Tra Artificial Intelligence ed Epic (fail): la rivoluzione digitale che sta cambiando il volto del Regno Unito

Proponiamo un nuovo contributo di Luigi D’Onofrio, nostro collaboratore dal Regno Unito.

Immaginate di dover chiamare un numero di telefono per una consulenza medica urgente. All’altro capo del telefono c’è una voce calda, tranquilla. Voi esponete i vostri sintomi. Siete preoccupati, ma l’operatore vi formula domande mirate, che rivelano un’ampia competenza clinica, per cui, al termine della conversazione, vi sentite rassicurati. Seguirete il consiglio, perciò andrete a comprare in farmacia il medicinale da banco che vi è stato consigliato, oppure vi recherete in Pronto Soccorso, perché la vostra sintomatologia è rivelatrice di una condizione che merita ulteriori approfondimenti diagnostici.

Per tutto il tempo della telefonata, tuttavia, non avete conversato con un essere umano. Dall’altro lato, infatti, potrebbe esserci stato un chatbot, una intelligenza artificiale, programmata per eseguire un triage telefonico ed indirizzare il paziente verso il servizio più appropriato.

E’ questo lo scenario che presto si prospetterà ai cittadini di Birmingham, dove servizi di chat telefonica, affidati ad appositi software, insieme a strumenti di videoconferenza – questa volta con esseri umani dall’altro lato dello schermo – alleggeriranno l’ormai insostenibile pressione sul Dipartimento di emergenza-urgenza del locale ospedale.

Il “chatbot triagista” è tuttavia solo una delle numerose soluzioni, in fase di trial o già implementate, che stanno trasformando il volto dell’NHS in Gran Bretagna, seppur ancora a macchia di leopardo e senza una reale condivisione delle strategie a livello nazionale, nonostante i buoni propositi contenuti nella programmazione governativa. L’apertura improvvisa e tumultuosa alla rivoluzione digitale costituisce una delle priorità politiche del Governo Tory in materia di sanità.

Già nell’estate 2018, infatti, Matt Hancock, allora fresco di nomina a capo del Department of Health, nel succedere ad un criticatissimo Jeremy Hunt, aveva promesso che il suo approccio alle moderne tecnologie avrebbe “aiutato a costruire il sistema sanitario più avanzato al mondo” e per questo aveva immediatamente destinato all’NHS una prima tranche di investimenti, pari a quasi 500 milioni di sterline. Ad essi si potrebbero aggiungere – ammesso che la promessa venga mantenuta – i 250 milioni appena promessi dal nuovo Primo Ministro, Boris Johnson, per sviluppare programmi  di intelligenza artificiale. 

Benché insufficiente a garantire massicce e durature innovazioni dei servizi, queste iniezioni di liquidità stanno iniziando a portare una boccata d’ossigeno ad un sistema che aveva già rivelato la fragilità delle sue infrastrutture tecnologiche, in occasione dell’attacco hacker sferrato nel 2017, quando il virus WannaCry aveva causato la paralisi di molti Trust in tutto il Paese, con la cancellazione di 19.000 appuntamenti e danni per 92 milioni di sterline – in un solo giorno.

Gli investimenti nell’avanzamento digitale dell’NHS non sono però semplicemente mirati alla manutenzione ed all’aggiornamento delle architetture delle reti e di sistemi operativi spesso fermi a Windows 7, ma puntano ad un obiettivo ben più ambizioso: ottimizzare i servizi, ridurre i carichi di lavoro del personale e migliorare la qualità delle cure e dell’assistenza, affiancando l’intelligenza artificiale a quella umana.In altre parole, software (ancora non si parla di robot) in grado di migliorare l’attività organizzativa dei manager e quella clinica di medici, infermieri ed altre figure professionali. Le realizzazioni in tal senso continuano a spuntar fuori come funghi.

Lo UCLH di Londra, ad esempio, ha utilizzato un database di oltre 22.000 pazienti sottoposti a risonanza magnetica, per generare un algoritmo in grado di individuare chi non si presenterà ad un appuntamento o ad un follow-up, con una precisione predittiva del 90%. Il sistema non è ancora perfetto, ma potrebbe permettere all’ospedale di risparmiare 2-3 milioni di sterline l’anno.

Altri progetti mirano invece a ottimizzare le liste di attesa presso i General Practitioners, i medici di famiglia. Oppure, come sta avvenendo a Brighton, si cerca di ridurre in modo consistente, attraverso il ricorso alla telemedicina, il numero degli appuntamenti in ambulatorio (outpatients), eliminando la necessità del consulto medico in presenza, sostituendolo invece con una videoconferenza via Skype.

