Giornata mondiale di lotta alla sepsi: le iniziative del 13 settembre

Bisogna conoscere meglio una delle principali cause di morte e disabilità per milioni di persone.

Ricorre oggi, 13 settembre, la Giornata mondiale di lotta alla sepsi. Si tratta di un’iniziativa globale che ha l’obiettivo di accrescere la consapevolezza pubblica in merito alla sepsi, conosciuta anche come setticemia. Parliamo di una sindrome che si presenta quando il sistema immunitario, per combattere un’infezione, perde il controllo e inizia a danneggiare organi e tessuti. Può scaturire da infezioni comuni (polmonite, meningite, della cute e dei tessuti molli, addominali come l’appendicite) oppure da infezioni correlate all’assistenza sanitaria. In entrambe le circostanze, se non è riconosciuta e trattata in fretta, può causare uno shock settico e gravi danni agli organi vitali, portando persino alla morte.

Secondo le stime più
recenti, ogni anno la sepsi colpisce circa 27-30 milioni di individui nel mondo, causando 6-9 milioni
di morti, più dei decessi per infarti del miocardio. I sintomi che
devono allarmare sono i seguenti: la comparsa di pelle bluastra o con marezzature; sensazione di
morte, confusione,
difficoltà ad articolare le parole; febbre alta con brividi e dolore intenso; anuria (nessuna produzione di
urina per tutto il giorno); fiato
corto e affanno.

Segnaliamo un paio di iniziative mirate a diffondere una maggiore conoscenza della malattia. Una è quella dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza, che partecipa alla Giornata mondiale di lotta alla sepsi,
grazie alla collaborazione tra direzione sanitaria, Unità di Anestesia e rianimazione
I, commissione per il CIO – Controllo delle infezioni ospedaliere e studenti
del corso di laurea in Infermieristica.

“A partire dalle 9 allestiremo due infopoint, uno in ospedale, l’altro
al poliambulatorio – ha anticipato Giovanni Merla,
infermiere coordinatore della Commissione per il CIO –. Incontreremo pazienti e
operatori sanitari per distribuire materiale informativo su come prevenire la
malattia e riconoscere i sintomi, che saranno replicate anche sul totem elettronico
all’ingresso. Inoltre allestiremo un box didattico per mostrare e valutare la
corretta tecnica del lavaggio delle mani con frizionamento. Tutti gli operatori
sanitari che si impegneranno, anche nei prossimi giorni, a diffondere queste
buone pratiche nei vari reparti dell’ospedale saranno
riconoscibili da un adesivo incollato sul camice”.

Secondo la SIIARTI (Società italiana di anestesia analgesia
rianimazione e terapia intensiva), il 20% delle sepsi ospedaliere si potrebbero
infatti prevenire con l’igiene delle
mani. “È il singolo fattore più
importante nel ridurre il rischio di sepsi – prosegue Merla –. La
pratica più importante per i medici, operatori sanitari e visitatori è lavarsi
costantemente le mani con gel disinfettante a base di alcool prima e dopo il
contatto con un paziente”. Per la prevenzione,
inoltre, sono di fondamentale importanza anche il vaccino, ambienti puliti e
sicuri, e l’uso di acqua non contaminata.

L’altra iniziativa è quella proposta in questi mesi da Humanitas Gavazzeni per la realizzazione di un “Percorso Sepsi” che risponda rapidamente ai bisogni dei pazienti. Si tratta di interventi su tre assi di attività: formazione per tutto il personale medico e infermieristico; somministrazione di un questionario a tutto il personale sanitario di tutte le unità di ricovero per approfondire il livello di conoscenza della sepsi; redazione di un segnalibrocon i bundle, ovvero le azioni che gli operatori devono svolgere in situazioni sanitarie specifiche, distribuito a tutti gli operatori sanitari in occasione della Giornata mondiale di lotta alla sepsi.

