Buone notizie ai lavoratori del Comparto del Policlinico – Giovanni XXIII° di Bari

Ad annunciarle è il segretario dell’Organizzazione Sindacale FIALS dott. Luigi Vulpis che con un comunicato pervenuto in redazione e di seguito portato all’attenzione dei lettori, annuncia iniziative sindacali attivate a beneficio dei lavoratori dell’A.O.U. Policlinico – Giovanni XXIII per recuperare somme contrattuali rivenienti dalla mancata rivalutazione dei fondi contrattuali. 

Ammonta a circa 2 milioni di € la stima dell’ammontare complessivo dei fondi che si potrebbero rendere disponibili. 

I lavoratori interessati potranno chiedere ulteriori informazioni ai dirigenti dell’organizzazione sindacale FIALS.

Redazione Nurse Times

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Lucca, la rabbia di una paziente del San Luca: “Pane ammuffito per cena”

Lucca, la rabbia di una paziente del San Luca: “Pane ammuffito per cena”

Brutta sorpresa per una donna ricoverata in ospedale: “È uno scandalo. Sporgerò denuncia”.

«Invece di dare la caccia al batterio killer in giro per l’ospedale, provino a dare un’occhiata alle cucine. Si accorgerebbero che ci danno da mangiare pane ammuffito». Rossana è una 41enne che da venerdì scorso è ricoverata all’ospedale San Luca di Lucca.

È arrabbiata perché ieri sera, quando le è stato recapitato
il vassoio con la cena, ha ricevuto una brutta sorpresa: «C’erano crema di piselli, prosciutto cotto, verdure lesse, una mela
cotta e delle fette di pane. Ho mangiato la crema e poi ho preso il pane per
tagliarne una fetta, e in quel momento mi sono accorta che era ammuffito
(vedi foto, ndr). Potete immaginare il
mio disgusto. Ovviamente ho smesso di mangiare e sono andata a chiedere
spiegazioni. La persona che consegna il vitto ai pazienti ha detto che sono
cose che possono succedere e che non dipendono dall’ospedale, ma dal panettiere. A quel punto sono andata a informare
il resto dei ricoverati del reparto: è venuto fuori che ad altri due pazienti
era stato consegnato pane ammuffito. Le infermiere mi hanno detto che avrebbero fatto una segnalazione e
mi hanno invitato a parlare dell’accaduto con la caposala. In ogni caso ho
chiamato anche il 113 per segnalare il fatto e, quando uscirò dall’ospedale, sporgerò denuncia».

La signora Rossana è furiosa: «Vi pare possibile? Qui ci sono donne incinte, bambini, persone che
soffrono di malattie serie. Come facciamo a fidarci di ciò che ci viene dato,
se nel pane c’è la muffa? Lo trovo scandaloso. Se penso che ho mangiato quella
crema, mi sento male. Parlano tanto di igiene per evitare la trasmissione del
batterio killer, e poi succedano queste cose».

Redazione Nurse Times

Fonte: Il Tirreno

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Batteri, i più resistenti si diffondono anche senza uso di antibiotici

Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori dell’ETH di Zurigo e dell’Università di Basilea.

I batteri sono più resistenti di quanto si
pensi e possono evolversi per sviluppare tale resistenza in maniera ancora più efficiente, anche senza che vi sia
un utilizzo di antibiotici in grandi
quantità. A questa conclusione è giunto uno studio pubblicato su Nature e
condotto da ricercatori dell’ETH di Zurigo e dell’Università di Basilea, che
in un certo senso hanno sfidato la teoria di Darwin secondo la quale, per
quanto riguarda i batteri, i geni della resistenza si diffondono principalmente
se vengono usati antibiotici. Tra l’altro, su questo presupposto si basano le
preoccupazioni della maggior parte degli esperti.

Il team di
ricercatori dichiara di aver scoperto un altro
meccanismo, precedentemente sconosciuto, che non dipenderebbe prettamente dall’utilizzo
degli antibiotici. Attraverso esperimenti con i topi, hanno dimostrato che il
batterio della salmonella può
entrare in uno stato dormiente nell’intestino e resistere in maniera indefinita,
per poi “risvegliarsi” e trasmettere i propri geni di resistenza ad altri
batteri della sua o di altre specie, finanche l’Escherichia coli.

