Maxi rissa tra pazienti in PS: lesioni e fratture ossee per gli infermieri in servizio

Una mancata precedenza in strada ha scatenato il finimondo nel Pronto Soccorso di San Benedetto del Tronto.

Gli attimi di nervosismo tra i giovani sarebbero iniziati lungo le vie cittadine, in un sabato sera come tanti. Forse a causa dei fumi dell’alcol, i due gruppetti a confronto avrebbero iniziato a litigare, per poi passare alle vie di fatto.

La rissa iniziata nelle trafficate vie del centro si è però conclusa nel corridoio del Dipartimento di Emergenza e Accettazione del nosocomio marchigiano.

A farne le spese sono stati anche cinque infermieri in turno, che hanno deciso di improvvisarsi pacieri cercando di riportare la calma tra i giovani.

Il risultato è stato però solamente quello di essere violentemente malmenati dai sei ragazzi, che si sono coalizzati contro i camici bianchi utilizzando addirittura le aste portaflebo come armi improprie.

Tutto ha avuto inizio per un diverbio in viale De Gasperi tra i due nuclei famigliari. Alla fine, ad avere la peggio sono stati gli operatori sanitari, che hanno riportato lesioni e fratture ossee con prognosi superiori ai 20 giorni.

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Pisa: manca l’infermiere di notte, collega del pomeriggio costretto a fermarsi fino alle 5 del mattino

L’incredibile vicenda di un infermiere in servizio per oltre 16 ore ore consecutive è stata denunciata da Leonardo Fagiolini, segretario generale della Cgil-Funzione Pubblica.

Il dipendente dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana, dopo aver svolto il proprio turno di pomeriggio presso l’unità operativa di Anestesia muscolo-scheletrica al centro grandi ustionati, si è visto costretto a prolungare il tuo proprio orario di servizio, iniziato poco dopo mezzogiorno, fino alle 5 di mattina.

«È veramente ridicolo che un’Azienda ospedaliera di queste dimensioni (4000 dipendenti, ndr) e di questo livello non sia in grado di darsi un’organizzazione capace di risolvere le assenze “quasi” improvvise e che l’unica soluzione sia costringere il personale che ha già fatto il turno pomeridiano a trattenersi anche per quasi tutto il turno di notte? 

L’ultimo episodio di una lunga serie di cui siamo venuti a conoscenza è accaduto all’unità operativa di Anestesia muscolo-scheletrica. L’ 8 ottobre un’annunciata assenza per il turno di notte, (comunicata 4 ore prima dell’inizio del turno) ha causato il “sequestro di persona” di un infermiere che è stato costretto a lavorare dopo il proprio turno pomeridiano anche il turno di notte fino alle 5, contravvenendo a tutte le normative sull’orario di lavoro».

Per il sindacato Cgil quanto accaduto sarebbe solo la punta di un iceberg, poiché il personale non sarebbe sufficiente: «ma questo lo diciamo da sempre e lo dimostra anche la quota esagerata di straordinari e ancora di più, le ore in eccedenza sui cartellini dei dipendenti fatte come straordinario e non retribuite come tali. 

Tutto questo comporta anche un depauperamento dei fondi dei dipendenti, e minori risorse per l’incentivazione o produttività. Il risultato? Dipendenti massacrati da orari impossibili e diminuzione delle risorse per l’incentivo; invece di essere premiati ci rimettono».Per Fagiolini il problema degli straordinari è enorme, «ma molto mascherato dalle ore non pagate. A questo punto preghiamo tutti i dipendenti di chiedere sempre lo straordinario, almeno il problema scoppierà in tutta la sua vera portata e l’Azienda sarà spinta sicuramente a fare delle assunzioni.

Come se tutto questo non fosse stato già sufficiente, nel mese di ottobre i dipendenti si aspettavano in busta paga dei soldi conseguenti alla chiusura fondi 2018, ma nonostante l’accordo sia di due mesi fa, abbiamo scoperto che slitterà al mese di novembre. Non ci siamo, l’Aoup faccia le assunzioni che sono necessarie, vada pure a battere i pugni in sede regionale, perché anche mantenere il numero del personale degli anni precedenti non è sufficiente, pochi erano e pochi rimangono, mentre i servizi aumentano, e le liste d’attesa si allungano».

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Senza infermieri NON c’è salute: la Mozione della Fnopi

Gli infermieri rivendicano il diritto al futuro del Servizio sanitario nazionale e della professione

Il Consiglio nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche, i 102 presidenti riuniti a Roma dalla Federazione nazionale, ribadisce in una mozione finale approvata all’unanimità “con forza e intende portare avanti con ogni mezzo il DIRITTO AL FUTURO della professione infermieristica, il DIRITTO AL FUTURO di un’assistenza accessibile, equa, sicura, universale e solidale, senza accettare più prese di posizione, deroghe o tempi di attesa con l’unico effetto di rimanere ancorati a un immobilismo pericoloso per l’assistenza e i diritti dei cittadini”.

