista internazionale Cell Death and Disease, in collaborazione con ricercatori dell’Università di Bologna e del Cnr di Roma, è riuscito a identificare alcuni componenti molecolari alla base della diversa risposta delle cellule maschili (XY) e femminili (XX) agli stress, capaci di attivare i processi di morte cellulare (apoptosi) o di indurre meccanismi protettivi (autofagia).

“In generale – spiega Paola Matarrese dell’Iss,
coautrice della ricerca – le cellule
maschili (XY) rispondono allo stress andando incontro a morte programmata
(apoptosi), una forma di suicidio cellulare regolato, mentre le cellule
femminili (XX), in risposta allo stesso stress, attivano meccanismi di
sopravvivenza (autofagia) e resistono alla morte cellulare”.

“Alla base di queste differenze – sostiene Anna Ruggieri del Centro Iss per la salute genere specifica – potrebbe essere coinvolto un microRNA (miR548am-5p) che, proprio per questo, è stato oggetto del nostro studio”. I microRNA sono corte sequenze di materiale genetico che regolano l’espressione dei geni e sono pertanto in grado di cambiare il destino delle cellule, modificandone le funzioni, la specializzazione e la capacità proliferativa.

È noto che i
microRNA hanno un ruolo di rilievo in molte malattie, dai tumori alle malattie
infettive e autoimmuni, nelle quali si sono osservate alterazioni dei loro livelli
di espressione. Inoltre ogni microRNA è in grado di regolare numerosi geni,
generando potenzialmente un effetto a cascata di grandi proporzioni. Sono
presenti anche sui cromosomi sessuali, e in particolare sul cromosoma X.

Le cellule delle
donne hanno due cromosomi X, mentre le cellule degli uomini hanno un solo
cromosoma X e un cromosoma Y. Per mantenere un equilibrio nel numero di geni e
di proteine, nelle cellule femminili uno dei due cromosomi X rimane inespresso,
viene cioè inattivato. Alcune porzioni del cromosoma X sfuggono però
all’inattivazione. Questo significa che, le donne, rispetto agli uomini, hanno
un numero doppio di quei geni che si trovano proprio nelle zone del cromosoma X
sfuggite all’inattivazione.

Partendo da un’analisi bioinformatica, il gruppo di ricercatori ha selezionato alcuni microRNA localizzati proprio in quelle regioni del cromosoma X che sfuggono all’inattivazione, identificandone alcuni che sono quindi espressi maggiormente nelle cellule femminili. I ricercatori hanno così verificato sperimentalmente che il miR548am-5p era presente in cellule femminili umane (fibroblasti di cute) a livelli cinque volte maggiori rispetto alle stesse cellule maschili ed era direttamente coinvolto nella regolazione del destino cellulare (apoptosi o sopravvivenza). “In particolare – continua Ruggieri – l’alto livello del miR548am-5p nelle cellule femminili sarebbe responsabile della maggiore resistenza a diversi tipi di stress, attraverso la regolazione di alcuni geni, come Bax e Bcl2, coinvolti nei meccanismi di morte mediata dai mitocondri”.

“La scoperta che non solo geni, ma anche elementi regolatori della loro espressione siano presenti in quantità diverse tra uomo e donna – conclude Matarrese – dimostra ancora una volta come la biologia dei due sessi sia fondamentalmente diversa, e come tale vada affrontata. Una delle importanti ricadute di questa scoperta è dunque il potenziale utilizzo di questi microRNA come biomarcatori di quelle malattie che colpiscono i due sessi in maniera diversa, oltre che come nuovi bersagli terapeutici sesso-specifici”.

A ciascuno la sua salute, insomma. L’80% dei pazienti con malattie autoimmuni (per esempio, lupus, artrite reumatoide, tiroidite di Hashimoto) sono donne. Alcune malattie neurologiche, come il Parkinson e l’Alzheimer, mostrano significative differenze di incidenza nei due sessi: il Parkinson colpisce più gli uomini, l’Alzheimer maggiormente le donne. Le donne hanno una maggiore incidenza di fratture di femore e sono a maggior rischio di depressione. Gli uomini, invece, hanno un rischio maggiore di mortalità per cancro e di essere colpiti da malattie cardiovascolari in più giovane età.

