L’infermiere penitenziariouna figura fondamentale ma ancora poco conosciuta

Firenze 9 settembre 2019 – Nell’immaginario comune, si tende a identificare l’infermiere come il professionista che opera solo nelle strutture ospedaliere. In realtà, ci sono molti altri casi che necessitano della presenza costante di un operatore sanitario, come per esempio il carcere. Abbiamo intervistato Monica Pusceddu, infermiera che opera nel settore della sanità penitenziaria della USL Toscana Centro.

Qual è la situazione generale degli infermieri in carcere? E in Toscana?

«Essere infermiere in carcere oggi è una sfida, sia professionale che etica, perché, come ci ricorda l’articolo 3 del nuovo codice deontologico, “l’infermiere si astiene da ogni forma di discriminazione e colpevolizzazione nei confronti di tutti coloro che incontra nel suo operare”. Ci troviamo a dover gestire sia culture differenti dalla nostra che persone socialmente svantaggiate per cui, a prescindere dal reato commesso (del quale non dobbiamo essere a conoscenza, né eventualmente tenere conto), è fondamentale la presa in carico del paziente.

L’utenza attuale del carcere di Sollicciano comprende circa 800 detenuti (uomini, donne, bambini e transex) per cui l’erogazione del servizio non può non tener conto di diverse dinamiche. Il carcere fiorentino è nato negli anni ’80 e ha una forma simile ad un giglio, con un cuore centrale e delle ramificazioni dove sono situate le nostre infermerie e le sezioni detentive. Sono diverse le problematiche che ci ritroviamo ad affrontare: dalle lunghe distanze date dai corridoi che separano l’infermeria da alcune zone del carcere dove potrebbero trovarsi i pazienti da soccorrere, agli interventi infermieristici che vanno sempre coordinati con la polizia penitenziaria per ragioni di sicurezza. Gli ambulatori non sono totalmente sotto la gestione dell’USL Centro anche dal punto di vista della manutenzione, per cui molto spesso, per interventi urgenti (come per esempio allagamenti, infiltrazioni, imbiancature e illuminazione elettrica) dobbiamo rivolgerci agli uffici tecnici dell’amministrazione penitenziaria che non sempre ha i mezzi per sopperire ad alcune esigenze. Inoltre gli spazi a noi riservati sono angusti, fatiscenti e talvolta con poca illuminazione e l’assistenza da erogare diventa difficoltosa anche per queste concause».

Quali sono le difficoltà maggiori?

«Con l’aumentare dell’età media anche in carcere entrano detenuti più complessi dal punto di vista della cronicità; abbiamo attivi diversi percorsi con i quali prendiamo in carico il paziente e leghiamo la nostra assistenza con quella dei servizi territoriali. L’infermiere diventa quindi punto di rifermento per l’utente e costruisce attorno alla relazione di fiducia con il detenuto l’assistenza che ne deriva.

La complessità assistenziale è data anche dalle diverse etnie che compongono il bacino di utenza e dal livello culturale e sociale medio-basso: spesso i detenuti provenienti dall’Africa sub-sahariana hanno frequentato a malapena le scuole elementari e non avendo beneficiato nel loro paese di un servizio sanitario strutturato si ritrovano per la prima volta ad avere a che fare con una istituzione sanitaria ben definita.

Il detenuto che si vede privare della propria libertà utilizza spesso degli atteggiamenti manipolatori nei confronti del personale sanitario, mettendo in atto gesti autolesivi, talvolta di poco conto, talvolta di grave entità come i tentativi di suicidio, che nell’ultimo anno purtroppo in alcuni casi sono stati portati a termine. 

La voglia di libertà, l’istituzionalizzazione a cui vengono sottoposti i ristretti e le regole ferree da seguire a volte superano la salvaguardia della propria salute, perciò il detenuto si trova a fare richieste non conformi, molto spesso dal punto di vista terapeutico, che l’infermiere o il medico gli devono negare. Nella relazione di fiducia paziente/infermiere quando queste richieste non vengono soddisfatte capita che il detenuto risponda con aggressioni sia verbali che fisiche». 

Quali sono le soddisfazioni più grandi?

«La soddisfazione più grande è che nel corso degli anni ho potuto essere parte attiva del cambiamento dell’assistenza infermieristica all’interno del carcere. Oggi sono attive più di 30 procedure e altrettanti percorsi. L’assistenza che viene erogata ai cittadini rispecchia quasi in toto quella fornita nel presidio, proprio perché il detenuto deve poter avere gli stessi diritti. 