Redazione Nurse Times

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Alto Adige, mancano medici e infermieri: chiusi 100 posti letto

L’assessore provinciale minimizza, ma l’Ordine delle professioni infermieristiche chiede un tavolo di confronto.

“Mancano infermieri e mancano medici, e quelli che sono in servizio hanno
diritto a ferie, permessi, malattie, maternità. Motivo per cui si è costretti a
chiudere posti letto negli ospedali. In Alto Adige, al momento, su 1.575 posti
letto, ben 101 sono chiusi. L’assessore provinciale Thomas Widmann minimizza, affermando che non si tratta di una
situazione drammatica e che la si risolverà non appena si sarà in grado di reperire
il personale mancante.

È un problema a livello
europeo. Le ripercussioni, però, specie per i pazienti, oggi ci sono, eccome.
Su tutte una: i ricoveri ordinari durano il meno possibile per tentare di
trovare posto agli acuti che giungono dal pronto soccorso. La situazione
attuale viene alla luce grazie alla risposta dell’assessore a una interrogazione
presentata dai consiglieri provinciali del Team K: Rieder, Ploner e Kollensperger. Eccola.

A Bolzano, attualmente, mancano 53 posti letto, dei quali 3 a
Ematologia, 8 in Gastroenterologia, 16 in Medicina, 22 in Ortopedia,
2 in Anestesia e rianimazione, 2 in Neonatologia. Nel 2018 era anche peggio:
sotto di 61 posti letto, di cui 4 in Dermatologia, 3 in Ematologia, 8 in
Gastroenterologia, 10 in Geriatria, 16 Medicina, 8 in Ortopedia, 8
in Pneumologia, 2 in Anestesia, 2 in Neonatologia. Dal primo gennaio al 30
aprile 2019 mancavano invece 38 posti letto, di cui 16 in Medicina interna, 22 in Ortopedia.

A Merano, oggi come oggi, mancano invece 39 posti letto, dei quali 8 in Medicina interna, 24 in Ortopedia/Traumatologia, 7 nel servizio di Riabilitazione psichica. I due letti di Neurologia e cardiologia sono stati chiusi perché, a causa della carenza di personale, ne aveva bisogno Medicina interna. A Bressanone, per tutta l’estate, sono stati soppressi 3 posti letto per la mancanza di personale infermieristico nel reparto di Urologia. Mancano 6 infermieri e non si è riusciti a trovarne che 4, i quali inizieranno a lavorare a breve. Da ottobre a dicembre 2018 mancavano 8 posti letto in Medicina interna. Impossibile garantire i turni, essendo sotto di 5 persone. Problema ulteriormente appesantito dal fatto che le infermiere neomamme non possono essere impiegate nel turno di notte. A Brunico, nel reparto di Ortopedia e traumatologia, attualmente sono chiusi 9 posti letto.

«Tutti i posti letto attualmente chiusi
– sostiene l’assessore provinciale Thomas Widmann – lo sono soltanto in maniera temporanea, a causa della carenza di personale.
Questi posti letto saranno riattivati non appena lo stato del personale
disponibile lo permetterà».

Due dei sei consiglieri
provinciali del team Kollensperger lavorano nell’ambito sanitario, quindi
conoscono a menadito la situazione del settore pubblico altoatesino e da tempo
stanno mettendo alle corde la politica provinciale riguardo a diversi aspetti della
sanità locale. Ma non sono certo gli unici. A chiedere a gran voce un tavolo di
lavoro e confronto per tentare di risolvere una situazione davvero difficile è anche
l’Ordine delle professioni infermieristiche, con la
presidente altoatesina Paola Cappelletti:
«Al momento non si riesce a coprire il fabbisogno
di infermieri, medici, ma anche
di operatori socio-assistenziali. Ora
come ora non ci sono alternative, e
per la popolazione è un problema. Il pronto soccorso ha difficoltà a ricoverare
gli acuti e le dimissioni dei ricoverati, dove possibile, vengono anticipate.
Si deve garantire il turnover necessario per i ricoveri urgenti».

