Sclerosi multipla: il ruolo degli astrociti nel “sabotaggio” del cervello

Uno studio italiano ha individuato le cellule capaci di ostacolare la riparazione della guaina che riveste i prolungamenti dei neuroni.

Si chiamano astrociti, sono le cellule
non neuronali più abbondanti del tessuto nervoso e vanno considerati come
autentici “vandali” del cervello, poiché nella sclerosi
multipla sabotano la riparazione della guaina che riveste i prolungamenti
dei neuroni. A smascherarli è uno studio pubblicato sulla rivista Acta
Neuropathologica dall’Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale
delle Ricerche (Cnr) di Milano, in collaborazione con l’Università Statale
di Milano, l’Istituto di Neuroscienze Cavalieri Ottolenghi dell’Università di
Torino, l’Università e il Policlinico San Martino di Genova.

Finora si pensava che le cellule immunitarie del
sistema nervoso, che formano la cosiddetta microglia,
contribuissero al danno esercitando un effetto diretto sugli oligodendrociti, le cellule responsabili
della produzione di mielina. A
quanto pare, però, sarebbero mandanti di ben altri esecutori. “I nostri primi esperimenti – spiegano
le ricercatrici Marta Fumagalli e Claudia Verderio – hanno mostrato che gli effetti della microglia sono mediati dalla
liberazione nello spazio extracellulare di vescicole di membrana di piccole
dimensioni, che in provetta sono sempre benefiche sugli oligodendrociti”. Quando
le vescicole sono state iniettate direttamente nel cervello vicino a una
lesione demielinizzante, “abbiamo
osservato un forte blocco della
capacità del tessuto di riparare la lesione, suggerendo il coinvolgimento in vivo di altri tipi di cellule”.

L’esperimento
è stato dunque ripetuto in provetta, aggiungendo anche gli astrociti: “Condizionati dalle vescicole, hanno
acquisito un fenotipo dannoso, che è il vero responsabile del blocco mielinico”.
Gli esperimenti dimostrano inoltre che è possibile neutralizzare il “cargo”
infiammatorio delle vescicole
microgliali (e quindi gli effetti deleteri mediati dagli astrociti)
pre-esponendo la microglia a cellule
staminali mesenchimali, un tipo di cellule immunomodulanti molto studiate
per lo sviluppo di nuove terapie contro la sclerosi multipla.

Redazione Nurse Times

Fonte: Ansa

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Morti sospette, indagato anestesista del 118 per aver somministrato Propofol arbitrariamente

Un medico anestesista 47enne originario di Monfalcone è ora sotto indagine per l’utilizzo di un farmaco sedativo che si sarebbe rivelato letale per alcuni pazienti.

Si tratta del Propofol, farmaco anestetico e agente ipnotico, a breve durata d’azione, che viene somministrato per via endovenosa come principale agente di induzione dell’anestesia.

Il principio attivo sarebbe stato somministrato arbitrariamente dal professionista, andando contro ad ogni protocollo in vigore. Questo è quanto emerso dalla perizia medico legale disposta dalla Procura di Trieste nell’ambito dell’inchiesta sui casi di morti sospette attribuite all’anestesista del 118. 

“L’accertata somministrazione del Propofol ha assunto rilevanza causale o, quanto meno concausale nel verificarsi dei decessi” è possibile leggere nella perizia.

Il Propofol sarebbe stato somministrato dal medico durante alcuni interventi urgenti su pazienti anziani e affetti da gravi patologie croniche.

“La somministrazione non risulta avere alcuna indicazione terapeutica nei casi in esame”, si legge ancora nella perizia.

Tracce del medicinale sono state rinvenute nella salme di cinque pazienti, appositamente riesumate per le indagini. Secondo il team di esperti che ha eseguito l’indagine probatoria, l’utilizzo di questo sedativo avrebbe determinato in pochi minuti la morte dei pazienti.

Simone GussoniL’articolo Morti sospette, indagato anestesista del 118 per aver somministrato Propofol arbitrariamente scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Hpv, l’importanza della vaccinazione

Proponiamo un approfondimento sul tema a cura dell’Agenzia Zoe, ripreso anche sul sito dell’Airc.