Questi batteri
“persistenti” si rivelano molto efficienti nel condividere i propri geni di
resistenza appena si svegliano dal loro stato dormiente e appena incontrano
altri batteri sensibili al trasferimento
genico, che avviene indipendentemente dalla presenza o meno
dell’antibiotico. I ricercatori precisano che limitare l’utilizzo di
antibiotici risulta comunque importante e che, alla fine, resta la cosa giusta
da fare, ma che non è l’unica misura da adottare, perché esistono altri
meccanismi utilizzati dai batteri per diffondersi sempre più. Gli stessi ricercatori,
dunque, promuovono misure igieniche
oppure vaccinazioni più efficaci proprio per impedire ai
microrganismi più resistenti di moltiplicarsi.

Redazione Nurse Times

Fonte: Notizie Scientifiche

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Scuola, come essere in regola con i vaccini obbligatori

I bambini fino a 6 anni di età che non hanno effettuato le 10 vaccinazioni previste dalla legge non potranno entrare, mentre per i genitori  di tutti gli altri sono previste multe da 100 a 500 euro.

Con l’inizio della scuola non bisogna dimenticare che si entrerà in classe senza
problemi solo a una condizione: esserevaccinati.
La Legge Lorenzin, approvata nel 2017, prevede 10 vaccini obbligatori per consentire
l’ingresso agli studenti da zero a 16 anni, pena la non iscrizione per i
bambini fino ai 6 anni e il pagamento di multe per i genitori degli alunni dai
6 anni in su.

Sembrerebbe essersi arenato in commissione
Sanità al Senato, infatti, il disegno di
legge sull’obbligo flessibile, che era stato presentato il 7 agosto 2018 e
stabiliva l’obbligo di vaccinazione per l’iscrizione a scuola solo in caso di
emergenze sanitarie o di un significativo scostamento dagli obiettivi di
copertura fissati. Secondo la legge attualmente in vigore, restano obbligatori
i vaccini anti-poliomelitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatite B,
anti-pertosse, anti Haemophilusinfluenzae tipo B, anti-morbillo, anti-rosolia,
anti-parotite, anti-varicella. Di conseguenza, i bambini fino a 6 anni che non
hanno effettuato le 10 vaccinazioni non potranno entrare a scuola, mentre per
tutti gli altri sono previste multe per i genitori da 100 a 500 euro.

Da quest’anno, però, gli oneri a carico delle
famiglie si sono alleggeriti grazie al funzionamento a regime dell’Anagrafe
vaccinale. I genitori, per il primo anno, non hanno dovuto presentare alle
scuole i certificati di avvenuta vaccinazione entro il 10 luglio, grazie alla
comunicazione telematica tra Asl e istituti. “Un grosso passo
avanti”, secondo Antonello Giannelli, presidente
nazionale Anp (Associazione nazionale presidi), nell’applicazione del decreto
Lorenzin, “anche se ci sono voluti due anni”.

Il ministero della Salute ha spiegato che le
situazioni irregolari sono già state comunicate dalle Aziende sanitarie alle
istituzioni scolastiche che provvederanno a richiedere i documenti
eventualmente mancanti ai genitori. Questi ultimi hanno avuto a loro volta
dieci giorni di tempo (dal 10 luglio 2019, ndr) per portarli a scuola, in caso
contrario scatteranno le sanzioni previste dalla legge. “Tutte le Regioni
– precisa il ministero – hanno avviato da aprile la trasmissione dei dati,
tranne le Province autonome di Trento e Bolzano che saranno presto a
regime”.

Secondo i dati del 2018, elaborati sul fronte
vaccini dalla direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero
della Salute, la situazione vaccinale in Italia è migliorata. Rispetto al 2017
sono cresciute le coperture dei bambini e degli adolescenti. Nella maggior
parte delle Regioni la copertura a 24 mesi contro la polio (usata come
indicatore per le vaccinazioni contenute nell’esavalente) supera la soglia
minima raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità, pari al 95%, e
due Regioni (Valle d’Aosta e provincia autonoma di Trento) sono prossime
all’obiettivo. Restano, tuttavia, quattro Regioni (Friuli Venezia Giulia,
Marche, Sicilia e Veneto) con una copertura sotto la soglia e la provincia
autonoma di Bolzano con una copertura dell’83,33%, ancora ben lontana dal
target.

