La Società Italiana Infermieri di Emergenza Territoriale replica alle accuse contro Venturi dei sindacati medici

Leggiamo, purtroppo senza particolare stupore, le prese di posizione di alcune sigle sindacali mediche contro quanto affermato in un dibattito pubblico dal Dr. Sergio Venturi

Quanto egli afferma è ovviamente, e così dovrebbe essere, lasciato alla valutazione di ognuno.

Ci preme ricordare a tutti che gli infermieri, in ogni ambito, non sono e non devono MAI essere visti o utilizzati come sostituti di altre professionalità, men che mai per motivi prettamente economici. Ciò detto la gran parte di quanto ascoltato non può non vederci d’accordo, in quanto riporta essenzialmente al buon senso, che in gran parte della annosa querelle sulle competenze è certamente mancato.

Richiama alla necessità di guardare con onestà intellettuale ad un modello di sanità, specie nell’area di nostro interesse, che sia innovativo, multiprofessionale e che veda, anche attraverso una sempre maggiore e progressiva responsabilizzazione, il riconoscimento del percorso di crescita, innegabile, compiuto dalla classe infermieristica e non solo.

Non è arroccandosi su posizioni non sostenibili, perché non sostenute dalle evidenze, che qualcuno manterrà lo status quo.

Ma è importante forse più di tutto il resto, in quanto Venturi afferma, il richiamo alla necessità che le professioni si (ri)approprino di loro stesse riguadagnando, diciamo noi, quella onestà intellettuale che talvolta chi riveste ruoli di “governo” delle stesse, a vario livello, può finire, ed in qualche caso ha effettivamente finito, col perdere.

È necessario comprendere che la Professione medica ha la grande opportunità di accompagnare il cambiamento, senza però voler imporre paletti anacronistici, ormai non più accettabili perché fuori dal tempo, a quella infermieristica.

Qualche norma è vecchia? Cambiamola. Meglio se insieme.

L’alternativa, dato che un processo di cambiamento epocale come quello in corso non è arrestabile, è lo scontro perenne, insensato e fratricida. Esattamente ciò di cui i cittadini non hanno bisogno.

La gente ammira coloro che hanno una visione del nuovo, che aprono una strada insolita, che hanno il coraggio di andare avanti. (Erich Fromm)

Società Italiana Infermieri di Emergenza Territoriale (SIIET)
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Il trattamento chirurgico della scoliosi: un metodo innovativo al “Buzzi” di Milano

Proponiamo un interessante contributo della nostra nuova collaboratrice Milena Mazzone.

La scoliosi idiopatica è una patologia che colpisce diversi bambini e adolescenti e consiste in una malformazione della colonna vertebrale legata a un’anomalia delle vertebre, che tendono a ruotare, deformando la spina dorsale in modo da farle “disegnare” una o più curve. Ad è trattata conservativamente con il corsetto. Vi sono, però, alcuni casi in cui tale trattamento non migliora la situazione. È il caso, ad esempio, di un paziente di 11 o 12 anni che, nonostante l’uso protratto del corsetto, presenta una curvatura di 40/50° COBB, che inevitabilmente lo candiderà a un intervento di artrodesi. Quest’ultimo consiste nel posizionare sulla colonna vertebrale, tramite il collegamento con le viti, delle barre in titanio, che renderanno però la colonna rigida, limitandone l’elasticità e il movimento.

Qui entra in campo una nuova tecnica chirurgica, indicata per i pazienti ancora in crescita, che prende il nome di sistema Globus Reflect e ha il vantaggio di correggere la curvatura della colonna senza renderla rigida. Tale tecnica nasce nel 2004 grazie a Peter Newton, primario della divisione di Ortopedia dell’Ospedale Pediatrico di San Diego, ed è attualmente in uso nel servizio di Ortopedia pediatrica dell’ospedale “Vittore Buzzi” di Milano, diretto dal dottor Luca Colombo, che ne è il principale precursore.

