Presa Diretta “La battaglia della salute e gli infermieri dimenticati”

Dopo aver visto la puntata di “Presa Diretta” andata in onda su Rai Tre ieri, un’infermiera, scrive una lunga mail alla redazione della Rai

Daniela fa un accurato elenco delle problematiche che da anni affliggono gli infermieri italiani e che restano insoluti: dalla formazione al demansionamento, dall’occupazione agli stipendi “da fame”.

Insomma un monito per tutti: rappresentanti degli Ordini professionali, delle organizzazioni sindacali e politici.

“Ho seguito su Rai3 l’interessante puntata di Presa diretta “La battaglia della salute”, ho inviato una mail alla redazione avente per oggetto “La battaglia della salute e gli infermieri dimenticati”.

Testo email:

“Seguo sempre con molta attenzione ​ le puntate di Presadiretta che ritengo uno dei pochi esempi di giornalismo serio nel nostro Paese.

Sono però rammaricata perché la puntata ​“La battaglia della salute” ha una impronta “medicocentrica”, eppure la categoria più numerosa del SSN è quella degli infermieri. E’ incontestabile che il SSN non potrebbe esistere senza gli infermieri.

Sono stati intervistati quasi esclusivamente medici fatta eccezione per l’unico infermiere precario presente in studio, a me sembra veramente poco rappresentativo. Perché non ascoltare anche la voce di un rappresentante dell’Ordine degli infermieri o degli infermieri che lavorano per il Sistema Sanitario Nazionale?

Il blocco del turn over non ha colpito solo i medici ma anche gli infermieri che sono costretti a compensare le carenze di personale infermieristico, ma quel che è più grave compensano la carenza di personale di supporto ossia gli Operatori Socio Sanitari generando il fenomeno del demansionamento.

Professionisti laureati sono costretti a svolgere le stesse attività di 30 anni ​ fa quando era sufficiente un corso regionale per lavorare in ospedale. Il demansionamento non solo genera frustrazione tra gli infermieri laureati ma peggiora la qualità dell’assistenza erogata, perché blocca risorse preziose nello svolgimento di attività che potrebbero essere svolte dal personale di supporto. ​

Perché non confrontare il rapporto tra il numero dei medici e il numero degli infermieri in Italia e nella realtà anglosassone per esempio?​ In tale realtà l’infermiere ha la possibilità di specializzarsi e di svolgere attività che in Italia sono esclusivo appannaggio della classe medica ciò permetterebbe di risparmiare economicamente e di utilizzare in modo migliore la risorsa costituita dal medico​ senza intaccare i livelli di assistenza.

Si è parlato del divario tra lo stipendio dei medici in Italia e quello ​invece percepito negli altri paesi europei. Nel 2019 gli infermieri professionisti laureati fanno parte ancora del personale di comparto il che comporta che l’infermiere percepisce uno stipendio di poco superiore e talvolta anche inferiore al personale di supporto come per esempio la figura ex ausiliario (superata nell’attuale normativa ma ancora operante) addetto alla pulizia dei locali, al trasporto di malati non critici e dei prelievi ecc.

L’infermiere però non solo ha dovuto seguire un percorso di studio e deve continuare sempre a formarsi ed aggiornarsi spesso a proprie spese, ma è responsabile penalmente e civilmente del proprio operato così come il medico. Se il medico italiano peggio retribuito rispetto al collega tedesco può operare in regime di intramoenia o può lavorare in uno studio/struttura privata.

L’infermiere italiano sottopagato ha un rapporto di esclusività quindi, al di fuori della struttura pubblica ​non può lavorare come infermiere. Nonostante i ​proclami da parte dalle varie voci politiche che si sono susseguite negli anni, nell’ultimo rinnovo contrattuale, avvenuto dopo ben 10 anni di stipendio bloccato, le risorse per gli aumenti degli stipendi per gli infermieri sono davvero ridicole ben inferiori a quelle riconosciute ai medici, confermando ancora una volta che nel SSN gli infermieri sono figli di un dio minore. E’ un dato di fatto che per avere una assistenza di qualità devi motivare le risorse umane di cui disponi.

Lo Stato investe per la formazione universitaria degli infermieri, perché allora non indicare anche il numero degli infermieri italiani neo laureati che lascia l’Italia per lavorare all’estero?

Perché non fare un confronto tra l’infermiere che resta in Italia precario, sfruttato e sottopagato, ​e l’infermiere che è costretto a lasciare il proprio paese per poter lavorare o per specializzarsi svolgendo attività che in Italia non ci sogniamo nemmeno?

Come si possono garantire elevati standard del SSN se il capitale umano fugge all’estero?