Continua però a destare preoccupazione il
mancato raggiungimento dell’obiettivo del 95% per la vaccinazione contro morbillo-parotite-rosolia,
in tutte le fasce d’età considerate, nonostante il trend in aumento registrato.
Soprattutto dopo l’allarme lanciato dall’Oms, lo scorso 15 luglio, secondo cui
oltre 20 milioni di bambini nel mondo, più di uno su 10, non sono protetti dai
vaccini salvavita contro morbillo, difterite e tetano.

I dati resi
noti dal ministero della Salute rilevano che la copertura per la prima dose di
vaccino contro il morbillo arriva solo al 93,22% (con un +1,38% rispetto
all’anno precedente) a fronte del 95% necessario per eliminare la malattia,
mentre la provincia autonoma di Bolzano ha una copertura inferiore al 90%.

In aumento
anche le coperture per le vaccinazioni anti-pneumococcica (+0,73%: 91,63% nel
2018 rispetto al 90,90% nel 2017) e anti-meningococcica C (+2,29%: 84,93% nel
2018 rispetto all’82,64% nel 2017) così come quelle a 36 mesi (relative ai
bambini nati nell’anno 2015) e a 48 mesi (bambini nati nel 2014), rilevate per
verificare le attività di recupero nei bimbi inadempienti: l’anti-polio passa
dal 93,33% (dato a 24 mesi rilevato al 31 dicembre 2016) al 96,01% e
l’anti-morbillo dall’87,26% al 94,93%, con un guadagno rispettivamente del
+2,68% e del +7,67%. Per le coorti di nascita successive si registrano recuperi
di copertura, anche se non si raggiunge l’obiettivo del 95%.

Riguardo
alle vaccinazioni in età pre-scolare, generalmente somministrate a 5-6 anni
(bambini nati nell’anno 2011), si registra un +2,01% per la quarta dose di
anti-polio (90,71% nel 2018 rispetto all’88,69% nel 2017) e un +3,47% per la
seconda dose (ciclo completo) di anti-morbillo (89,20% nel 2018 rispetto
all’85,74% nel 2017).

Mentre per
quelle eseguite entro gli 8 anni (bambini nati nel 2010) c’è un recupero: per
fare un esempio, la copertura nei confronti della polio (quarta dose) guadagna
un +3,49% arrivando al 92,18% e quella contro il morbillo (seconda dose) un
+4,27% raggiungendo il 90,01% (rispetto al dato registrato al 31 dicembre 2017
nella stessa coorte). Infine, anche per le vaccinazioni effettuate nell’adolescenza
(sedicenni, coorte 2002 e diciottenni, coorte 2000) si conferma un leggero
miglioramento nelle coperture.

Redazione Nurse Times

Fonte: Agi

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Sindrome feto-alcolica, conoscerla meglio per imparare a combatterla

In occasione della Giornata mondiale dedicata a questa patologia abbiamo intervistato Claudio Diaz, presidente AIDEFAD.

Oggi, 9 settembre, ricorre la Giornata mondiale si sensibilizzazione sulla sindrome feto-alolica e i disturbi correlati. Per l’occasione abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Claudio Diaz, presidente dell’Associazione italiana disordini da esposizione fetale ad alcol e/o droghe (AIDEFAD). Quest’ultima è nata un anno fa con l’obiettivo di implementare la diagnosi di DEFAD e promuovere un modello di prevenzione basato su più livelli: informare le donne e i loro partner sul rischio rappresentato dall’alcol per il nascituro; arrivare a un riconoscimento tempestivo del rischio correlato a una gravidanza esposta all’alcol o a sostanze psicoattive; sensibilizzare l’opinione pubblica su un corretto comportamento durante la gravidanza, in rete con le già esistenti esperienze nazionali e internazionali sul tema.

La chiacchierata non può che partire da
una definizione della problematica: «FASD (Fetal Alcohol Spectrum Disorders,
Spettro dei disordini feto-alcolici) è un termine “ombrello” utilizzato per
descrivere la grande eterogeneità di sequele che possono colpire le persone
esposte all’alcol durante la gravidanza e l’allattamento. L’alcol è una
sostanza teratogena (produce anomalie o malformazioni nell’embrione) che
oltrepassa la placenta e viene assorbita dal feto, provocando moltissimi danni:
dalle anomalie che coinvolgono i tratti del viso, il cuore, le ossa, il sistema
neuroimmune, il sistema gastrointestinale e il sistema nervoso centrale, a
disturbi di tipo cognitivo e comportamentale. L’insieme di problemi più gravi e
clinicamente riconoscibili è la sindrome feto-alcolica (FAS). Se la diagnosi,
pur sintomatica, non giunge fino all’adolescenza, i riscontri più tipici sono
lo sviluppo di dipendenze, la psichiatrizzazione con diagnosi di disturbo
bipolare, la depressione o altri simili».