Il genere influenza
anche la sintomatologia di molte
patologie. Per esempio, nel caso dell’infarto del miocardio, i sintomi possono
essere diversi nei due sessi, determinando talvolta un ritardo nella diagnosi,
soprattutto nelle donne. Allo stesso modo il cancro del colon nella
donna si localizza più frequentemente nel colon ascendente, ha meno sintomi
all’esordio e si manifesta successivamente con caratteri di urgenza.

A fronte di tante
differenze, le donne sono spesso penalizzate nelle cure, poiché i trial clinici sono effettuati quasi esclusivamente
negli uomini e le conoscenze sulla diversa risposta alle terapie nei due sessi
spesso non sono applicate nella pratica clinica. Ne consegue una minore
appropriatezza delle cure nel sesso femminile, almeno per alcune malattie,
rispetto a quello maschile.

Redazione Nurse Times

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Capelli da tutto il mondo a Santeramo (Bari) per aiutare chi lotta contro il cancro

Capelli da tutto il mondo a Santeramo (Bari) per aiutare chi lotta contro il cancro

La mission della onlus Un angelo per capello è donare parrucche ai malati oncologici.

Sono centinaia le buste gialle indirizzate all’associazione Un angelo per capello, con sede a Santeramo in Colle (Bari). Arrivano da tutta Italia e, talvolta anche da molto lontano. Come quella spedita da Teresa, che vive a Taipei (Taiwan) e ha scritto: “Nella speranza che i miei capelli riescano a trasmettere tutta l’energia positiva e la forza che hanno assorbito in questi anni”.

Sì, perché quelle buste gialle contengono capelli, tagliati e donati con uno scopo preciso: permettere l’acquisto di parrucche da destinare ai malati di cancro. Circa 50 parrucche nel 2018. Già 35 nel 2019. Ai donatori si chiede solo di rispettare qualche semplice regola: colore uniforme dei capelli, che devono essere lunghi almeno 25 centimetri. Si accettano anche donazioni anonime, e in cambio l’associazione pubblica sulla propria pagina Facebook un ringraziamento con le foto dei capelli ricevuti.

“In media ci arrivano
25-30 lettere a settimana – racconta il vicepresidente della onlus, Marco Ficarra –. Dipende dai periodi. La scorsa settimana, per esempio, erano 238. Ci
rivolgiamo a un’azienda di Bari, l’unica che accetta lo scambio: noi portiamo i
capelli ricevuti in dono, loro ci danno le parrucche”. Che costano sui 500
euro e non sono alla portata di tutte le tasche. A chi ne fa richiesta sul sito
non è chiesta la situazione reddituale, ma la documentazione che attesti la malattia
e il trattamento di chemioterapia. Oltre a un pizzico di buon senso: “Puntiamo sulla capacità di fare i conti con
la propria coscienza in momenti difficili come quelli della malattia. E infatti,
quando abbiamo detto ai richiedenti che aiutavamo persone con difficoltà
economiche, c’è stato chi ha fatto un passo indietro, dicendo che l’avrebbe
comprata”.

Presieduta da Anna
Valentina De Martino, Un angelo per capello è nata ufficialmente nel 2016,
dopo un’esperienza fatta qualche anno prima con tre giornate di raccolta di
capelli nella stessa Santeramo. E segue i malati con grande attenzione: “Se sono in zona, li invitiamo direttamente
in azienda per scegliere il modello che preferiscono. Altrimenti prendiamo
contatti telefonici e siamo noi stessi a mandare via WhatsApp una selezione di
parrucche, in modo da poter spedire quella preferita in pochi giorni”.

Il tutto avviene in
maniera gratuita: l’associazione si mantiene grazie alle donazioni dei
privati, che possono donarle il 5×1000, acquistare “bomboniere solidali” o
partecipare a eventi organizzati per Natale e per Pasqua. E l’abbraccio tra
mittenti e destinatari non conosce confini: “Ce
ne accorgiamo quando, per esempio, arriva una donazione dal Trentino e lo
stesso giorno la richiesta di una parrucca da Cefalù”.

Insomma,
un’iniziativa lodevole, che non manca di raccogliere attestati di gratitudine.
Come quello postato su Facebook da una donna di Latina: “Siete persone meravigliose. Ho inviato tutta la
documentazione di mia mamma appena sono iniziate le sue cure, sicura che, se
avesse avuto i requisiti, sarebbe passato del tempo. Invece mi avete risposto
con grande gioia subito, e altrettanto velocemente la parrucca è arrivata a mia
mamma. Senza nessun tornaconto, date alle persone forza e speranza”.

Redazione Nurse Times

Fonte: la Repubblica

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