Spero vogliate riflettere su queste considerazioni. La categoria infermieristica rappresenta un pilastro del SSN e merita la giusta attenzione proprio da chi fa informazione.

Grazie per l’attenzione”.

Redazione Nurse Times
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Roma, per aiutare gli indigenti nasce la farmacia di strada

È stata inaugurata nell’ambulatorio del centro di accoglienza gestito dai volontari del carcere Regina Coeli.

Non avere i soldi per l’aspirina, l’analgesico, ma neanche
per un farmaco vitale come
l’insulina. Sono gli ultimi tra gli ultimi, i senza dimora, appartenenti alla
fascia più emarginata tra i 4 milioni di italiani – lo dice l’Istat -, che
rinunciano alle cure mediche per mancanza di mezzi. Proprio per loro nasce la farmacia di strada,
inaugurata nell’ambulatorio del centro di accoglienza gestito dai volontari del
carcere di Regina Coeli, la Vo.Re.Co. onlus.

Grazie a un protocollo tra aziende e associazioni di categoria, da settembre 2018 sono state raccolte e donate agli indigenti – anche attraverso gli ambulatori solidali – quasi 9mila confezioni di medicinali, per un valore di oltre 88mila euro. A tagliare il nastro, assieme al presidente del Vo.Re.Co., nonché cappellano Regina Coeli, padre Vittorio Trani, c’erano la dottoressa Lucia Ercoli, direttrice di Medicina solidale, il presidente della Fondazione Banco Farmaceutico, Sergio Daniotti, il presidente di Assogenerici,Enrique Hausermann, il presidente di Fofi (Federazione Ordini dei farmacisti italiani) Andrea Mandelli.

La farmacia solidale
distribuisce soprattutto analgesici, antipiretici, antiipertensivi e
gastrointestinali. Il progetto sperimentale della farmacia di strada è stato
avviato lo scorso anno a Roma con il supporto dell’Elemosineria Apostolica
e in collaborazione con l’Ateneo di Roma Tor Vergata per realizzare una
rete di sei ambulatori di strada nella capitale. La nuova farmacia è un tassello importante della rete della sanità solidale
romana, che da decenni – soprattutto grazie alla Caritas – cura i più poveri.

Spiega Sergio Daniotti, presidente della Fondazione Banco
Farmaceutico: «Abbiamo raccolto 7.372
confezioni di farmaci, per quasi 67mila
euro, donati dalle aziende di Assogenerici. Più altre 1.566
confezioni, per 22mila euro, donati da altre aziende che regolarmente
collaborano con Banco Farmaceutico. Un totale di 32 categorie terapeutiche coperte
e 17 aziende donatrici».

Protagonisti sono gli stessi farmacisti volontari, gestori del il magazzino di Cinecittà, che
ha raccolto i farmaci donati e poi
dispensati secondo le prescrizioni rilasciate dagli ambulatori solidali di
Medicina solidale: sei in tutto, per circa 15mila assistiti. Lucia Ercoli, direttore
di Medicina solidale e responsabile scientifica del progetto, spiega che «la nascita della prima farmacia di strada è un atto concreto per andare incontro alle
“periferie esistenziali” indicate da Papa Francesco». Ma l’azione
del volontariato non deve
intendersi come supplenza al ruolo delle istituzioni: «Intendiamo sostenere, stimolare e pungolare il Servizio sanitario nazionale perché assolva in pieno la sua missione».

Gli utenti della farmacia di strada sono al
70-80% senza fissa dimora, italiani
e stranieri. «Vengono qui – spiega Stefano Giorgi, medico volontario – perché nei pronto soccorso spesso sono
rifiutati». Qui trovano anche colazione, cena, consulenze giuridiche.
E farmaci, a volte
salvavita: «Viene un ragazzo diabetico
che, senza l’iniezione, rischierebbe di
morire», dice padre Trani.

Redazione
Nurse Times

Fonte: Avvenire

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Tumori, come curarli al CNAO di Pavia

Rilanciamo un articolo pubblicato sul quotidiano L’Osservatore d’Italia e relativo al Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica.

Noi lo definiamo un miracolo
ma è soltanto l’evoluzione della scienza medica e le risorse economiche che in
essa sono impiegate a permettere la guarigione dai tumori. Il ministero della Salute ha
inserito l’adroterapia nella nuova bozza dei livelli essenziali di assistenza
(Lea), oggi in attesa di approvazione. Lo stesso ministero finanzia, con
importo stabilito dalla legge, il Centro
Nazionale di Adroterapia Oncologica (CNAO) di Pavia, che di fatto è il
primo centro in Italia dove si effettua l’adroterapia con protoni e ioni
carbonio.