Cosa vogliono gli infermieri? 

“Il diritto al futuro di un’assistenza accessibile, equa, sicura, universale e solidale – è scritto chiaro nella mozione – senza accettare più prese di posizione, deroghe o tempi di attesa con l’unico effetto di rimanere ancorati a un immobilismo pericoloso per l’assistenza e i diritti dei cittadini”. 

E proprio per questo i 450.000 infermieri considereranno come banchi di prova delle Istituzioni e della politica il Nuovo Patto per la Salute, la prossima Legge di Bilancio, e tutte le mozioni–provvedimenti legislativi e gli Accordi-Intese tra Stato e Regioni in corso di esame in Parlamento e in Conferenza Stato Regioni. 

“Solo questo – affermano – darà la vera misura della volontà di tutelare il nostro Servizio Sanitario Pubblico e di sostenere i diritti dei pazienti. Solo questo darà la misura della capacità di Governo e di attenzione al tema dell’effettività dei diritti dei pazienti”.

Per ottenere il risultato “il Consiglio nazionale FNOPI chiede ufficialmente ai ministri competenti, quello della Salute in prima battuta e alle Regioni, che si affronti in tempi brevi questo tema in modo strutturato, attingendo alle evidenze e sottraendolo alla strumentalizzazione politica. I presidenti danno inoltre mandato alla presidenza della Federazione di rappresentarli ai tavoli di analisi e discussione, multi-istituzionali e anche multi-professionali, per giungere a un’organizzazione condivisa e reale dei servizi e dell’assistenza che non sia la facciata di un palazzo vuoto di contenuti innovativi e solo pieno di vecchi ricordi di un’attività ormai lontana dai bisogni reali, ma la base per costruzione di un nuovo e più efficiente modello di Servizio sanitario nazionale”.

È una reazione decisa e determinata quella dei vertici delle professioni infermieristiche – infermieri e infermieri pediatrici – che rappresentano oltre 450mila iscritti, dei quali 270mila dipendenti del Ssn e oltre 115mila tra liberi professionisti e dipendenti di strutture assistenziali private che garantiscono ogni giorno l’assistenza ai bisogni di salute dei cittadini, soprattutto (ma non solo) ai più fragili (cronici, anziani, non autosufficienti, terminali ecc.). 

E lancia un preciso messaggio dopo lo stato di tensione interprofessionale che si è venuto a creare nelle ultime settimane/giorni, che invece di far avanzare il Servizio sanitario nazionale e i diritti dei pazienti, corre il serio rischio di attuare una regressione culturale dei rapporti tra professioni e delle politiche sanitarie pubbliche: “o si cambia, con coraggio e responsabilità, o si danneggia inesorabilmente il Servizio sanitario nazionale e non si va incontro ai reali bisogni dei cittadini”.

L’obiettivo di tutte le professioni sanitarie, si legge nella mozione, deve essere dare ai cittadini ciò di cui hanno veramente bisogno, disegnando i nuovi modelli basati su ciò che deve necessariamente venire anche dopo la diagnosi e la terapia: l’assistenza continua e la continuità tra ospedale e territorio, fino al domicilio del paziente. E il presupposto di tutto è e deve essere che i processi vanno costruiti insieme mettendo a disposizione il proprio sapere, quello di ogni disciplina.

In questo senso, sostengono i rappresentanti della professione, mettere in dubbio modelli ormai internazionalmente riconosciuti nel mondo e anche dai nostri maggiori partner europei utilizzando e confondendo definizioni come task shifting, che riguardano tutte le professioni, crea confusione e destabilizzazione nel prezioso rapporto con i cittadini e con gli assistiti che tutte le professioni devono avere secondo le proprie caratteristiche.

“L’obiettivo della professione infermieristica – si legge ancora nella mozione – non è altro che quello di rendere coerente l’esercizio professionale con le competenze acquisite costantemente nel corso degli anni, grazie ad uno specifico percorso di studi molto rigoroso e robusto, e in continua evoluzione.Non c’è alcun esproprio di professionalità o invasione di competenze altrui – sottolineano i 102 presidenti degli Ordini e il Comitato centrale della Federazione – atti questi che non devono essere nel pensiero di nessuno: nessun professionista vuole fare il lavoro di altri, nessun professionista che ha scelto una disciplina intende confonderla con quelle di altri”.  