La carenza di personale è
nota, ora L’Azienda sanitaria ha parzialmente derogato a patentino e
proporzionale, assumendo a tempo determinato, «ma nel passato si è fatto un errore di calcolo e non lo si può
rimediare nell’immediato». La professione infermieristica, in particolare, rispetto a decenni fa non è più tanto
ambita. Sono aumentati i requisiti per accedere, ossia gli studi universitari,
ma la paga non è stata adeguata a sufficienza, E il lavoro su turni è duro.
Tanti, troppi, dopo qualche anno di attività, abbandonano. «È molto importante che le forze politiche capiscano che dobbiamo
sederci attorno a un tavolo per trovare una soluzione, che però non sarà
immediata. Lo stesso vale per i medici, i fisioterapisti, le ostetriche, delle
quali in questo momento c’è una forte carenza».

Redazione Nurse Times

Fonte: Alto Adige

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Puglia, addio all’Areu: “Emiliano si spieghi in Commissione Sanità”

Troppi misteri nel settore dell’emergenza-urgenza. Il consigliere regionale Marco Galante attacca il governatore e Vito Montanaro, direttore del Dipartimento Politiche della salute.

Si smorza l’entusiasmo
del capo della Giunta pugliese nel creare un’altra agenzia, e così scompare
dall’orizzonte della politica regionale l’agenzia che doveva vedere la luce per
far rinascere il 118. Dopo mesi di discussione in Commissione Sanità
sull’istituzione dell’Areu,
l’Agenzia regionale per l’emergenza-urgenza, bisogna solo prendere atto che si
è perso tempo e il governatore Michele Emiliano,
“con la schizofrenia che
contraddistingue il suo mandato, ha deciso di cestinare il disegno di legge
votato in Commissione lo scorso gennaio per affidare la gestione delle
postazioni del 118 a Sanitaservice”, sbotta il consigliere 5 Stelle, Marco Galante.

Motivo? Avrebbe
comportato una spesa eccessiva, come pure segnalato in Commissione, tanto da
chiedere un prospetto con i dati economici sull’efficienza e l’economicità del
nuovo sistema. Documento che non è mai arrivato, mentre Emiliano continuava a
prendere tempo e a rassicurare sulla possibilità di internalizzare tutto il
personale del 118, senza fornire alcun atto che potesse confermarlo. Ora il
governatore e assessore alla Sanità dovrebbe rendere conto in Commissione, assieme
al direttore del Dipartimento Politiche della salute, Vito Montanaro, giusto al fine di spiegare come mai ci si sia resi
conto solo ora dei costi della nuova Agenzia.

“Dall’inizio della legislatura –
continua Galante – denunciamo le
criticità del modello attuale per la gestione del 118, e ben prima del disegno
di legge per l’istituzione dell’Areu avevamo presentato una proposta di legge
per riformare l’emergenza-urgenza basata sul modello dipartimentale, mai
calendarizzata. Siamo consapevoli della necessità di interconnessione tra i
territori, di superare il ‘finto volontariato’, e di regolarizzare autisti
soccorritori, ma l’Agenzia voluta e poi abbandonata da Emiliano non era il
modello giusto”.

Le maggiori perplessità?
Arrivano dall’articolo 12 e dalla norma transitoria, chiamati a disciplinare il
passaggio di mezzi e personale. Quanto ai mezzi oggi di proprietà delle
associazioni, non si sono mai comprese le modalità di acquisto degli stessi né
le risorse economiche che avrebbero dovuto essere usate. Per quanto riguarda il
personale, il disegno di legge prevede che tutto quello impiegato nel servizio
di emergenza territoriale 118 avrà, a regime, un rapporto di dipendenza con il
Ssr, ovvero migliaia di operatori.