Non appena si avrà
l’approvazione della bozza l’accesso alle cure sarà più semplice per tutti.
Oggi la situazione è questa:i residenti in Lombardia
ed Emilia Romagna hanno accesso
diretto e gratuito alle cure. I residenti nelle altre regioni, invece, devono
chiedere prima l’autorizzazione alla loro Asl di residenza. Una volta ottenuta
questa autorizzazione, anche loro possono avere accesso interamente gratuito
alle cure. In alcuni casi l’autorizzazione arriva subito, ma in molti altri
casi non arriva oppure arriva solo mesi dopo la richiesta.

Il CNAO di Pavia è in attesa di ottenere l’estensione della marcatura CE al dispositivo medico, ad oggi vincolata ai 23 protocolli clinici, per ampliare lo spettro delle patologie trattabili, come ad esempio i tumori ginecologici, le neoplasie polmonari avanzate, i glioblastomi, i linfomi di Hodgkin e i tumori pediatrici. Quindi, con l’inserimento dell’adroterapia nei LEA e l’ottenimento della marcatura CE completa, il Centro potrà trattare ogni anno circa 800 pazienti.

Quali sono i tumori che può trattare il CNAO? Ad oggi il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica, CNAO tratta casi che rientrano nei 23 protocolli clinici autorizzati dal ministero della Salute, per i tumori che colpiscono: – sistema nervoso centrale (gliomi ad alto grado, gliomi a basso grado); – base cranica (cordomi e condrosarcomi, meningiomi); – occhio e orbita (tumori rari che toccano la congiuntiva, le ghiandole lacrimali o i tessuti nervosi o connettivali); – testa e collo (adenocarcinomi, carcinomi adenoidei cistici, sarcomi, melanomi mucosi, tumori di origine epiteliale,  come i carcinomi spino-cellulari) – per tumori in fase avanzata; – seni paranasali e cavità nasali; – ghiandole salivari; – distretto pelvico (prostata – per tumori ad alto rischio); – ossa e tessuti molli (sarcomi). In futuro saranno anche trattati i tumori al pancreas, al fegato, al retto e i melanomi oculari.

Cos’è l’adroterapia? L’adroterapia è una forma evoluta di radioterapia. A
differenza di quest’ultima, che utilizza prevalentemente raggi X ed elettroni,
l’adroterapia permette di colpire il tumore con fasci di protoni e ioni
carbonio. Si tratta di particelle più potenti ed efficaci nel distruggere le
cellule del tumore che resistono alla radioterapia. Con l’adroterapia, inoltre,
si colpiscono in modo mirato solo le cellule tumorali, a differenza di ciò che
accade con la radioterapia che irradia tutti i tessuti, anche quelli sani. Per
farlo, il CNAO utilizza un sincrotrone, ovvero un grande e complesso acceleratore
di particelle, frutto della tecnologia italiana, che scompone gli atomi e
dirige i fasci di particelle sui tessuti tumorali.

L’intero edificio del CNAO
di Pavia è stato pensato in funzione del sincrotrone, un macchinario di
forma circolare con un diametro di 25 metri e una circonferenza di 80 metri. I fasci di particelle qui
prodotti sono trasferiti, dopo aver subito ripetute accelerazioni, nelle sale
dove i pazienti ricevono il trattamento.

La realizzazione del Centro
ha richiesto un investimento di 140 milioni di euro, 50% in meno di
quanto richiesto dagli altri centri all’estero. Per la sua capacità gestionale e
progettuale molti centri all’estero hanno chiesto al CNAO di collaborare alla
realizzazione progetti “gemelli”. Tra questi, Vienna, Dallas, OsiJek (Croazia),
Phoenix, San Francisco.

Il trattamento – Dopo le visite e gli esami preliminari, il
paziente torna al CNAO per il trattamento con l’adroterapia. Il paziente è
collocato sul lettino nella posizione definita dai medici e dai tecnici del
centro. Completata questa operazione, ha inizio l’irradiamento dei tessuti che
dura alcuni minuti.

Ciascuna seduta nel suo
complesso ha una durata di circa 30 minuti.Il fascio di adroni raggiunge in
profondità il tumore in maniera selettiva. Il bersaglio è “tagliato a fette”,
che sono irradiate una di seguito all’altra, seguendone in maniera precisa i
contorni. Un sistema di monitor sorveglia il trattamento e verifica che solo il
tumore sia colpito dai raggi terapeutici, senza creare danni alle strutture
sane circostanti. Le radiazioni dell’adroterapia non sono dolorose e non sono
percepite dai pazienti.