Non sostenere questo percorso vuol dire sprecare risorse e competenze secondo la mozione, negare lo sviluppo, l’innovazione e il cambiamento di cui ha bisogno il Ssn per allinearlo e metterlo in grado di rispondere di più e meglio alle nuove sfide, ai nuovi bisogni delle comunità. Vuol dire anche negare lo sviluppo che da oltre 25 anni ha caratterizzato nel settore dell’assistenza, la professione infermieristica: dalle lauree ai master di primo e secondo livello, dai dottorati di ricerca alla docenza universitaria, dalla dirigenza alla responsabilità assistenziale dei pazienti, a partire dai servizi di emergenza-urgenza fino all’assistenza domiciliare e terminale.

Redazione Nurse Times

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Estricazione rapida vs KED: quale è più efficace per le vittime di incidente stradale?

L’obiettivo dello ricerca condotta da Joshua Bucher, Frank Dos Santos, Danny Frazier e Mark A. Merlin rispettivamente appartenenti alla Rutgers University, e alla Robert Wood Johnson Medical School è stato confrontare l’efficacia del Kendrick Extrication Device, comunemente chiamato KED e la manovra di estricazione rapida (RE) eseguita da personale del servizio di emergenza statunitense. 

I principali fattori analizzati sono stati i movimenti del capo della vittima, il comfort riferito dalla stessa (analizzato attraverso scala analogico visiva) ed il tempo necessario per l’estricazione.

Sono stati analizzati 23 casi per lo studio. Il team del servizio di emergenza medica (EMS) è sempre stato composto da un basic EMT ed un advanced EMT. Ogni soggetto è stato sottoposto a due scenari: nel primo ha dovuto utilizzare la RE, mentre nel secondo ha dovuto utilizzare un KED.

Dai risultati emersi il tempo impiegato per soccorrere la vittima utilizzando la RE è stato notevolmente inferiore. I movimenti della testa della vittima sono invece risultati essere significativamente maggiori utilizzando la RE.

Il peso della vittima ha marginalmente modificato l’efficacia del KED vs RE nei momenti successivi al posizionamento sulla tavola spinale (p= 0.029). Nessuna differenza statistica è stata riscontrata in relazione al comfort del paziente o al dolore riferito dallo stesso.

In conclusione, questo piccolo e limitato esperimento, ha dimostrato minori movimenti del collo della vittima utilizzando un KED versus RE. Tuttavia nei pazienti obesi i movimenti della colonna sarebbero risultati maggiori con il KED.

Ulteriori studi sono necessari per determinare se il KED possa migliorare in maniera significativa l’outcome nelle vittime di incidente stradale, in un’era sempre più contraddistinta da tecniche basate sulle evidenze scientifiche nei servizi di emergenza medica.

Simone Gussoni

Fonte
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Super trapianto alle Molinette: 4 organi ad un paziente in 15 ore per la seconda volta al mondo

È durato complessivamente quindici ore l’intervento record che si è svolto all’ospedale Molinette di Torino. Per la prima volta in Italia e in Europa (e per la seconda volta al mondo) un singolo paziente è stato sottoposto al trapianto di quattro organi in un’unica seduta operatoria.

A beneficiarne è stato un uomo di 47 anni, affetto da fibrosi cistica. Ha ricevuto polmoni, fegato e pancreas senza particolari complicazioni.

L’intervento si è concluso lunedì ed il paziente si trova ancora sotto ventilazione meccanica presso il nosocomio piemontese.

Il paziente era giunto al Policlinico di Bari venendo subito inserito in lista attiva per un trapianto di polmoni. Poi l’aggravamento ed il conseguente trasferimento a Torino grazie ad un volo di Stato per eseguire un trapianto di polmone in emergenza.

Un nuovo tracollo a seguito di una grave disfunzione del fegato ha però complicato il quadro clinico. Gli specialisti delle Molinette hanno tentato il tutto per tutto per trattare la fibrosi cistica sottoponendo l’uomo al delicatissimo intervento.

È stato così inserito nel Programma Nazionale di Trapianto in Emergenza e, poche ore dopo, si sono resi disponibili gli organi di un giovane donatore piemontese. Nella notte tra lunedì e martedì ha avuto inizio una lunga maratona chirurgica coordinata dal Centro Regionale Trapianti diretto dal professor Antonio Amoroso.

Due diverse équipe sono scese in campo, partendo da Torino per il prelievo degli organi. In sala operatoria si è svolta una vera e propria maratona tra le équipe chirurgiche ed anestesiologiche del Centro Trapianto di Polmone diretto dal professor Mauro Rinaldi e successivamente del Centro Trapianto di Fegato diretto dal professor Renato Romagnoli. 

L’intervento è iniziato con il trapianto dei due polmoni eseguito dal professor Massimo Boffini, coadiuvato dal dottor Paolo Lausi. Successivamente Romagnoli – coadiuvato dal dottor Damiano Patrono e dal dottor Francesco Tandoi – ha eseguito il trapianto di fegato e di pancreas. Romagnoli, peraltro, era reduce da altri due trapianti di fegato effettuati poche ore prima.

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