Serve davvero il vaccino contro l’HPV? Sì, il vaccino è utile perché il virus dell’HPV è responsabile della maggior parte dei tumori della cervice uterina e anche di altri tipi di tumore. Il nuovo vaccino 9-valente previene circa il 90 percento di questi tumori.

In
sintesi

Esistono circa 200 ceppi di virus HPV, ma i due (HPV 16 e 18) contro cui è stato sviluppato il primo vaccino messo sul mercato sono responsabili del 70 per cento dei casi di cancro della cervice uterina.I sierotipi ad alto rischio di HPV provocano anche altri tipi di cancro e sono globalmente responsabili del 5 percento di tutti i tumori.Diversi studi hanno valutato che le ragazze intorno ai 12 anni di età sono il gruppo in cui è più efficace offrire una vaccinazione nel contesto delle campagne di prevenzione e di salute pubblica.Anche i maschi possono trarre vantaggio dalla vaccinazione, perché questa può proteggerli da alcune delle infezioni provocate da HPV e da alcuni rari tumori correlati all’infezione, come quello del pene, dell’ano e della base della lingua. Inoltre vaccinando anche la popolazione maschile si raggiungerebbe la cosiddetta “immunità di gregge”.Il vaccino anti-HPV presenta un profilo di sicurezza molto elevato e sono rarissimi i casi di eventi collaterali gravi.Il vaccino non è alternativo al Pap test, che deve essere effettuato nelle fasce d’età e nei tempi consigliati, in associazione o in alternativa all’HPV test a seconda dei programmi di screening.L’efficacia del vaccino è dimostrata per circa 20 anni, ma ulteriori studi sono in corso per verificare se e quando vi sia un calo della copertura anticorpale e la necessità di una eventuale dose di richiamo.Per approfondire

Esistono
circa 200 ceppi di virus del Papilloma umano (HPV), più di 40 sono quelli in grado di
infettare il tratto genitale, ma solo alcuni sono
cancerogeni e si definiscono HPV ad alto rischio. Altri definiti
a basso rischio sono la causa dei condilomi,
lesioni veneree sostanzialmente benigne anche se altamente contagiose. Alcuni
ceppi e in particolare il 16 e
il 18, sono da soli responsabili del 70
percento circa dei casi di tumore della cervice e contro di essi è stato messo
a punto il primo vaccino anti-HPV, disponibile dal 2006. Solo in seguito è
stato introdotto un vaccino quadrivalente che
protegge anche contro i ceppi 6 e 11, associati al 90 percento dei
casi di condilomi.

Nel 2017 a questi due
si è aggiunto un terzo vaccino, detto 9-valente,
che oltre a HPV 6, 11, 16 e 18, assicurerebbe la protezione contro altri cinque sierotipi (31-33-45-52-58)
capaci di indurre il cancro, raggiungendo così l’obiettivo di proteggere dal 90 percento circa dei tumori
dipendenti da HPV.

Secondo i dati calcolati dai National Institutes of Health statunitensi, il virus HPV è responsabile della quasi totalità dei tumori della cervice uterina, del 95 percento dei tumori dell’ano (per lo più dovuti al virus 16), del 70 percento dei cancri dell’orofaringe (in cui la trasmissione virale avviene attraverso il sesso orale), del 65 percento dei cancri della vagina, del 50 percento dei cancri della vulva e del 35 percento dei cancri del pene. Si tratta di stime, non di dati esatti, per cui è possibile trovare valori discordanti forniti da fonti altrettanto attendibili che li hanno però calcolati con criteri differenti.

Esistono, inoltre, condizioni epidemiologiche diverse tra i diversi Paesi. In Italia, per esempio l’impatto dell’infezione sui tumori del cavo orale sembra inferiore rispetto all’azione di alcol e fumo, per cui questi agenti virali sono stati riconosciuti responsabili del 26 percento dei tumori dell’orofaringe (inclusi i tumori delle tonsille e della base della lingua) (fonte Epicentro), contro il 70per cento degli Usa.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che ha sostenuto fin dall’inizio l’introduzione della vaccinazione, il 5 percento di tutte le forme di cancro nel mondo è associata all’infezione da HPV. Nei Paesi più sviluppati, grazie alla maggiore disponibilità di preservativi, a una migliore conoscenza delle malattie sessualmente trasmissibili e agli screening oncologici, l’HPV è responsabile del 3 percento di tutti i tumori femminili e del 2 percento di quelli maschili.