Quale iter deve seguire il paziente che vuole essere
curato presso il centro CNAO?
– Il medico curante o il paziente contattano il servizio medico CNAO. Il numero
di telefono del Centro è 0382-078963.
– Il servizio medico richiede la documentazione clinica necessaria per valutare
il caso (relazione dettagliata del medico curante /oncologo e/o fotocopia della
cartella clinica; copia esame istologico; dischetti della TAC, della RNM, della
PET; dati in dettaglio con piano di trattamento della pregressa radioterapia
(se effettuata); con file DICOM delle TC di simulazione e dicom RT-struct
RT-dose e RT-plan su supporto informatico, in alternativa DVH e stampa delle
isodosi
– Se la patologia è valutata trattabile con adroterapia, viene fatta la prima
visita, per la quale è necessaria un’impegnativa per “prima visita
radioterapica”.
– Se dopo la visita è confermata la possibilità di procedere al trattamento,
l’accettazione fissa al paziente gli appuntamenti per la simulazione dello
stesso. Qui serve un’impegnativa per “trattamento adroterapico”, con
specificato il codice di riferimento del nomenclatore (ciclo minimo o
STEREOTASSI 1-3 SEDUTE; BOOST 8 SEDUTE DI MEDIA; CICLO INTERO 16 SEDUTE se con
ioni, 30 con protoni).
– La prestazione è da intendersi a pacchetto e comprende l’imaging preliminare, la preparazione del dispositivo di
immobilizzazione, le sedute di adroterapia, e la visita settimanale in corso di
terapia con il medico.

Redazione
Nurse Times

Fonte: L’Osservatore d’Italia
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Fondazione Gimbe: “Cinque richieste al nuovo Governo per mettere in sicurezza il Ssn”

Rilanciamo un articolo del Sole 24 Ore contenente le dichiarazioni del presidente Nino Cartabellotta.

Cinque richieste al nuovo Governo e in particolare al ministro della Salute, Roberto Speranza, per mettere in sicurezza il Servizio sanitario nazionale. A lanciarle è la Fondazione Gimbe, think thank di politica sanitaria che parte da un dato drammatico: quei 37 miliardi di euro sottratti al Ssn tra definanziamento e tagli nel periodo 2010-2019. «Negli ultimi anni – spiega il presidente Gimbe, Nino Cartabellotta (foto) – tutti i Governi hanno contribuito a sgretolare quella maestosa opera pubblica che è il Ssn, nato per tutelare la salute delle persone. Al nuovo Esecutivo impegnato nell’aggiornamento del Def e soprattutto nella stesura della Legge di bilancio, chiediamo di invertire nettamente questa tendenza». Come? Con una ricetta che “mixa” cambio di passo culturale e azioni concrete.

Cinque richieste al Governo Le richieste sono rivolte al ministro Speranza in primis, ma a tutto l’Esecutivo, perché è indubbio il peso che il Mef avrà nella partita, si chiede di passare dalle dichiarazioni d’intenti della prima ora («preservare e rilanciare la sanità pubblica e universalistica e rifinanziare il Ssn» e «lanciare un piano straordinario di assunzioni di medici e infermieri») alla «reale consapevolezza che – avvisano da Gimbe – servono volontà politica, investimenti rilevanti, un programma di azioni a lungo termine e innovazioni di rottura».

Patto della salute in standby Priorità assoluta sarà trovare la quadra sul Patto per la salute 2019-2021 tra Governo e Regioni, ancora in stand-by malgrado l’ultima manovra finanziaria abbia vincolato alla sua stipula l’aumento del Fondo sanitario nazionale: 2 miliardi nel 2020 e 1,5 miliardi nel 2021 che rischierebbero di saltare senza un accordo. Occorre poi blindare le risorse per la sanità, saccheggiata nell’ultimo decennio di crisi perché più facilmente aggredibile di altri capitoli di spesa pubblica, come le pensioni. «Va rilanciata – spiega Cartabellotta – la mozione presentata lo scorso luglio dalla presidente della commissione Affari sociali della Camera, Marialucia Lorefice (M5S), che ha fatto proprie le nostre istanze chiedendo al Governo di definire una soglia minima del rapporto spesa sanitaria / Pil (scenderà al 6,4% nel 2022, ndr) e un incremento percentuale annuo del Fondo sanitario nazionale pari ad almeno il doppio dell’inflazione. Solo così si riuscirà davvero a programmare e a pianificare».

