La Asl Bari nega l’assistenza spirituale agli ammalati. La denuncia di Fials e Confsal

Riceviamo e pubblichiamo la nota dei segretari regionali delle OO.SS. Fials e Confsal Puglia

Sembra uno scherzo ma purtroppo è tutto vero.

La Fraternità Francesca di Betania ha comunicato che da domani il servizio di assistenza religiosa e spirituale, riguardante le visite ai degenti nei vari reparti dell’Ospedale di Terlizzi verrà sospeso.

La motivazione della sospensione risiede nella mancata approvazione da parte del Direttore Generale della ASL BA, dott. Antonio Sanguedolce, dell’apposita delibera di proroga del servizio.

Dopo i tagli ai servizi sanitari
motivati dalla necessità di ottenere risparmi alla spesa, adesso si taglia addirittura
anche l’assistenza religiosa offerta a titolo gratuito.

Probabilmente qualcuno pensa che per
scoraggiare la popolazione ad usufruire dei servizi dell’Ospedale di Terlizzi,
dopo la chiusura del Reparto Pneumologia e il trasferimento degli ambulatori di
Otorinolaringoiatria, Neurologia e Psicologia sia necessaria l’interruzione
anche dell’assistenza religiosa e ciò possa essere utile per giungere allo
smantellamento dell’Ospedale.

Nemmeno il comunista Nichi Vendola era arrivato a tanto, mentre Raffaele Fitto aveva espressamente previsto l’assunzione alle dipendenze del S.S.R. dei cappellani in ogni ospedale della Regione. Intervenga il Presidente Emiliano censurando i comportamenti che hanno portato a tale deplorevole situazione e disponendo che il Direttore Generale della ASL BA rinnovi immediatamente la convenzione con la Fraternità Francesca di Betania al fine di non far venir meno ai sofferenti ricoverati la preziosa assistenza religiosa.

Redazione Nurse Times

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Sigarette elettroniche: sono pericolose?

Proponiamo un interessante approfondimento sul tema a cura della nostra collaboratrice Milena Mazzone.

La sigaretta elettronica (spesso
abbreviata in e-cig, dall’inglese) è
un dispositivo che permette di inalare vapore, in genere aromatizzato,
contenente quantità variabili di nicotina, che raggiunge l’apparato respiratorio
senza che ci siano combustione del tabacco e danni a essa correlati. Nei
fumatori la pratica di aspirare dal cilindretto a forma di sigaretta – per la
quale è stato coniato il neologismo “svapare” – fornisce non solo la
nicotina di cui sente il bisogno l’organismo che ha sviluppato dipendenza, ma
anche un’esperienza tattile, olfattiva e gustativa che richiama quella della
sigaretta.

Le
e-cig contengono una quantità variabile di nicotina (tra 6 e 24 mg), che può
essere regolata in base alle esigenze individuali, in una miscela composta da
acqua, glicole propilenico, glicerolo e altre sostanze, tra cui gli
aromatizzanti. Alcuni modelli, invece, non contengono nicotina, ma solo un
vapore aromatizzato. Il dispositivo è composto da un inalatore (la cosiddetta
cartuccia, che contiene la sostanza liquida da nebulizzare), un atomizzatore
(l’elemento che scalda e vaporizza il liquido) e la batteria che alimenta
l’atomizzatore.

Il
principio è stato messo a punto per la prima volta in Cina, e questo tipo di
dispositivo ha avuto la prima diffusione significativa anche in Occidente
attorno al 2006. Secondo il Rapporto annuale 2016 sul fumo dell’Istituto Superiore
della Sanità, oggi circa 2 milioni di italiani fanno un uso, occasionale o
regolare, di sigarette elettroniche. Diversi studi, tuttavia, hanno segnalato
nel vapore prodotto dalle sigarette elettroniche la presenza di sostanze potenzialmente dannose.

Il glicole propilenico è considerato generalmente sicuro, anche se alcuni studi indicano che l’inalazione prolungata può dare origine a irritazione delle vie aeree, tosse e, in casi molto rari, asma e riniti. Il suo riscaldamento, unitamente a quello della glicerina, può inoltre produrre modeste quantità di formaldeide e acetaldeide, entrambi potenziali cancerogeni. sostanze usate per aromatizzare, come ad esempio il diacetile, sono associate all’insorgenza di bronchiolite obliterante, se inalate per lunghi periodi in alte concentrazioni.

Tra i possibili pericoli legati all’uso delle sigarette elettroniche non va poi dimenticato quello relativo all’intossicazione per contatto accidentale con il liquido a base di nicotina contenuto nelle cartucce, possibile se si usa la sigaretta elettronica quando si è sdraiati. Negli ultimi anni sono aumentate moltissimo anche le segnalazioni ai centri antiveleni relative all’intossicazione di bambini.