Un importante percorso attivo è il monitoraggio delle malattie infettive: questo fa sì che i pazienti vengano intercettati e curati subito ma anche che ci sia una risonanza positiva sulla cittadinanza nel momento in cui il detenuto tornerà libero. Lavorare a contatto con una popolazione fragile e socialmente svantaggiata spesso è una scelta consapevole del professionista che viene a lavorare in carcere; vedere tanti giovani colleghi che si approcciano a questa realtà è stimolante e vedere la stima e il riconoscimento negli occhi di un detenuto è la soddisfazione più grande».

Sotto quali aspetti dovrebbe migliorare il servizio, anche in relazione all’ultimo episodio di aggressione avvenuto al carcere di Sollicciano lo scorso 14 agosto?

«Gli aspetti da migliorare sono molteplici: la base di tutto è sicuramente la formazione, poiché attualmente si parla troppo poco di infermiere penitenziario e anche all’interno delle università dovremmo iniziare a orientare i futuri professionisti verso questa realtà. Quello che potrebbe aiutare nel miglioramento della qualità dell’assistenza è senz’altro una sempre maggiore interazione e un confronto con gli altri servizi, sia territoriali che ospedalieri.

Non da meno è il problema della sicurezza che è costantemente al vaglio dell’amministrazione penitenziaria e dell’azienda sanitaria che necessariamente devono coordinarsi e integrarsi al fine di ridurre al minimo il rischio. Oggi dovremmo puntare molto di più sull’informazione su casi limite come l’aggressione dello scorso 14 agosto, per poter formare i colleghi in modo che sappiano affrontare situazioni critiche e di conflitto con l’utenza».

Redazione Nurse Times
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Riflessioni di un’infermiera sul saluto dell’ex Ministro “ricordo la promessa dell’on. Di Maio in merito all’aumento di stipendio”

Riceviamo e pubblichiamo le riflessioni di una infermiera di lungo corso espresse in seguito al saluto dell’ex Ministro della Salute Giulia Grillo (VEDI articolo)

“Gentilissima dr.ssa Grillo, sono felice di ricambiare il suo saluto e di saperla gioiosa per poter tornare a dedicare maggior tempo alla sua famiglia. Come vecchia infermiera, vecchia anagraficamente e professionalmente, mi permetto di esprimerle tutta la mia sorpresa amarissima nel leggere le sue affermazioni in merito all’essersi sentita vicina ai pazienti grazie all’esperienza di governo vissuta.

Probabilmente l’esercizio della sua specialità non le consentiva un significativo dialogo con i suoi pazienti ma, io credo sia davvero mortificante per gli altri suoi colleghi che non vivono esperienze di governo scoprire che solo un incarico di così ampia visibilità dona la capacità di comprendere i pazienti e la realtà del mondo sanitario in genere.

D’altro canto, come infermiera (non pensi che mi sia limitata alla vecchia formazione della scuola regionale, sono laureata, sino a un paio d’anni fa sono stata tutor per gli studenti di Infermieristica in una delle università più valide d’Italia) non posso che constatare come il suo appariscente ruolo non abbia comportato empatia per gli Infermieri.

Ricordo la promessa dell’on. Di Maio in merito all’aumento di stipendio per gli Infermieri a cui avrebbe provveduto.

Non mi risulta da parte del Ministero della Salute un effettivo supporto al mantenimento della promessa.

Non posso di certo caricare tutte le colpe su di lei. Altre personalità del mondo sanitario hanno, una volta giunte al potere, deluso le aspettative degli Infermieri a cui per anni avevano predicato l’indispensabile empatia per pazienti e familiari, la responsabilità di individuarne i bisogni e rispondervi, il prendersene “in carico”.

Molti medici se ne vanno dall’Italia e molti Infermieri anche.

Coloro che coraggiosamente rimangono impegnandosi oltremodo per garantire cura, assistenza ai massimi livelli per tutti i pazienti non necessitano di schiaffi quanto mai sonori alla loro persona e alla loro professionalità; vogliamo che almeno ci vengano riconosciute competenze e sacrifici, questi ultimi messi in conto, d’accordo, ma non ipotizzati sino all’inverosimile.