Medici e infermieri da rimotivare
A cominciare dal personale, che ai 37 miliardi di tagli ha
contribuito per oltre il 50% tra blocco del turnover e mancato rinnovo del
contratto. Medici e infermieri che certo, come hanno annunciato il ministro
Speranza e il premier Conte, vanno adeguatamente “rimpiazzati”, ma soprattutto
motivati con retribuzioni allineate agli standard europei. L’alternativa è la fuga dall’Italia, già in
atto, di almeno 1.500 professionisti l’anno, solo a guardare i camici bianchi. Perché tutto
questo sia possibile servono investimenti e quindi una netta inversione di
rotta: a fronte dei tagli, in termini assoluti il finanziamento pubblico in 10
anni è aumentato di appena 8,8 miliardi, con una media dello 0,9% l’anno,
inferiore al tasso dell’inflazione media annua. Basti pensare che nel 2018 la
differenza tra la spesa pubblica per la sanità tra Germania e Italia è stata di
2.511 dollari pro capite, cioè 5.056 dollari a fronte dei 2.545 nostrani.

La doppia
scommessa Nadef e Legge di bilancio
Il programma di Governo – precisano da Gimbe – non prevede esplicitamente il
rilancio del finanziamento pubblico per il Ssn. Ma il piano di rifinanziamento e di corretta allocazione della spesa non può
attendere: la Nadef e la Legge di bilancio sono due traghetti da
prendere al volo. Secondo le stime della Fondazione, ad esempio, l’eventuale
attuazione della “quota 10” proposta dal Partito Democratico – 10 miliardi di
investimenti in più nei prossimi tre anni – dovrebbe portare a un aumento del
rapporto spesa sanitaria / Pil dello 0,2-0,3%, almeno per ciascuno degli anni
2020-2022.

Tagliare i rami secchi e guardare ai risultati
Ma non finisce qui. Contemporaneamente – è la tesi della Fondazione Gimbe – la
spesa va riqualificata per aumentare il ritorno in termini di salute (value for money) delle risorse investite
in sanità. Che significa: ridefinire il perimetro dei livelli essenziali di
assistenza – un libro dei sogni aggiornato tre anni fa ma in buona parte
inattuato – sulla base dell’efficacia; disinvestire da sprechi e inefficienze;
integrare spesa sanitaria e spesa sociale d’interesse sanitario per arrivare a
definire un fabbisogno socio-sanitario nazionale; rivedere la spesa fiscale per
detrazioni e deduzioni per spese sanitarie e contributi versati a fondi
sanitari e società di mutuo soccorso, una volta fatta che sarà stata fatta la
riforma della sanità integrativa.

Redazione
Nurse Times

Fonte: Il Sole 24 Ore

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Il NurSind Care Film Festival giunge alla terza edizione: ecco come partecipare

L’organizzazione sindacale NurSind, promotrice dell’iniziativa, si pone come obiettivo statutario il “prendersi cura” dell’infermiere

Il NurSind, il sindacato degli infermieri, da sempre al loro fianco, promuove la cultura infermieristica e lo fa attraverso questa kermesse cinematografica, coordinata dal Direttore Artistico e collega Vincenzo Raucci.

Tra gli obiettivi del NurSind Care Film Festival (NCFF): diffondere cultura favorendo, contemporaneamente, la conoscenza di quello che è il ruolo dell’infermiere all’interno della nostra società, e rappresenta un aspetto peculiare di quello che è il ruolo dell’infermiere, ovvero il “prendersi cura” della persona assistita.

La Kermesse nasce con lo scopo di diffondere la cultura del “prendersi cura”, partendo dal presupposto che nessun essere umano può bastare a sé stesso ma, in un’ottica sistemica, ogni essere umano vive all’interno di un legame di interdipendenza con altri esseri umani. In altre parole, ognuno di noi non può fare a meno dell’altro.

Attraverso
la kermesse cinematografica, il NurSind intende
sensibilizzare autori e pubblico in merito al delicato e prezioso compito
svolto quotidianamente dagli infermieri all’interno delle organizzazioni
sanitarie, negli ospedali, nei distretti, sul lavoro, al domicilio, nelle
scuole e nelle strade per l’ambito di emergenza-urgenza.

Una iniziativa interessante quella del NurSind che intende premiare quegli autori che si mettono in gioco realizzando un cortometraggio o un documentario che raccontino una delle infinite dimensioni del “prendersi cura”.​

La partecipazione al concorso è aperta a tutti senza limiti di età o nazionalità.

Il concorso sarà diviso in due sezioni:

 Cortometraggi ispirati al tema del “prendersi cura” Documentari ispirati al tema del “prendersi cura”La partecipazione al concorso è gratuita. Per tutte le info www.ncff.it

In allegato troverete il bando e il modulo di iscrizione​.

Redazione Nurse Times

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