Secondo uno studio pubblicato nel febbraio 2017 sulla rivista Annals of Internal Medicine (finanziato da Cancer Research UK), è oggi ampio il consenso sul fatto che, in confronto al consumo tradizionale di prodotti del tabacco, le sigarette elettroniche assicurano una diminuzione del danno significativa per il fumatore e per chi gli vive accanto, riducendo significativamente, già a distanza di sei mesi, le sostanze cancerogene presenti nell’organismo. Tuttavia, rispetto alle rassicurazioni iniziali dei produttori sulla totale innocuità delle sigarette elettroniche e sulla loro efficacia come strumento per sconfiggere la dipendenza dalla nicotina, rimangono aperti alcuni punti interrogativi che richiedono ulteriori ricerche.

Per concludere, una revisione sistematica di tutti gli studi presenti nella letteratura scientifica, pubblicata sulla rivista Lancet Respiratory Medicine, ha evidenziato che addirittura l’uso della sigaretta elettronica da parte dei fumatori, che non sempre la usano con l’obiettivo di smettere, sarebbe associato a una minore probabilità di sconfiggere la dipendenza da nicotina. In sostanza, la sigaretta elettronica può rappresentare un’efficace misura per la riduzione del danno, anche se non è ancora del tutto chiaro se possa essere efficace anche rispetto agli altri metodi in uso per sconfiggere definitivamente la dipendenza da nicotina.

Milena Mazzone

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Infermieri: avviso pubblico per 2 borse di studio presso l’AOU Vanvitelli Napoli

Con la delibera del Direttore Generale dell’A.O.U. “Luigi Vanvitelli” n. 112 del 8/10/2019 si indice Avviso Pubblico per Conferimento di due borse di studio, della durata di un anno ciascuna, eventualmente prorogabili fino a un massimo di due anni, subordinatamente al trasferimento dei restanti fondi da parte della Società Roche S.p.a, da finanziare con un importo pari ad euro 40 mila omnicomprensivo (€ 20 mila all’anno per ciascuna borsa) per due laureati in Infermieristica

Art. 1 Oggetto dell’Avviso Pubblico

Le borse di studio, della durata di un anno ciascuna, saranno finanziate con un importo pari ad euro 40.000,00 (€ 20.000,00 per ciascuna borsa) da cui verranno detratti i contributi e gli oneri a carico dell’Azienda nonché i contributi e gli oneri a carico dei vincitori; tale finanziamento deriva dal contributo della Società Roche S.p.a. per il potenziamento delle risorse impiegate nell’assistenza infermieristica per l’attuazione del “Progetto di potenziamento delle prestazioni sanitarie dedicate ai pazienti affetti da sclerosi multipla”. Tali fondi sono disponibili presso il Servizio G.R.E.F. di questa Azienda.

Le borse saranno fruite presso la I e la II Clinica Neurologica di questa Azienda.

Art. 2 – Requisiti di ammissione

Gli aspiranti alla selezione per l’assegnazione della Borsa di studio devono essere in possesso dei requisiti
di seguito elencati:

Requisiti Generali

cittadinanza Italiana. Sono equiparati ai cittadini italiani gli italiani non appartenenti alla Repubblica. Per i cittadini degli Stati membri della Comunità Europea si applicano le disposizioni di cui all’art. 38 del D.Lgvo n. 165/01;idoneità fisica specifica alle funzioni da assolvere. L’accertamento dell’idoneità fisica è effettuata a cura dell’Azienda Ospedaliera, prima dell’inizio dell’attività oggetto della borsa di studio, con l’osservanza delle norme in tema di categorie protette:iscrizione nelle liste elettorali. Non possono accedere alla procedura per il conferimento della borsa di studio coloro che siano stati esclusi dall’elettorato attivo, nonché coloro che siano stati dispensati dall’impiego presso una Pubblica Amministrazione in presenza del conseguimento dell’impiego mediante la produzione di produzione di documenti falsi o viziati da invalidità non sanabile.La domanda di partecipazione deve pervenire dal giorno 23/10/2019 entro le ore dodici del 6/11/2019.

Redazione Nurse Times

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Boston, creato un farmaco personalizzato per curare la piccola Mila

La bambina è affetta dalla malattia di Batten. La nuova terapia sembra in grado di correggere il suo grave difetto genetico e potrebbe salvarle la vita.

Dalla medicina personalizzata alla medicina ultrapersonalizzata. Per la prima volta al mondo una paziente affetta da una malattia rara è stata curata grazie a un farmaco messo a punto solo per lei, che ha già prodotto qualche miglioramento. A riuscire in questa impresa, descritta sul New England Journal of Medicine, sono stati i ricercatori del Boston Children’s Hospital, mentre la protagonista della storia è Mila Makovec, una bambina di otto anni a cui è stata diagnosticata una rara patologia neurologica nel 2016.