Lei è felice di tornare alla sua famiglia; nel corso del suo impegno ministeriale, comprendendo i pazienti e il mondo sanitario, ha mai chiesto a Infermieri ultra sessantenni se desiderassero dedicare più tempo alle loro famiglie?

Io ad agosto ho compiuto 65 anni e lavoro ancora su tre turni. Anzi: dal prossimo ottobre su due di 12 ore cadauno.

Non credo di essere l’unico fenomeno, ultrasessantenni nella mia unità operativa che lavorano sugli stessi turni ce ne sono ancora. Che eredità lascia, al suo successore al ministero?

Non so se rientrerà a lavorare come medico o se proseguirà la carriera politica; in ogni caso, quando avrà a che fare con pazienti le auguro di verificare con sé stessa e con chi lavora giorno dopo giorno, notte dopo notte con persone in difficoltà il vero significato di “assistere”, alias “stare accanto” e di “curare” la persona e non un corpo. Lontano dai palazzi del potere, ovviamente.”

Inviateci tutte le vostre impressioni, pensieri, delusioni al nostro indirizzo mail redazione@nursetimes.org

Redazione NurseTimes
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Emergenza batterio New Delhi. L’allarme della Uil Fpl Lucca “Va subito potenziato il personale”

“Emergenza batterio New Delhi, tutte le analisi a Lucca. Reparto di microbiologia e area medica sotto organico”

Il piano di contenimento della Regione e le pratiche di profilassi mettono a dura prova il personale sanitario. L’allarme della Uil Fpl Lucca: “Va subito potenziato il personale”

In un comunicato la Uil Fpl Lucca parla anche di emergenza personale.

“EMERGENZA super batterio New Delhi, nell’area della Usl Toscana Nord Ovest la Regione ha adottato le giuste contromisure e non possiamo che essere d’accordo.

Quando si applica, d’urgenza, un piano di emergenza microbiologico bisogna però anche pensare a potenziare le risorse a disposizione altrimenti è tutto inutile: invece a oggi da una parte si sta mettendo a dura prova l’organizzazione infermieristica e Oss dell’area medica, dove sono state attivate le articolate e complesse misure di profilassi, con ripercussioni sulla routine e soprattutto sul personale che oltre alla normale attività si vede aggiungere procedure e pratiche difficilmente sostenibili nel tempo.

In particolare nel setting B dell’area medica (il reparto più ampio e con il maggior carico di lavoro) sono state disposte 6 stanze di isolamento. L’assistenza infermieristica è il ‘fronte’ di questa battaglia e per vincerla va potenziato.

Dall’altra parte, a essere sotto pressione è l’organizzazione il reparto di microbiologia di Lucca che non riesce a fare fronte a tutte le richieste di analisi che arrivano dall’area vasta, comprese Massa Carrara e Versilia”.

Lo sottolineano il segretario deil Fpl di Lucca, Pietro Casciani, il delegato aziendale Andrea Lunardi e l’RSU Luca Menicucci che entrano nel merito della gestione sanitaria dell’emergenza dovuta alla diffusione di un batterio che a oggi ha già fatto registrare, dati della Regione alla mano, 64 contagiati e 546 persone positive. In attesa che venga fatta luce pure su alcune morti alquanto sospette.

“Un batterio che passa da un paziente all’altro e gira fra gli ospedali, soprattutto nell’area di competenza dell’Asl Toscana nord ovest – proseguono i sindacalisti -. Vogliamo precisare che non contestiamo la misura adottata per la tutela sanitaria, che condividiamo e per il nostro ruolo cercheremo di agevolare: il nostro disappunto deriva dal fatto che nessuno parla di un supporto di organico per la gestione dell’emergenza. Tutti i pazienti che entrano nelle aree mediche degli ospedali devono sottoporsi a un tampone che viene mandato in laboratorio per le analisi del caso per  verificare se il soggetto sia un portatore, anche sano, del batterio, in modo da isolare i casi e bloccarne la diffusione”.