Chi deve
vaccinarsi e a che età?

Alla luce
dei dati disponibili, l’OMS ha consigliato inizialmente la vaccinazione di tutte le ragazze prima dell’inizio
dell’attività sessuale. Il momento critico per il contagio,
infatti, è nell’adolescenza e nella prima giovinezza, anche se l’effetto
mutageno del virus è lento, per cui i tumori compaiono anche diversi decenni
dopo. Dato che le statistiche dimostrano che una alta percentuale di ragazze ha
il primo rapporto sessuale intorno ai 13 anni, l’Italia,
come molti Paesi europei, ha stabilito che la
vaccinazione debba essere fatta a 12 anni. Ciò non significa
che non si possa posticiparla, ma in quel caso si esce dal programma vaccinale
pubblico e bisogna procedere privatamente.

È bene sapere, inoltre, che l’HPV è un virus molto diffuso. Uno studio condotto negli Stati Uniti dimostra che il 42,5 per cento delle donne tra i 19 e 59 anni di età è stato contagiato, anche se non tutte le infezioni si sviluppano clinicamente. Per questo si riteneva meno utile procedere alla vaccinazione di persone già sessualmente attive, anche se l’Advisory Committee on Immunization Practices della Food and Drug Administration ha stabilito che è comunque opportuno vaccinare le ragazze dai 12 ai 26 anni e i maschi dai 13 ai 21 anni (estendendo l’età massima di vaccinazione ai 26 anni nei maschi omosessuali), anche perché non disponiamo di un test in grado di verificare tutte le possibili infezioni pregresse ma solo test capaci di identificare il DNA virale presente nelle cellule durante un’infezione acuta.

Nella
maggior parte dei casi di contagio, il sistema immunitario è in grado, dopo un
po’ di tempo, di eliminare il virus. Il problema è che non siamo in grado di
identificare in anticipo chi riuscirà a guarire spontaneamente e chi no.
Inoltre, finché il virus non viene eliminato, la persona può a sua volta
contagiare i propri partner sessuali. Vaccinare le donne mette al riparo dalla
trasmissione sessuale del virus anche i maschi eterosessuali, ma non gli
omosessuali. Per questo secondo i National Institutes of Health e l’OMS è opportuno vaccinare anche gli adolescenti maschi,
come prevede in ItaliailPiano Nazionale
Prevenzione Vaccini 2017-2019.

Inoltre numerosi studi hanno dimostrato l’efficacia della
vaccinazione anti-HPV nelle donne adulte fino ai 45
anni. La vaccinazione è stata approvata fino a questa età sulla
base del riscontro di un aumento nella prevalenza dell’HPV nella fascia tra
35-44 anni.

Il
vaccino è efficace?

Uno studio condotto in Australia, dove il vaccino quadrivalente è stato introdotto molti anni fa a tappeto fra le ragazze, ha dimostrato che dopo soli quattro anni dalla sua somministrazione vi è stata una riduzione dell’85 per cento dei casi di condilomi. Più difficile è stabilire l’impatto della vaccinazione sui casi di tumore: per avere dati certi bisognerà attendere qualche decennio, dato il lento sviluppo della malattia. L’efficacia sulle malattie sessualmente trasmissibili, che è rapidamente misurabile, è considerata però dagli esperti un indice indiretto di efficacia della profilassi antitumorale.

Il vaccino è rischioso?

Il vaccino contro l’HPV è al momento uno dei più sicuri. Nella maggior parte dei casi comporta solo lievi disturbi locali nel sito dell’iniezione e talvolta qualche linea di febbre. Recentemente sono state condotte due importanti revisioni sulla sua sicurezza. Nella prima, effettuata dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC) di Atlanta, sono emersi alcuni casi di svenimento senza conseguenze (sempre che la persona sia tenuta sotto osservazione per una mezz’ora dopo l’iniezione) e un lieve aumento dei casi di trombosi venosa in donne considerate già a rischio (per esempio perché assumono ormoni). Un’analoga revisione condotta in Danimarca e Svezia non ha mostrato differenze, nella sicurezza del vaccino, tra le donne vaccinate e quelle non vaccinate.