“Anche in questo caso -conclude il consigliere 5 Stelle – abbiamo più volte chiesto informazioni su
come sarebbe stato possibile, vista l’impossibilità di internalizzare in via
diretta sia coloro che operano nel 118, ma non sono dipendenti delle Asl, sia i
medici del 118 che non sono in possesso dei requisiti prescritti dalla legge,
ovvero la maggior parte. Finalmente qualcuno in assessorato si è accorto
dell’impossibilità di procedere con queste assunzioni. Se Emiliano avesse
ascoltato per tempo i nostri dubbi e quelli degli operatori sanitari ‘auditi’
in Commissione, avrebbe evitato l’ennesima brutta figura di questa
legislatura”.

In realtà, già nel corso
dell’autunno scorso appariva grande l’incertezza che regnava attorno all’Areu.
E con essa il futuro dei posti di lavoro di medici e infermieri del 118. Motivo primario, la presenza di ostacoli
“in larga misura di carattere nazionale”, predicavano e ripetevano i capi
della sanità pugliese. Abbiamo assistito a tanti comunicati che esaltavano le
‘performance’ del nostro sistema di emergenza, denunciando le varie carenze di
personale tra medici ed infermieri, di chi non è
dotato di teletrasporto per raggiungere il luogo dell’evento, ma si sposta
soltanto grazie all’abnegazione e professionalità di autisti e
soccorritori.

L’Areu, com’era stato
annunciato, si spegne, ma molte domande sul sistema di intervento emergenziale
in Puglia restano. Come si può affrontare e risolvere una crisi di personale
medico-intermieristico, senza avere una regia che possa governare queste
problematiche? Come intende, la politica, risolvere il problema di dipendenti
che percepiscono gli emolumenti dopo mesi? Come risolvere il problema dei
licenziamenti senza giusta causa, che avvengono nel silenzio totale? E la
situazione di tutti quei servizi aggiuntivi, tipo manifestazioni religiose,
politiche, di sport, di musica, ecc., dove necessita un piano di sicurezza
sanitario come da circolare ministeriale, che viene dato in gestione alle
associazioni di volontariato, magari retribuite a nero? A Emiliano il compito
di far comprendere perché tutto si è arenato, e se ci sono altre, nuove
valutazioni per l’emergenza-urgenza in Puglia.

Redazione Nurse Times

Fonte: Quotidiano di Bari

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“L’infermiere dedica gran parte della vita agli altri: non è affatto facile”

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Ilaria Sfregola, studentessa di Infermieristica.

Salve, mi chiamo Ilaria Sfregola e sono
una studentessa di Infermieristica. Vi scrivo perché voglio dar voce alla
figura dell’infermiere, troppo spesso sottovalutata nella nostra società. Sono
uno di quei pochi studenti di Infermieristica che ha scelto questo percorso
universitario non come ripiego da Medicina o Fisoterapia, ma come prima
opzione, provando unicamente il test di ingresso delle Professioni sanitarie.

Conoscevo la figura dell’infermiere, e ciò
che mi affascinava era il tipo di assistenza “olistica” che ti permette di
entrare in consonanza, empatia con il paziente. Quando ho intrapreso questo
percorso mi sono scontrata con molte difficoltà, in primis nel far capire, all’interno
della realtà ospedaliera e non, quale sia il vero ruolo dell’infermiere professionista,
sottovalutato da molti.

Nonostante il continuo sviluppo della
professione infermieristica, la maggioranza dei cittadini non conosce le
competenze che l’infermiere possiede, non ha chiara l’essenza del tipo di
assistenza erogata, e nel 2019 ci si scontra ancora con molti stereotipi, spesso
frutto anche dei media. Il risultato è l’immagine convenzionale dell’infermiere
come colui adibito a “fare un prelievo, somministrare farmaci, fare punture”. Il
tutto accompagnato dalla solita espressione: “Ci vuole una laurea per fare
questo? Lo sa fare anche la mia vicina di casa!”. Ecco, vi rispondo: ci vuole
una laurea per fare questo, perché non avete idea della complessità del nostro
organismo, dell’albero arterioso, venoso. E per fare queste cose è necessario
avere determinate conoscenze.