L’innovazione di questo intervento consiste nell’operare il paziente non per via posteriore, ma per via anteriore o toracica, tramite un’incisione a livello della linea ascellare. Ciò permette un miglioramento anche dal punto di vista estetico, poiché la ferita è “nascosta” quando il paziente assume una postura eretta con il braccio disteso. La procedura, video-assistita, con un team multidisciplinare formato da chirurghi ortopedici e chirurghi toracici, tramite incisioni al fianco destro permette l’accesso alla colonna vertebrale e il posizionamento di piccole viti sulle vertebre, sulle quali viene fissata una corda in materiale sintetico che distenderà la spina dorsale, riducendo la curva. Siccome le vertebre dei giovani pazienti sono ancora in fase di formazione, la tensione della corda permette che la crescita dell’osso avvenga nel lato concavo, correggendo spontaneamente la scoliosi.

La degenza in ospedale durerà circa dieci giorni. In quarta o quinta giornata post-operatoria il paziente potrà alzarsi in piedi. Una volta dimesso, dovrà poi seguire un corso di ginnastica posturale per abituarsi alla tensione esercitata dalla corda sulla colonna, sensazione che scomparirà entro breve tempo, permettendogli, circa un mese dopo l’intervento, di svolgere qualsiasi attività sportiva, fatta eccezione per le discipline da contatto o traumatiche, che potrebbero causare la rottura della corda. Una volta terminato lo sviluppo del paziente, lo specialista deciderà se eliminare l’impianto o lasciarlo in loco.

Milena Mazzone – Infermiera presso l’U.O. di Ortopedia pediatrica dell’ospedale “Vittore Buzzi” di Milano

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Italia avara sulla ricerca: spesi 1,7 miliardi su 2,4 disponibili

Rilanciamo un articolo del Sole 24 Ore sull’attuazione del Programma nazionale della ricerca 2015-2020 e sull’utilizzo del piano europeo Horizon 2020.

L’Italia si conferma avara sulla ricerca. Sia quando gestisce
fondi propri sia quando maneggia quelli altrui. Come testimoniano le ultime
statistiche sull’attuazione del Programma
nazionale della ricerca (Pnr) 2015-2020 – con 1,7 miliardi spesi in tre
anni sui 2,4 a disposizione – e sull’utilizzo del piano europeo Horizon 2020, di cui abbiamo
intercettato appena 1’8%. Una performance che ci vale il quinto posto in Europa e che ci ha fatto superare anche dalla Spagna.

Numeri su cui il Governo giallorosso dovrebbe riflettere.
Anche perché ha due compiti davanti a sé. Il primo – mettere
a punto il nuovo Pnr 2021-2027 – lo ha ereditato
dall’esecutivo precedente. Il secondo se l’è dato da solo, annundando l’arrivo
di un collegato alla Legge di
bilancio per istituire un’Agenzia
nazionale ad hoc. Senza un cambio di passo, resteremo indietro
nella classifica Ue per investimenti in R&S, con il
nostro 1,33% sul Pil
contro un obiettivo dichiarato del 3% entro il 2020.

Il Piano nazionale

Varato a maggio 2016 dal Governo Renzi, il Pnr 2013-2020
doveva rappresentare, nelle intenzioni dei proponenti, la svolta per la ricerca
italiana. Con una massa di ricerca
mobilitabile che sarebbe potuta arrivare
ai 14 miliardi tra fondi nazionali
e Ue. Invece ci si assesterà molto più in basso. Dei 24 miliardi stanziati per
il periodo 2013-2018, al 31 luglio ne risultavano investiti solo 1,7. E per il
periodo 2018-2020 andrà
anche peggio, visto che la delibera integrativa del Cipe, necessaria a veicolare altri 5 miliardi
“tricolori”, non è mai arrivata. E difficilmente arriverà.

I fondi europei di
Horizon 2020

A complicare il quadro ci sono le nostre scarse performances
nella corsa a Horizon 2020, che ha distribuito negli ultimi cinque anni oltre
40 miliardi dei 70 previsti. Dagli ultimi dati sulle domande arrivate a Bruxelles, risalenti a inizio
agosto, emerge che restiamo ben dietro la Germania, che finora, grazie ai
progetti dei suoi ricercatori, ha incassato 7 miliardi, il doppio dei nostri 3,5.
Siamo superati anche dall’Inghilterra, che in attesa della Brexit si porta a casa ben 5,8 miliardi, mente la Francia
arriva a 4,8.