Ma è nella pratica che arriva l’inghippo con un collo di bottiglia tecnico che può vanificare tutta l’operazione: “Allora, tutti i tamponi di Massa, Viareggio e Lucca vengono portati ai laboratori di microbiologia di Lucca. Una mole di lavoro importante, dovuta alla fase di emergenza, a cui non è corrisposto un immediato aumento di personale. Non è possibile fare campagne di questa portata, certamente molto utili – sottolineano ancora -, senza stanziare le risorse economiche e umane necessarie ad affrontare carichi di lavoro estenuanti. La microbiologia di Lucca è già di per sé estremamente carente e ora va in affanno con una tale mole di attività da fare. Da quel che ci risulta, parlando con gli specialisti del settore, servono anche un aumento delle attrezzature specifiche che a oggi non ci sono. Per questo – conclude Casciani – chiediamo alla Regione di attivare da subito un piano straordinaria di emergenza per aumentare il personale in servizio da affiancare alle misure attuate contro il super batterio, in modo che siano davvero utili e tempestive”.

Redazione NurseTimes
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New Delhi il batterio resistente agli antibiotici e le 17 morti sospette. Quali precauzioni per infermieri, medici e oss?

Il batterio in questione è il New Delhi metallo beta-lattamasi (Ndm), isolato per la prima volta nel 2009 in un paziente svedese tornato da poco tempo dall’India (da qui il nome)

A preoccupare è il fatto che questo batterio ha sviluppato una forte resistenza agli antibiotici e quindi potenzialmente letale. Il New Delhi non è un nuovo batterio, ma una variante Genetica delle enterobactetiacea ed in particolare della Klebsiella pneumonia. È solo un ceppo diverso, con geni di resistenza un pò diversi dalle altre klebsielle (ce ne sono di vari tipi). È già stato riscontrato anche in altre parti d’Italia, ma in casi sporadici. In Toscana c’è stata una maggiore concentrazione, una circolazione maggiore.

Secondo quanto riportato dalla Regione in una conferenza stampa, sarebbero 64 i casi di infezione accertati da fine 2018 ad oggi, una situazione anomala e da tenere costantemente monitorata ma per cui non è stato lanciato ancora un vero e proprio allarme.

Le Asl stanno studiando caso per caso. Per cui, anche se le persone infettate sono 64, i casi attenzionati sono 44. Di queste 44 persone, 17 appunto sono decedute. Si tratta di una percentuale vicina al 40%.

Chi rischia
di più sono i pazienti ospedalieri particolarmente fragili: persone anziane,
immunodepressi e chi soffre già di patologie pregresse. Gli altri, anche se vi
entrano in contatto, possono convivere con il batterio che vive nella flora
intestinale e che, nella maggioranza dei casi, non è pericoloso.

Ed essere
colpita dal problema è soprattutto la Toscana Nord ovest quindi in particolare
la provincia di Massa, Livorno e Pisa.

Dalla regione fanno sapere che “abbiamo però uno dato aggiornato per quanto riguarda il Cisanello di Pisa, l’ospedale che concentra il maggior numero di casi di infezione: nell’ultimo monitoraggio, su 31 casi di infezione (quindi dato ad oggi), si registravano 10 casi di mortalità, pari al 32%”“.

L’assessore alla Salute Stefania Saccardi ha dichiarato che vi è la massima attenzione e invita ad evitare allarmismi. Quindi cautela massima nel comunicare il numero dei decessi che è dovuta alle condizioni generali di questi pazienti: non è detto che la causa della morte sia stata necessariamente il batterio New Delhi, le cause possono essere altre, oppure il batterio può essere una concausa. Il dato netto di causa-effetto sarà disponibile solo dopo una attenta analisi e valutazione.

I batteri
resistenti agli antibiotici, infatti, secondo le stime, mieteranno  moltissime vittime nei prossimi anni a
livello mondiale .

Dalla
settimana prossima, la Regione darà comunque costante comunicazione dei dati
attraverso un monitoraggio continuo dei numero di portatori del batterio, degli
infetti e dei decessi, presidio per presidio, in tempo reale, allo scopo anche
di contribuire ad una corretta informazione tesa in particolare a rassicurare e
ad adottare le misure di prevenzione, ovvero ridurre l’utilizzo non corretto di
antibiotici.

In questi mesi la Regione Toscana è stata in costante contatto con il Ministero della salute e l’Istituto superiore di sanità, e il tema è stato oggetto di confronto all’interno del Tavolo regionale relativo al Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza (PNCAR), a partire da marzo 2019. E’ stata poi costituita una Unità di crisi regionale, tuttora attiva, della quale fanno parte professionisti esperti in materia di infezioni correlate all’assistenza nelle diverse discipline coinvolte.