Non a caso nel decreto 739/1994 è
individuata il ruolo dell’infermiere come figura PROFESSIONALE, responsabile
delle cure palliative, riabilitative, relazionali, educative e di natura
tecnica. L’infermiere, quindi, non è adibito a fare solo le “punture”, ma è
garante dell’assistenza infermieristica in toto, con un peso di responsabilità
molto alto, alla pari del medico. La mano professionale dell’infermiere è
fondamentale per garantire la sopravvivenza del paziente.

Le cosiddette “macchine salvavita” (sostitutive
della funzionalità di alcuni organi, come l’emodialisi) sono a gestione
completamente infermieristica, e richiedono capacità decisionale e conoscenze
di natura fisiologica e tecnica, perché l’attacco di un filo, piuttosto che di un
altro, può compromettere la vita dell’ammalato, come anche la somministrazione
sbagliata di un farmaco. Garante dell’assistenza generale in toto, l’infermiere
assiste il paziente durante la sua sofferenza, ritornando a casa spesso con una
grande carica emotiva.

Il medico prescrive le terapie, opera il
paziente, ma è l’infermiere a essere presente alle sue sofferenze, con
l’ulteriore responsabilità di saper dire una parola di conforto al momento
giusto. Non è facile assistere il paziente durante la sua sofferenza: quel
dolore lacera e, nonostante non ci siano mezzi di protezione individuali e non
ci sia abbastanza riconoscimento del nostro lavoro sul piano sociale, ogni
giorno indossiamo quella divisa, mettendo da parte le nostre problematiche. Perché
una volta indossata, sai bene che i nostri pensieri possono essere questione di
vita. Ecco, l’infermiere dedica gran parte della sua vita agli altri. E
credetemi, non è per niente facile. Ma amo fortemente il percorso che ho
intrapreso, e non c’è nulla di meglio che ricevere a fine turno un grazie, un
sorriso da un paziente.

Ilaria Sfregola

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Sanità privata, Speranza convoca tavolo sul rinnovo: la soddisfazione dei sindacati

Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl: “Valuteremo l’impegno di Aris e Aiop. Pronti a trattativa non stop”.

“Apprezziamo l’impegno del
ministro Speranza sul rinnovo del contratto della sanità privata. È la prima
volta che si registra da parte del ministero della Salute una convocazione di
tutte le parti interessate per mettere al centro la risoluzione di una trattativa
complessa, che si trascina da oltre 13 anni”. Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl commentano così la convocazione dei soggetti coinvolti nel
rinnovo del contratto della sanità privata,
in calendario martedì 17 settembre
alle 11 nella sede del dicastero, a Roma.

“Nel corso
della riunione valuteremo gli intendimenti delle controparti, Aris e Aiop, di assumersi
le proprie responsabilità nel riprendere e portare fino in fondo la trattativa –
proseguono i sindacati –. Per
quanto ci riguarda, siamo pronti da subito, nel caso registrassimo un impegno
serio e concreto delle controparti, a una trattativa non stop con l’obiettivo
di arrivare a un’intesa sul rinnovo. In caso contrario, andremo avanti con la
mobilitazione”.

E ancora: “Le
Regioni, in quanto soggetti coinvolti, hanno dato disponibilità al confronto e
a concorrere a una positiva soluzione della vertenza. La responsabilità, adesso,
è tutta in capo ad Aris e Aiop. Non è tollerabile che si attenda da 13 anniil rinnovo di un contratto che riguarda circa
300mila tra infermieri, tecnici di radiologia, operatori socio-sanitari,
fisioterapisti e tutti i professionisti della salute, compresi gli
amministrativi, impegnati nel privato, pur garantendo un servizio pubblico. È ora di riconoscere a queste lavoratrici e a
questi lavoratori ciò che meritano: il diritto al rinnovo del contratto”.

Redazione Nurse Times

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