Perché bisogna continuare a usare il
preservativo e fare lo screening per il tumore dell’utero anche se si è
vaccinate?

C’è il
timore che le ragazze, sentendosi protette, non usino il preservativo
necessario contro altre malattie a trasmissione sessuale. Alcune ricerche hanno
tuttavia evidenziato che proprio il fatto di sottoporsi alla vaccinazione
consente alle ragazze di informarsi e riflettere sul tema e diventare più
consapevoli sul tema delle malattie a trasmissione sessuale rispetto
alle ragazze non vaccinate.

Inoltre c’è il rischio che le persone vaccinate contro l’HPV non si sottopongano più allo screening con Pap test o HPV test (esame minimamente invasivo che identifica le lesioni precancerose della cervice, consentendo di eliminarle prima che si sviluppi un tumore). Il vaccino previene nel migliore dei casi il 90 per cento dei casi di tumore della cervice uterina, non la totalità: per questo lo screening resta uno strumento necessario di diagnosi precoce. È possibile però che, grazie all’efficacia della vaccinazione, il tempo tra un controllo e l’altro possa essere, in futuro, ampliato e che si ritardi l’inizio dello screening a 30 anni.

Si stima che attualmente in Italia il programma di screening permetta di diagnosticare ogni anno circa 130.000 casi di lesioni precancerose che, con la diffusione del vaccino, dovrebbero ridursi drasticamente. Nel 2012 si stima che siano stati diagnosticati in Italia 1.515 nuovi casi di carcinoma della cervice e si siano verificati 697 decessi, con un andamento in forte e continua riduzione in tutto il Paese (fonte Epicentro).

Quanto
dura l’immunizzazione?

Il
vaccino anti-HPV ha circa 10 anni di vita sul mercato e circa 20 anni di
osservazioni cliniche. Al momento sembra che la copertura duri dai 10 ai 20 anni (10 se si tengono in considerazione anche gli studi
che hanno valutato la permanenza degli anticorpi nel modello animale, 10 se
consideriamo solo gli studi sull’uomo),ma ulteriori studi sono in
corso per valutare la durata sul lungo periodo. Nel caso in cui,
come accade per altri vaccini come quello contro il tetano, si dovesse notare
un calo di copertura dopo un certo numero di anni, si potrà procedere con dei
richiami vaccinali.

Redazione Nurse Times

Fonte: Agenzia Zoe

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Sanità privata, i sindacati sospendono lo sciopero del 20 settembre

Buone indicazioni sul rinnovo del contratto. Bonaccini: “Grande attenzione e sensibilità su questo tema”.

Si è tenuto ieri l’atteso incontro fra il ministero della Salute, le Regioni, i sindacati e le organizzazioni datoriali sul rinnovo del contratto per la sanità privata. Voluto dal nuovo ministro della Salute, Roberto Speranza, il tavolo ha fatto registrare, tra l’altro, la sospensione dello sciopero annunciato da Cgil, Cisl e Uil.

Ringraziando
per il lavoro svolto gli assessori Luigi
Genesio Icardi e Sergio Venturi (rispettivamente coordinatore e
coordinatore vicario della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni),
il presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini (foto) ha voluto sottolineare
tre elementi positivi: “Prima di tutto
l’attenzione prestata dal neo-ministro della Salute, Roberto Speranza, che ha
voluto introdurre e aprire il confronto su questo tema. Poi la disponibilità da
parte delle organizzazioni datoriali a riprendere le trattative. Infine, fermo
restando lo stato di agitazione, le organizzazioni sindacali hanno deciso di
sospendere lo sciopero previsto per il prossimo 20 settembre. Da parte nostra c’è
grande attenzione e sensibilità su questo tema, ma occorre grande senso di
responsabilità da parte di tutti per arrivare in tempi celeri alla firma del
contratto”.