Dando uno sguardo alle realizzazioni in ambito puramente clinico, appaiono estremamente promettenti, tanto da essersi già meritate titoli in prima pagina sui giornali britannici, le collaborazioni della Deepmind, azienda londinese controllata da Google, con il Royal Free ed il Moorfields Eye Hospital di Londra.

La collaborazione tra ingegneri e clinici dei due Trust della capitale britannica ha infatti portato allo sviluppo di due applicativi: il primo è un’app denominata Streams, in grado di individuare con immediatezza segni di insufficienza renale acuta, due giorni prima che essa si verifichi, inviando un messaggio di allarme a medici ed infermieri, anche via smartphone.

Insieme al celebre ospedale oculistico, invece, la Deepmind è riuscita ad elaborare un algoritmo che nel trial è stato capace di individuare, attraverso una semplice scansione della retina di 1.000 pazienti, patologie oculistiche con un grado di accuratezza pari al 94%, superiore a quello dei migliori oftalmologi. Senza mancare, peraltro, un solo caso urgente.

AI (Artificial Intelligence) non è però solo sinonimo di Google o della sua pupilla Deepmind, né i nuovi algoritmi sono esclusivamente frutto di collaborazioni tra singoli Trust e compagnie private. Attraverso l’incubatore di start-up tecnologiche “Digital Health.London’s Accelerator”, infatti, lo stesso NHS sta fornendo mezzi e supporto a 20 aziende, per lo sviluppo di ulteriori progetti, come quello che la Lancor Scientific sta testando all’ospedale di Southend e che dovrebbe essere in grado di individuare tumori, con un livello di accuratezza pari al 90%, attraverso l’utilizzo combinato del Tumour Trace OMIS (Opto-magnetic Imaging Spectroscopy) e di tecnologie di intelligenza artificiale.

La singolarità – ovvero il momento in cui il progresso tecnologico accelera oltre la capacità di comprensione e previsione degli esseri umani – è vicina, affermava il famoso futurologo Ray Kurzweil. Ebbene, i software di AI introdotti nell’healthcare stanno ormai dimostrando che la singolarità è già arrivata, tanto da far pensare che i computer possano completamente rimpiazzare medici ed infermieri nello svolgimento di alcune attività.

Ad oggi, però, non c’è ancora molto da temere in tal senso. Come il cervello umano ha bisogno essenzialmente di ossigeno e carboidrati per funzionare, l’intelligenza artificiale si nutre di dati: quelli che vengono immessi nel sistema dagli esseri umani. Ogni intelligenza, anche quella digitale, infatti, si comporta in funzione di come è stata “nutrita”, od istruita, dunque a seconda delle variabili nel campione selezionato e della sua omogeneità od eterogeneità.

E’ lecito quindi attendersi che i
risultati di lacune implementazioni possano essere inficiate da bias, come già
avvenuto in altri settori: chi può garantire, ad esempio, che un soggetto non
possa essere considerato dall’algoritmo a rischio di una patologia, solo perché
il campione non è stato costruito correttamente? Addirittura, è stato
dimostrato che le macchine possono perfino essere razziste!

Ma il quadretto presenta anche
altri pixel fuori posto. Ad esempio, tornando sulla già
citata collaborazione tra il Royal Free Hospital e Deepmind, la realizzazione
dell’app Streams finì a suo tempo sui giornali, anche per la violazione dei
dati sensibili di 1.6 milioni di pazienti dell’ospedale, inavvertitamente
condivisi con l’azienda hi-tech.

Proprio il database di 65 milioni di pazienti inglesi rappresenta uno degli inestimabili tesori dell’NHS, su cui le grandi compagnie americane, Google in primis, vorrebbero posare le mani. E’ anche a questo immenso patrimonio che si riferiva Trump nella sua recente visita in UK, quando, con sgomento di molti parlamentari britannici, anche fra i Tories, chiese di mettere il sistema sanitario pubblico “sul tavolo” degli accordi commerciali tra i due Paesi.

In realtà, vi sono compagnie americane che sono già entrate nel caveau dei dati sanitari dei pazienti in UK, causando non pochi problemi ai Trust. Se esiste un settore nel quale le innovazioni digitali sono progredite con non poco affanno ed anche dolorosi scivoloni, è proprio quello dell’EPR (Electronic Patient Records) o EHRS (Electronic Health Records System), ovvero dei software per la gestione centralizzata delle cartelle elettroniche dei pazienti, nonché dei loro ricoveri, interventi chirurgici e degli appuntamenti ambulatoriali (outpatients).