La notizia, però, è che siamo superati dalla Spagna, che con 4
miliardi scarsi diventa il quarto Paese per fondi Ue conquistati, mentre precediamo
l’Olanda di soli 60
milioni. Quando ormai mancano solo un paio di anni alla fine del maxi programma
Horizon 2020, l’Italia si
piazza dunque al quinto posto, con il rischio di scivolare al sesto. Non
proprio un buon risultato: in pratica, il nostro Paese si è fermato alla soglia
dell’8,6% di fondi conquistati, lontano dall’asticella
di almeno il 10% che il precedente
Pnr aveva posto come obiettivo. Senza contare che con
una hard Brexit si potrebbero
liberare nel prossimo Piano della ricerca diversi miliardi
per i nostri ricercatori e le imprese.

La “bozza” Valditara

Il compito di non perdere questo treno spetta al ministro
dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti. Sul tavolo trova la bozza del nuovo Pnr
2021-2027, messa a punto dal capo dipartimento
Altaformazione, Giuseppe Valditara, sotto il Governo precedente. Con un lavoro
durato quasi sei mesi, Valditara ha coinvolto un migliaio di docenti e ricercatori
di tutte le università italiane che hanno partecipato ai 14 diversi tavoli di lavoro. Ne è venuto fuori un
documento di 237 pagine che Il
Sole 24 ore ha potuto visionare. E che invoca “un efficace
coordinamento tra politiche
di ricerca, sviluppo e formazione e politiche industriali, volte a
potenziare la presenza di settori tecnologicamente innovativi” per “evitare
una regressione economica e
invertire la tendenza in atto”.

Come? Aumentando le risorse a
disposizione e usandole in maniera sinergica, scommettendo sull’open science, facendo cooperare pubblico
e privato, sostenendo sia la ricerca di base che quella applicata. E, infine, rendendo
l’Italia un Paese attrattivo per i nostri
cervelli. Specie se in fuga. Da qui ripartirà Fioramonti, che
deve avviare un confronto con il mondo produttivo
e procacciarsi le risorse. Quante e quali lo vedremo
nella versione finale del Pnr
2021-2027. Così come sapremo se a gestirle sarà l’Agenzia nazionale a cui è dedicato uno dei 22
disegni di legge collegati alla Legge di bilancio citati dalla Nadef.

Redazione Nurse Times

Fonte: Il Sole 24 Ore

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Iglesias, chemio negata: esplode la protesta

Infermieri contro la Assl dopo la vicenda dell’operaio Roberto Zucca: “Non consente ai pazienti di seguire le terapia”.

Indignazione e sgomento. Sono queste le sensazioni suscitate
dalla “disavventura” che Roberto
Zucca, operaio 57enne di Nebida, ha vissuto all’ospedale Sirai (Sud
Sardegna), dove è in cura per un tumore
al polmone. L’uomo non ha potuto iniziare il quinto ciclo di chemioterapia (previsto tre settimane
fa) perché, in un primo tempo, mancavano i Picc
(catetere venoso centrale), poi perché non c’erano medici anestesisti per l’inserimento dello stesso dispositivo.

L’Ordine delle professioni infermieristiche parla di un
grave cortocircuito ed evidenzia che il posizionamento del Picc non è
competenza esclusiva dell’anestesista. «Sempre
più frequentemente è un infermiere specificamente formato a farlo –
conferma Graziano Lebiu, presidente
di Opi Carbonia-Iglesias –. Anche in Ats sono numerosi e alcuni di
loro svolgono l’attività nell’ambito di ambulatori dedicati e a gestione infermieristica: coinvolgiamoli. È evidente che mancando un Picc, il
trattamento chemioterapico si interrompa, perché i professionisti per
posizionarlo non sono disponibili, e da ciò consegue che un’organizzazione che
non metta in condizioni il paziente di seguire puntualmente le terapie abbia
qualche criticità interna da affrontare. È possibile che si sia giunti a una
condizione in cui i problemi, in quanto molteplici, non si vedano più o si
banalizzino. Lo attestano le dichiarazioni della Assl quando rimanda a già
sentiti “risolveremo, faremo, consegneremo, delibereremo, acquisiremo” ».

L’Area socio sanitaria di Carbonia-Iglesias, nella replica
attraverso l’ufficio stampa, ha limitato la questione alla mancanza del materiale, facendo riferimento a “un problema di
questi giorni per via dell’assegnazione della gara. L’affidamento alla ditta
vincitrice risale a pochi giorni fa e i materiali arriveranno a breve”.