Inoltre c’è un capitolo strettamente
connesso ai disturbi da esposizione fetale ad alcol e/o droghe (DEFAD): quello
delle adozioni e degli affidi: «In questa particolare popolazione i tassi di DEFAD sono molto più
alti, ma al contempo rendono più difficile l’iter diagnostico, in quanto
mancano le informazioni relative alle origini biologiche. I DEFAD sono una
malattia “invisibile”, che tende a manifestarsi quando il bambino comincia a diventare
più grande. I sintomi più visibili sono le alterazioni neuro-comportamentali e
delle funzioni esecutive o adattive, che tendenzialmente vengono ricondotte a
ragioni psicologiche e/o psichiatriche e che conducono inesorabilmente alla
definizione di diagnosi sintomatiche come ADHD, spettro autistico o disruptive
mood dysregolation disorders».

Il messaggio
che AIDEFAD intende lanciare in occasione della ricorrenza odierna (ma non
solo) si articola su due piani: «Innanzitutto
il piano della prevenzione quale strumento primario per la cancellazione del
problema. Sì, perché il problema sarebbe del tutto eliminato se tutti i futuri
genitori si astenessero dal bere e dall’assumere sostanze stupefacenti. E poi
il piano della corretta e precoce diagnosi, fondamentale per evitare non solo che
i bambini incorrano nei disturbi di cui abbiamo parlato, ma per evitare anche
il conseguente sperpero di risorse».

L’Italia è ai primi posti nel mondo per incidenza della sindrome feto-alcolica. Per Claudio Diaz si tratta di una questione culturale: «Spesso mi raccontano di donne incinte a cui i medici dicono che uno spritz ogni tanto non crea alcun problema. Per non parlare delle credenze popolari secondo le quali la birra farebbe buon latte o aiuterebbe a dormire meglio. La verità è che non esiste un margine di sicurezza per l’assunzione di alcolici in gravidanza. Nel dubbio, quindi, l’unica soluzione è non bere affatto, come ha ribadito anche l’Oms. E la questione non riguarda solo le future madri. Anche gli uomini dovrebbero astenersi, sia per fornire un sostegno alla compagna sia perché l’alcol assunto dal padre pochi momenti prima del concepimento può comportare modificazioni degli spermatozoi da cui deriva una sindrome molto simile a quella feto-alcolica».

C’è poi il discorso delle cosiddette sequele secondarie: «A ottenere una
diagnosi precoce, in genere, sono coloro che presentano dismorfismi facciali.
In realtà le sofferenze maggiori toccano a chi presenta sintomi meno evidenti. La
nostra associazione vuol farsi portavoce soprattutto di questi ultimi, affinché
i professionisti della salute mettano a punto linee guida precise per la
diagnosi delle sequele secondarie legate alla sindrome. È importante insegnare
loro a prendere consapevolezza del proprio problema, così come è importante insegnare
loro le strategie per gestirlo».

Il prossimo 23 settembre si terrà al Senato il convegno intitolato “Alcol,
sostanze psicoattive e gravidanza: un’alleanza tra cultura, tutela e diritti”,
che vedrà riunirsi i massimi esperti italiani per dare vita ad un’alleanza con
le istituzioni. «Sarà la giusta occasione
– spiega Claudio Diaz – per soffermarsi
sulla sindrome feto-alcolica e sui problemi correlati, compresi quelli da esposizione
a sostanze psicoattive, ampliando la visione della patologia ai risvolti
sociali e alle varie problematiche legate anche al mondo della tutela e dei
diritti. Istituzioni, esperti del settore, stakeholder saranno impegnati in una
profonda riflessione, che spazierà dalla descrizione della patologia ai problemi
correlati per dar spazio a esperienze e testimonianze, completando il quadro
con uno spaccato su tutela e diritti focalizzati sul tema “adozioni e salute”».

Il convegno avrà luogo nella Sala dell’Istituto Santa Maria in Aquiro (Piazza Capranica, 72). Per partecipare è necessario accreditarsi, inviando una mail a segreteria@aidefad.it entro il 17 settembre.

Redazione Nurse Times

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