La travagliata storia del rapporto tra l’NHS ed i software gestionali risale al 2013, allorché il progetto nazionale, finalizzato ad adottare in 220 Trust il sistema denominato “Lorenzo”, sviluppato dalla Fujitsu, naufragò miseramente, con l’introduzione dell’applicativo in un decimo degli ospedali previsti ed una perdita secca di ben 10 miliardi di denaro pubblico.

Poco tempo dopo, nel 2014, fece ancora più scalpore il “go-live”, ovvero l’introduzione dell’americano Epic, presso il Cambridge Trust, familiarmente indicato Addenbrooke’s Hospital, dal nome della struttura più grande. Lacune nella formazione del personale e carenze organizzative portarono infatti all’impiego, da parte di un personale impreparato, di un sistema ancora da perfezionare, ad esempio nella traduzione di alcuni termini clinici dall’inglese americano a quello britannico.

Le conseguenze furono disastrose. Dopo una settimana, l’ospedale dovette dichiarare per un giorno il “major incident”, ovvero lo stato di emergenza; il Dipartimento di emergenza-urgenza fece immediatamente registrare un calo del 20% delle sue performance; per lunghi mesi, lo staff continuò ancora a compilare cartelle cartacee, nel terrore di perdere dati essenziali sui pazienti; l’investimento di 200 milioni nel software generò infine un tale deficit nelle casse, da portare al commissariamento del Trust ed alle dimissioni del suo Chief Executive Officer.

Tre anni dopo l’introduzione di Epic, tuttavia, la situazione dell’Addenbrooke si è normalizzata. Medici e infermieri non hanno alcuna intenzione di fare marcia indietro alla condizione precedente all’introduzione del gestionale, affermando di esserne complessivamente soddisfatti.

Lo scorso 3 Aprile, lo UCLH è diventato il secondo Trust britannico a dichiarare il “go-live” di Epic. C’è solo da augurarsi che i Londinesi abbiano ricavato una preziosa lezione dalla drammatica esperienza dei colleghi di Cambridge.

Luigi D’Onofrio

Bibliografia:

Boseley S., “Boris Johnson pledges £250m for NHS
artificial intelligence”, The Guardian, 08 Agosto 2019;Campbell D., “NHS to sign up patients for
‘virtual’ A&E in tech revolution“, The Guardian, 23 Maggio 2019;Clarke G., “Take A Look At The Latest Medical
Technology In The NHS – Including Blockchain And AI”, Forbes, 17 Ottobre 2018;Crouch H., “University College London Hospitals
enjoys Epic EPR go live”, Digital Health, 3 Aprile 2019;Crouch H., “Google DeepMind’s Streams technology
branded ‘phenomenal’”, Digital Health, 4 Dicembre 2017;Crouch H., “Hancock’s ‘tech revolution’ to
include mandatory open standards”, eeDgital health, 17 Ottobre 2018;Devlin H., “Hospital develops AI to identify
patients likely to skip appointments”, The Guardian, 12 Aprile 2019;Field M., “WannaCry cyber attack cost the NHS
£92m as 19,000 appointments cancelled”, The Telegraph, 11 Ottobre 2018;Hern A., “Royal Free breached UK data law in
1.6m patient deal with Google’s DeepMind”, The Guardian, 3 Luglio 2017;Reynolds M., “DeepMind’s new AI predicts kidney
injury two days before it happens”, Wired, 31 Luglio 2019;Saran C., “How racist bias is embedded in
software systems”, Computer Weekly, 20 Maggio 2019: Siddique H., “NHS to receive £487m technology
boost”, The Guardian, 20 Luglio 2018;Stevens L., “Three years on from Cambridge’s
Epic big bang go-live”, Digital Health, 23 Agosto 2017;Syal R., “Abandoned NHS IT system has cost £10bn
so far”, The Guardian, 18 Settembre 2013;Vize R., (2015). “What went wrong at
Addenbrooke’s?”, BMJ, 351:h5278, su
https://www.bmj.com/bmj/section-pdf/906867?path=/bmj/351/8028/Feature.full.pdf;Walsh, F., “Artificial intelligence ‘did not
miss a single urgent case’”, BBC News, 13 Agosto 2018.L’articolo Tra Artificial Intelligence ed Epic (fail): la rivoluzione digitale che sta cambiando il volto del Regno Unito scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Roberto Speranza: il ministro non è un tecnico esperto né un politico ferrato in Sanità. Cosa aspettarsi?