Mila è affetta dalla malattia
di Batten, una condizione gravissima e incurabile, che di solito porta alla
morte entro l’adolescenza. I genitori erano increduli e disperati. Non
immaginavano affatto che alla loro piccola sarebbe toccato un così terribile destino.
Come racconta la mamma, Julia Vitarello,
la piccola sembrava scoppiare di salute fino ai tre anni. Poi i primi segnali
di allarme: problemi nel camminare, frequenti cadute, disturbi alla vista e
linguaggio confuso. Poco prima di compiere sei anni è stata ricoverata in
ospedale perché i suoi sintomi hanno iniziato a progredire.

I test hanno subito mostrato che il volume del cervello di
Mila si stava riducendo. Ulteriori test di laboratorio e genetici hanno infine
portato alla diagnosi di malattia di Batten, disturbo genetico del sistema
nervoso che può assumere varie forme a seconda della specifica mutazione
genetica coinvolta. Ma in tutti i casi questa malattia sembra influenzare i lisosomi, ossia i “cestini dei rifiuti”
delle cellule. Se i lisosomi non funzionano correttamente, la cellula accumula
rifiuti e muore.

Un’analisi dettagliata del genoma di Mila ha rivelato che la
piccola aveva una mutazione unica in un gene chiamato CLN7. I medici hanno scoperto che un pezzo extra di Dna si è
inserito in tale gene. Ciò significa che, quando la cellula cerca di leggere le
istruzioni del gene per produrre una proteina indispensabile per il lisosoma,
le istruzioni risultano sbagliate e impediscono alla cellula di produrre la
proteina completa. Da qui l’idea dei medici di utilizzare un trattamento
genetico che utilizza gli oligonucleotidi
antisenso, piccole molecole sintetiche che si legano alle istruzioni
genetiche errate del paziente, mascherando l’errore in modo da consentire la
produzione completa della proteina dei lisosomi.

I medici hanno chiamato il trattamento Milasen. Studi su campioni di cellule di Mila hanno suggerito che
Milasen potrebbe aiutare a salvare la funzione del lisosoma. Dopo le necessarie
approvazioni, Mila ha iniziato il trattamento a gennaio 2017. I risultati del
primo anno di cura hanno evidenziato un miglioramento delle convulsioni.
Tuttavia, prima che Mila iniziasse la terapia, ha perso la capacità di vedere,
parlare e camminare senza assistenza, e il trattamento non ha invertito questi
effetti. Milasen è ancora un farmaco sperimentale e non è adatto per il
trattamento di altre persone con malattia di Batten, ma suggerisce una nuova
strada per lo sviluppo rapido di nuovi
farmaci.

Redazione Nurse Times

Fonte: Il Messaggero

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Sondaggio Nursind: pessimo rapporto pazienti-infermieri in Piemonte

Un po’ ovunque ci si attesta tra 10 a 1 e 15 a 1. Meglio nella provincia di Biella.

In Piemonte il 52% degli infermieri in servizio nei reparti di degenza di area medica e chirurgica lavora con un rapporto paziente-infermiere uguale o superiore a 10 a 1. Di questi, solo il 16,1% lo dichiara, mentre il 28,5% si attesta su un rapporto che va da 10-15 a 1 e il 7,3% addirittura oltre il 15 a 1. Sono i numeri che emergono da un sondaggio svolto da Nursind Piemonte, considerando un campione di circa mille infermieri dei reparti di area medica e chirurgica di tutti i principali ospedali piemontesi.

Abbastanza uniforme è il dato nei grandi presidi della Città della Salute e di Torino. Anche in provincia i dati non cambiano (Rivoli, Chieri, San Luigi), mentre l’Asl To 4 spicca per maggiori difficoltà. Su un migliore rapporto paziente-infermiere si colloca la provincia di Biella: da 6 a 1 a un massimo di 9 a 1. Percentuali per niente confortanti nelle altre province: negli ospedali di Asti la quasi totalità degli infermieri che lavora nei reparti di area medica e chirurgica lo fa con un rapporto tra 10 a 1 e 15 a 1; idem per Alessandria, con alcune situazioni che superano il rapporto 15 a 1; lo stesso vale nel Verbano Cusio Ossola; non va meglio nelle province di Cuneo, Vercelli e Novara, dove il rapporto infermiere–paziente fatica a scendere sotto 10 a 1.

Un altro sondaggio Nursind ha evidenziato che 1’83%
degli infermieri molto spesso
non può rispettare le raccomandazioni ministeriali e i protocolli aziendali
previsti per ridurre il rischio di
errore durante la somministrazione della terapia. Il 57% ha affermato che
il tempo dedicato non è adeguato e 1’89% che durante la somministrazione è
sistematicamente interrotto. «È evidente
che per arrivare ad un rapporto paziente-infermiere adeguato
a tutelare la salute del cittadino mancano ancora all’appello qualche migliaio
di infermieri – dichiara Francesco Coppolella, segretario
regionale Nursind –. Serve stabilire, una volta per tutte, un
metodo di calcolo per definire il fabbisogno delle dotazioni organiche.
Chiediamo assunzioni e reali piani di fabbisogno».

Redazione Nurse Times

Fonte: CronacaQui

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