Il direttore del reparto di malattie infettive dell’ospedale di Arezzo Danilo Tacconi, membro dell’unità di crisi, spiega che chi arriva con febbre, infezioni cutanee, renali o altri sintomi vengono somministrati cocktail di vari antibiotici: alcuni non più utilizzati in Italia e di cui tutte le Asl toscane si sono dotate, rifornendosi all’estero.

Precauzione per evitare il diffondersi delle infezioni per il personale sanitario

La trasmissione della flora batterica per contatto

Le mani del personale ospedaliero svolgono un ruolo centrale nella trasmissione delle infezioni: moltissimi microrganismi sono in grado di colonizzare temporaneamente o stabilmente le mani. Poiché la cute disperde quotidianamente circa un milione di squame, non è sorprendente che gli indumenti del paziente, la biancheria del letto, gli arredi vicino al letto e altri oggetti nelle immediate vicinanze del paziente vengano contaminati dalla sua flora.

La contaminazione è causata soprattutto da microrganismi resistenti all’essiccazione, quali stafilococchi e enterococchi. La contaminazione delle superfici di oggetti è stata rilevata anche a livello dei lavandini, dove è favorita dalla presenza di un ambiente umido. Le impugnature dei rubinetti sono più soggette a contaminazione e devono essere controllate maggiormente delle altre parti dei sanitari.

I batteri delle mani possono essere suddivisi in due categorie: residenti o transitori.

La flora residente è formata da microrganismi residenti sotto le cellule superficiali dello strato corneo e reperibili anche sulla superficie cutanea. Lo Staphylococcus epidermidis è la specie dominante. Tra gli altri batteri residenti ricordiamo lo Staphylococcus hominis e altri stafilococchi coagulasi negativi, i batteri corineformi (propionibacteria, corynebacteria, batteri epidermici e micrococchi).

Tra i funghi, il genere più diffuso della flora cutanea residente è il Pityrosporum (Malassezia). La flora residente ha due principali funzioni protettive: antagonismo microbico e competizione per le sostanze nutrienti nell’ecosistema. In generale, è meno probabile che la flora residente si associ a infezioni ma può provocare infezioni in cavità sterili del corpo, negli occhi o su cute non intatta.

La flora transitoria, che colonizza gli strati superficiali della cute, è più facile da eliminare con i lavaggi delle mani di routine. I microrganismi transitori solitamente non si moltiplicano sulla cute, ma sopravvivono e si moltiplicano sporadicamente sulla superficie cutanea. Vengono spesso contratti dal personale ospedaliero tramite contatto diretto con i pazienti o con superfici ambientali contaminate in prossimità dei pazienti e sono i microrganismi più spesso associati alle infezioni correlate all’assistenza sanitaria (ICA).

Alcuni tipi di contatto sono più spesso associati a livelli superiori di contaminazione batterica delle mani del personale, ad esempio durante l’assistenza neonatale di routine: secrezioni respiratorie, cambio dei pannolini e contatto diretto con la cute. La trasmissibilità della flora transitoria dipende dalle specie presenti, dal numero di microrganismi sulla superficie e dall’umidità della cute.

La trasmissione di microrganismi potenzialmente patogeni da un paziente all’altro tramite le mani degli operatori sanitari richiede cinque elementi sequenziali:

I microrganismi sono presenti sulla cute del paziente o sono stati disseminati sulle superfici inanimate nelle immediate vicinanze del paziente;I microrganismi devono essere trasferiti sulle mani del personale sanitario;I microrganismi devono essere in grado di sopravvivere almeno diversi minuti sulle mani degli operatori sanitari;Il lavaggio o l’antisepsi delle mani del personale sanitario devono essere inadeguati o interamente mancanti, oppure l’agente utilizzato per tale igiene è inappropriato;La mano o le mani contaminate devono entrare a contatto diretto con un altro paziente o con un oggetto inanimato che a sua volta verrà a contatto diretto con il paziente.Gli agenti potenzialmente patogeni correlati all’assistenza sanitaria possono derivare non solo da ferite infette o drenanti, ma anche da aree spesso colonizzate della normale cute intatta dei pazienti.

Le aree perineale o inguinale tendono a essere colonizzate in modo più massiccio, ma anche ascelle, tronco e arti superiori, mani incluse, sono frequentemente colonizzate.

I pazienti diabetici o sottoposti a dialisi per insufficienza renale cronica e quelli affetti da dermatiti croniche sono particolarmente soggetti alla colonizzazione di aree di cute intatta da parte di Staphylococcus aureus.