Addio al superticket e la revisione delle fasce di compartecipazione con la stretta sui redditi più ricchi, tenuta delle risorse e strenua difesa del Servizio sanitario nazionale, potenziamento dei servizi territoriali e più ossigeno al personale dipendente

Questi i temi che dovrebbero rientrare nel programma del nuovo ministro della Salute. Un ministro che non è un tecnico esperto né un politico ferrato in Sanità e che dovrà costruirsi una credibilità forte soprattutto con le categorie “arrabbiate”, a cominciare dai medici, infermieri e Oss e Regioni che chiedono più autonomia.

Con gli stipendi “da fame” di infermieri e delle altre professioni sanitarie non mediche, con un contratto scaduto a cui si dovrà prima o poi darne conto, il lavoro del neo Ministro non sarà di certo facile.

Insomma un impegno non facile quello di Roberto Speranza che ha dalla sua la “scuola” del Gruppo Pd dei Bersaniani.

Il programma rivisto e corretto dalla nuova alleanza M5S-Pd.

Sei i progetti strategici cui Liberi e Uguali, la compagine politica da cui proviene il Ministro Speranza, prometteva di dar seguito:

1. Un Piano di rafforzamento strutturale del personale dipendente, con l’assunzione del personale necessario per garantire effettivamente in tutto il Paese i Lea, in particolare i servizi territoriali, riducendo contestualmente il ricorso a lavoro precario, collaborazioni esterne ed esternalizzazioni. Il rafforzamento del personale non potrà prescindere da un intervento su formazione e aggiornamento professionale, per garantire soprattutto alle nuove generazioni una preparazione adeguata alle esigenze di una sanità rinnovata.

2. Un Piano pluriennale di investimenti pubblici, con almeno 5 miliardi di euro nei primi 5 anni, per l’ammodernamento strutturale e tecnologico della sanità pubblica, per la messa in sicurezza delle strutture non obsolete e il superamento di quelle obsolete, evitando complessi e costosi progetti di finanza privata. Il Piano dovrà essere realizzato sulla base di linee guida in grado di assicurare che tutti gli aspetti rilevanti ai fini della progettazione e della completa realizzazione degli interventi siano considerati, adottando un processo di valutazione e criteri decisionali trasparenti e verificabili.

3. Il superamento dell’attuale sistema dei ticket, già previsto dal Patto per la Salute del 2014 ma mai attuato, per evitare che il sistema costituisca una barriera all’accesso alle cure, compresa l’abolizione del superticket con corrispondente aumento del finanziamento del Ssn.

4. Un Piano di azione per la salute mentale, per la riqualificazione dei luoghi e degli ambienti in cui sono accolte le persone e in cui operano i professionisti (compresi quelli degli istituti penitenziari), l’aggiornamento professionale – inclusa la formazione sul campo – e il potenziamento del personale dei Dipartimenti di salute mentale.

5. Una nuova politica del farmaco, attraverso la promozione dell’uso dei farmaci generici (l’Oecd ci posiziona nel 2015 al penultimo posto su 27 paesi: 19% in volume, contro una media del 52%), la definizione di una strategia per i farmaci veramente innovativi che ne permetta l’accessibilità a costi ragionevoli per le finanze pubbliche, la revisione delle modalità di funzionamento dell’Agenzia Italiana del Farmaco e dei meccanismi di governo della spesa, il potenziamento della ricerca indipendente e la previsione di una adeguata azienda pubblica per la produzione e commercializzazione dei farmaci.

6. Una politica nazionale per la non autosufficienza, anche a partire da alcune esperienze regionali, individuando soluzioni che rendano possibile la ripartizione degli oneri su una vasta platea di contribuenti e risposte assistenziali a favore delle persone in condizioni di maggior bisogno, prevedendo una reale integrazione con le politiche sociali, per la presa in carico delle persone preferibilmente al loro domicilio.

“L’insieme delle nostre proposte – era la promessa di LeU – è in grado di produrre un effetto complessivo estremamente significativo non solo sul benessere della popolazione ma anche sull’occupazione in modo diffuso in tutto il Paese”.

Una chance che il neo ministro Roberto Speranza non può farsi sfuggire.