Giorgio Madeddu, responsabile scientifico
dell’associazione Amici della vita,
nonché medico di base, è certo di un fatto: «La
Assl era sprovvista di Picc da alcuni mesi e non solo Roberto, a cui rivolgiamo
la nostra più affettuosa solidarietà, ma tutti i malati tumorali e quanti
necessitano di trattamenti in vene di grosso calibro, non hanno ricevuto
risposte nel Sulcis». Poi accusa: «Una
Assl o Ats di professionisti conosce i bisogni dei pazienti del proprio
territorio. Quando interviene a scorte esaurite dimostra di essere dilettante:
turisti goliardici più che protagonisti della sanità». Riferendosi agli
anestesisti, infine, aggiunge: «Hanno
esperienza e professionalità nel posizionamento dei Picc, ma per tali procedure
è necessario programmare un’equipe dedicata, attrezzature, ambienti sicuri per
pazienti e operatori. In caso contrario, continueremo ad essere “colonia sanitaria”
di Cagliari. Una clinica privata che si trovasse sprovvista di Picc perderebbe
i “clienti” e licenzierebbe i dirigenti sanitari inutili e
antieconomici».

Redazione Nurse Times

Fonte: L’Unione Sarda

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Convegno Opi Ravenna: l’infermiere e le sfide del presente

L’evento, che Nurse Times seguirà in diretta streaming, andrà in scena sabato 19 ottobre e vedrà la partecipazione di esperti nazionali e internazionali.

Dopo
l’ottima riuscita della prima edizione, nella quale relatori da tutto il
territorio nazionale hanno condiviso con una platea di oltre 120 partecipanti le
conoscenze e le esperienze legate a prospettive future della professione,
quest’anno il Convegno Opi Ravenna sarà
incentrato sulla sfide del presente che
l’infermieristica è chiamata ad affrontare. L’appuntamento è fissato per sabato 19 ottobre, a partire dalle 8, presso
il Grand Hotel Mattei di Ravenna. Nurse
Time sarà presente per realizzare la diretta streaming dell’evento.  

Numerosi
e rilevanti sono infatti gli sviluppi professionali
degli ultimi mesi: dall’istituzione ufficiale degli Ordini all’entrata in
vigore del nuovo Codice deontologico, passando per la riflessione sempre più
pressante sulla figura dell’infermiere di comunità. Sviluppi che, da un lato,
aprono lo scenario a nuovi contesti applicativi per la professione infermieristica,
dall’altro rappresentano traguardi raggiunti non senza importanti sforzi, volti
al superamento di ben radicate resistenze normative, culturali e professionali.
Tali resistenze, in buona parte, richiedono ancora di essere disinnescate
attraverso lo sviluppo di cultura e consapevolezza interprofessionale.

Molti
gli argomenti che saranno trattati:
dal dibattuto fenomeno del demansionamento al rapporto con i media; dallo
stress lavoro-correlato alla burocratizzazione dell’assistenza; dalle dinamiche
multietniche, che sempre più spesso coinvolgono il nostro agire professionale,
alle sfide proposte dai nuovi campi di azione dell’infermieristica, come quello
della continuità ospedale-territorio. Temi e argomenti che quotidianamente sono
sentiti, percepiti e discussi dagli infermieri nei contesti lavorativi e sui
social network.

I
relatori, nazionali e internazionali, si confronteranno apertamente in un clima
di crescita professionale, ma anche di socializzazione e conoscenza reciproca
grazie ai diversi momenti di condivisione previsti durante il Convegno, che
puntano a rafforzare il rapporto e la sinergia tra professionisti. Perché la
sfida più complessa da affrontare rimane forse quella di essere, sentirsi e
agire come una solida e compatta comunità professionale.

I posti
disponibili per il Convegno sono 150. La quota
di partecipazione (20 euro per gli iscritti a Opi Ravenna e 40 euro per i
non iscritti) comprende: pranzo completo, kit congressuale, coffee break,
attestato di partecipazione, rilascio ECM. L’iscrizione può essere effettuata esclusivamente online, collegandosi
al sito www.opira.it/nomedellapagina, seguendo tutti i passaggi previsti e
stampando la ricevuta di iscrizione, che sarà poi richiesta all’ingresso.

Redazione Nurse Times

ALLEGATO: Brochure del II Convegno Opi Ravenna

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