Poiché ogni giorno dalla cute normale si staccano circa 106 squame contenenti microrganismi vitali, non sorprende che pigiami e camici, lenzuola, arredi e altri oggetti nelle immediate vicinanze dei pazienti si contaminino con la flora dei pazienti stessi.

Tale contaminazione è probabilmente dovuta a stafilococchi o enterococchi, più resistenti all’essiccazione. È stata rilevata anche la contaminazione inanimata sulle superfici dei lavabi utilizzati per il lavaggio delle mani nei reparti e molti dei microrganismi isolati sono risultati stafilococchi.

Le aree maggiormente interessate erano le manopole dei rubinetti, con valori che superavano gli standard di riferimento rispetto alle restanti parti del dispositivo. Questo studio enfatizza la potenziale importanza della contaminazione ambientale sulla contaminazione microbica crociata e sulla diffusione dei patogeni.

Degli studi effettuati hanno evidenziato la contaminazione delle mani del personale sanitario prima e dopo il contatto diretto con il paziente, la medicazione di ferite, la gestione di cateteri intravascolari, l’assistenza respiratoria o la manipolazione delle secrezioni dei pazienti.

L’utilizzo di piastre di Agar per impressione dei polpastrelli di mani sottoposte a una corretta procedura di igiene delle mani e di mani sottoposte a una procedura non corretta mostrano che il numero di batteri recuperato sulla punta delle dita varia da 0 a 300 Unità Formanti Colonie (UFC).

Il contatto diretto con il paziente e l’assistenza respiratoria sono risultate le attività che provocavano la più elevata contaminazione delle dita degli operatori. I bacilli Gram-negativi rappresentavano il 15% degli isolati; lo S. aureus l’11%.

È importante notare come in questo studio la durata dell’attività sanitaria sia strettamente correlata al livello di contaminazione batterica delle mani degli operatori sanitari.

Le regole generali per una corretta igiene delle mani prevedono di:

Rimuovere anelli, bracciali e orologi, che non devono quindi essere indossati durante l’attività lavorativaRimboccare le maniche al gomito se necessarioTenere le unghie corte e ben curateEvitare l’utilizzo di unghie artificiali o ricostruiteMantenere la cute elastica usando creme emollienti, con frequenza almeno quotidianaUsare salviette mono uso per asciugare le mani.Tutto il personale sanitario ha la responsabilità di effettuare in maniera corretta l’igiene delle mani. Il personale infermieristico ha inoltre la responsabilità di informare ed educare pazienti e familiari sull’igiene delle mani.

Tutte le procedure sul paziente vanno effettuate subito dopo avere effettuato l’igiene delle mani.

Se dopo l’igiene delle mani e prima di venire in contatto con il paziente si toccano oggetti (telefono, maniglie delle porte, ecc.), o parti del proprio corpo (viso, capelli, ecc.) che possono ricontaminarle, è necessario lavarle di nuovo.

A seconda del contesto assistenziale, l’igiene delle mani può venire effettuata con:

Lavaggio con acqua e sapone. Il sapone è il più comune detergente e permette l’allontanamento meccanico della popolazione microbica transitoriaLavaggio antisettico: con acqua e sapone antisettico o con soluzione alcolica. Ha l’obiettivo di esercitare un effetto antimicrobico sulla popolazione microbica transitoria, utilizzando prodotti che contengono come principi attivi alcoolici, clorexidina o iodopovidoneLavaggio chirurgico. Vengono utilizzati gli stessi principi attivi del lavaggio antisettico, con l’obiettivo di eliminare la flora batterica transitoria e ridurre la flora residente, con un’attività antimicrobica persistente.Il metodo di prima scelta per effettuare l’igiene delle mani è la frizione con soluzione a base alcolica.

Questo metodo è infatti più veloce, più efficace, meglio tollerato dalle mani e ha un’azione antisettica.

Le mani devono invece essere lavate con acqua e sapone o acqua e detergente antisettico quando:

Sono visibilmente sporche,Sono contaminate da materiale biologico,E’ probabile o accertata l’esposizione a microrganismi sporigeni,Dopo l’uso dei servizi igienici.I guanti sono utili agli operatori sanitari per non contaminarsi le mani con germi patogeni presenti in pazienti o materiali infetti; allo stesso tempo impediscono che infezioni di lesioni cutanee degli operatori sanitari si trasmettano ai pazienti.

Redazione NurseTimes

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