Redazione Nurse Times

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Calabria, “Presa Diretta” accende i riflettori sullo scandalo sanità

Sprechi, diagnosi tardive, cartelle cliniche taroccate, commissariamenti, condizionamenti della ’ndrangheta e chi più ne ha più ne metta. Su Rai 3 va in scena il disastro degli ultimi anni.

La puntata di Presa Diretta andata in onda il lunedì sera su Rai 3 ha puntato i riflettori sullo scandalo sanità in Calabria, che da ultimo ha portato allo scioglimento per infiltrazioni mafiose delle Asp di Reggio Calabria e Catanzaro e che fa registrare buchi per circa 400 milioni di euro, oltre a disfunzioni tali da indurre i pazienti a curarsi fuori regione.

«C’è
un disordine organizzato – ha detto il procuratore antimafia
di Catanzaro, Nicola Gratteri –, che riguarda soprattutto l’apparato della pubblica
amministrazione: molte volte dentro c’è la ’ndrangheta; non è possibile che il
75% del bilancio della Regione sia destinato alla sanità e poi la sanità non
funzioni». E sul dissesto dell’Asp Reggio Calabria: «Chiunque ha avuto il potere
non è intervenuto. È anche una questione di arroganza del potere, di massoneria
deviata. C’è gente convinta che, facendo parte di una loggia, può essere
coperta. Tutto ciò deve finire. È importante che i commissari non abbiano nulla
a che vedere con la Calabria. Entrare in una Asp e mettere mano ai conti vuol
dire azzerare guadagni illeciti per milioni e milioni di euro. Parliamo di
guadagni che si avvicinano a quelli della cocaina».

Alcuni problemi recenti, ma anche di vecchia data: l’Asp Reggio Calabria era già stata sciolta nel 2008 e i bilanci di previsione non sono stati presentati per cinque anni; a Catanzaro sono state arrestate 24 persone (tra cui alcuni dirigenti) e tre famiglie della ’ndrangheta avevano il totale controllo dell’ospedale di Lamezia Terme. «Sono situazioni gravissime – ha detto il governatore Mario Oliverio (foto) –, che devono essere contrastate e fatte oggetto di una riflessione attenta. L’Asp Reggio Calabria è stata sciolta anche nel 2008: bisogna riflettere sugli strumenti per rendere impermeabile l’infiltrazione. I commissari non sono sufficienti». E sul Decreto Calabria: «Il decreto presentato e approvato dall’ex ministro Giulia Grillo, alla luce dei fatti, lo definisco il “Decreto disastro Calabria”. Il problema fondamentale, che è quello di sbloccare le assunzioni di medici e infermieri, è ancora bloccato: ci sono 4mila medici e infermieri in meno rispetto al 2010. Io avevo chiesto di sbloccare le assunzioni, ma nulla di è stato fatto».

La trasmissione di approfondimento ha visto anche l’intervento
di Francesco Cavallaro, segretario generale del sindacato Cisal. Questo il suo amaro commento: «Sono tutte situazioni che conoscevamo già e che la Cisal ha denunciato a
più riprese, ma a cui non ci sia abitua mai. Siamo davanti a un quadro
drammatico, che ha messo a nudo tutte le carenze del Sistema sanitario
calabrese, fatto di cattiva gestione, spese pazze, interi reparti fantasma,
medici e operatori costretti a turni massacranti. Un “disordine organizzato”,
come lo ha definito il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, dietro
il quale c’è la ’ndrangheta”. Inchieste, scioglimenti, doppi e tripli pagamenti
a strutture private, favorite a danno di quelle pubbliche».

Da Cavallaro è arrivato anche un duro attacco a Oliverio, che individua i problemi della sanità calabrese esclusivamente nella gestione commissariale: «Imbarazzante che in diretta tv si dica pronto a “prendersi le proprie responsabilità e a sporcarsi le mani”, di fatto certificando come non la abbia fatto in questi cinque anni di Governo regionale. Serve un cambiamento netto: la Calabria e i calabresi non possono più aspettare. Al neo-ministro alla Sanità, Roberto Speranza, l’invito a un confronto diretto con tutte le anime sociali e sindacali per l’avvio di un nuovo corso che possa ridare dignità a una Regione che continua a pagare il conto salatissimo di gestioni politiche non all’altezza».

Redazione Nurse Times

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