Redazione NurseTimes
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Cancro, la testimonianza di un’infermiera svizzera: “Non ci si abitua mai a questo lavoro”

Rilanciamo l’intervista realizzata da Tio.ch con Yvonne Willems-Cavalli, che ha dedicato la sua vita ai pazienti oncologici.

«Non ti
abitui mai a questo lavoro, da giovane piangevo così tanto, ma negli anni
riesci a elaborare le tue esperienze e ad avere un bilancio positivo, grazie
alle belle storie vissute». Sono queste le parole di Yvonne Willems-Cavalli (foto), che, dopo una vita a contatto con i
pazienti dell’Istituto oncologico della Svizzera italiana (IOSI)
come guida dell’Area infermieristica, riesce a infondere gioia e a dare
coraggio anche a chi è ancora alle prime armi. L’abbiamo incontrata in
occasione della celebrazione dei vent’anni dello stesso Istituto, punto di
riferimento nazionale ed europeo per diagnosi, cura e ricerca sui tumori.

Signora
Willems-Cavalli, come si comunica a un paziente che è malato di cancro? «Fondamentale
è capire che ogni persona è diversa e vive la malattia in modo differente, ma
per tutti l’approccio deve essere il più umano possibile. È importante
immedesimarsi e individuare cosa può fare stare meglio il paziente. Non si
tratta solo di comunicazione verbale, ma di sguardi. In quel momento oltre al
medico è presente un infermiere che per il malato diventerà un punto di
riferimento nel suo percorso. La chiave è sintonizzarsi».

Quali sono
le parole giuste da usare? Cosa è meglio non dire?«Non bisogna
parlare attraverso dati e statistiche, come accade nella prassi americana, e
soprattutto non bisogna dare false speranze. Le informazioni più dettagliate
vanno date nel momento in cui il paziente ne sente il bisogno e in questo caso
è fondamentale essere chiari. Questo anche per quanto riguarda le aspettative
di vita».

Si fa ancora
fatica a pronunciare le parole tumore, cancro…«Negli anni
la reazione è cambiata molto, perché le persone sono consapevoli che oggi ci
sono più probabilità di guarigione e che gli effetti collaterali delle cure
sono meno invasivi. Noi ci muoviamo in due tempi: comunichiamo che c’è qualcosa
di maligno, solo in un secondo momento si parla di tumore».

Come ci si
comporta davanti alla disperazione o al rifiuto?«Bisogna
rispettare le emozioni e dare un conforto. Non bisogna parlare molto, piuttosto
abbracciare, stringere una mano, dare coraggio con uno sguardo. L’importante è
esserci. Per chi non accetta la notizia si procede per fasi».

Come bisogna
comportarsi con i familiari? E con chi è solo?«Trent’anni
fa spesso era la famiglia a ricevere per prima la comunicazione, ora si mette
al primo posto il paziente. Il concetto di famiglia è comunque molto cambiato.
Per noi corrisponde alle persone che il paziente vuole vicino, può trattarsi
anche di un amico o di un vicino di casa. Anche in questo caso si valuta la
singola situazione. Se le persone sono disponibili le coinvolgiamo, vengono
preparate e informate, soprattutto per quello che riguarda il percorso da
seguire a casa. Essere soli è tremendo, per questo abbiamo diverse figure, fra
professionisti e volontari, che possono aiutare il paziente in ogni
fase». 

Ci sono casi
in cui è meglio tenere il paziente all’oscuro della sua situazione? Mi
riferisco, ad esempio, a persone molto anziane…«È un falso
mito, chi ci dice che solo per una questione di età una persona non è più in
grado di ricevere e gestire questa notizia? Chi ha vissuto in modo attivo la
sua vita merita di essere coinvolto. Lo facciamo solo se capiamo che il
paziente non vuole saperlo».

Da tempo lo
IOSI si avvale di un supporto di psico-oncologia.«Viene
proposto solo in caso di bisogno. Parlare con qualcuno che non è un parente può
essere utile. Nei reparti oncologici stanno comunque nascendo nuove figure: gli
infermieri, oltre ad avere una preparazione clinica, studiano a lungo per avere
competenze relazionali. Si tratta di essere anche consulente ed educatore, di
seguire il paziente anche dopo la guarigione. Non tutti i reparti possono
vantare un personale così formato, non manca nemmeno lo humor».

Le
responsabilità sembrano essere sempre maggiori, per non parlare delle forti
emozioni. Come si riesce a mantenere la lucidità e la forza?«È
fondamentale avere un buon ambiente di lavoro, un team con cui condividere
gioie e dolori… Con cui bere un caffè prima di staccare. Bisogna aiutarsi e
ridere molto, con i pazienti come con i colleghi. Una volta a casa bisogna
prendersi cura di noi, svagarsi, ma non è sempre facile fare una corsa o andare
a ballare, a causa dei diversi impegni familiari… Se tu stai meglio, tutti
stanno meglio. Per chi affronta casi difficili esiste un supporto più
strutturato».

Qual è stata la storia che l’ha colpita di più?«Sono tante… Le persone che più mi sono rimaste dentro sono quelle che affrontavano la malattia con humor, dando forza anche a noi. Non scorderò mai quando, ancora allieva all’ultimo anno, sono stata chiamata dalla capo reparto – nonostante fossi libera – per avere un’opinione. Dato che avevo seguito molto il paziente, mi ha chiesto di aiutarlo. Lui voleva lasciarsi andare, non svegliarsi più, dopo avere lottato tanto… La sua sincerità era disarmante, a quel tempo non si usava dirlo. Una storia difficile, ma gestita così mi ha dato tanto. Ricordo anche un giovane, avrà avuto 20 anni, che non ce l’ha fatta… Dopo la sua morte abbiamo ricevuto una lettera in cui ci ringraziava di avere rispettato la sua scelta di non ricevere trasfusioni di sangue, perché testimone di Geova. È stato complicato, ma lo abbiamo fatto».

Redazione Nurse Times

Fonte: Tio.ch

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Infermiere precipita dal 16° piano del CTO di Torino: probabile suicidio per depressione

Infermiere precipita dal 16° piano del CTO di Torino: probabile suicidio per depressione

Una autentica tragedia si è consumata quest’oggi nel primo pomeriggio. Un infermiere in servizio presso il centro traumatologico ortopedico di Torino è precipitato dal sedicesimo piano della struttura. Gli immediati tentativi di rianimazione sono stati del tutto inutili.

 Sulla vicenda indaga la magistratura, anche se sembrerebbe essersi trattato quasi sicuramente di un gesto volontario da parte dell’uomo, forse conseguente ad uno stato depressivo.

Il professionista aveva 40 anni ed in passato aveva già fatto temere il peggio manifestando ad alcuni conoscenti idee di suicidio.

Sul luogo sono subito giunte le forze dell’ordine, che stanno tentando di ricomporre la dinamica di quanto accaduto. Poco dopo le ore 16 gli agenti della Polizia e gli uomini della Scientifica hanno abbandonato il luogo della tragedia.

Subito dopo, è sopraggiunto il carro funebre per portare via il cadavere dell’uomo.

Simone GussoniL’articolo Infermiere precipita dal 16° piano del CTO di Torino: probabile suicidio per depressione scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Patch AI: in concorso a DigithON la startup ideata da un infermiere pediatrico

Patch AI: in concorso a DigithON la startup ideata da un infermiere pediatrico

Quattro chiacchiere con Alessandro Monterosso: “Il nostro progetto consente di personalizzare le risposte ai bisogni di salute dei singoli pazienti e aiuterà le cause farmaceutiche a sviluppare medicinali migliori”.

Si chiama Patch AI ed è una startup che promette di cambiare in modo radicale la vita dei pazienti alla ricerca di informazioni e consigli utili sul proprio stato di salute. Ideata poco più di un anno fa, vanta già una lunga serie di riconoscimenti a livello nazionale. Tra questi figurano quelli conseguiti in importanti competizioni per startup legate al mondo della salute. Come BioUpper, evento di spicco del panorama milanese con finale al Mise (ministero dello Sviluppo economico). O come ReHealth (Roma) e Web Marketing Festival (Rimini). Ma il successo dell’iniziativa ha varcato anche i nostri confini ed è testimoniato dai premi ricevuti in Francia, Lussemburgo, Romania.

Ora Patch AI sbarca in Puglia. Domani
mattina sarà infatti presentata a Bisceglie (provincia di
Barletta-Andria-Trani), dove è in corso di svolgimento DigithON, la maratona digitale alla quale prendono parte ben cento
startup italiane, pronte a darsi battaglia per la conquista dell’assegno da
10mila euro destinato alla prima classificata. Ma pure per gli altri sette
premi in palio, tra borse di studio,
premi in denaro e percorsi di accelerazione messi a disposizione dalle aziende
partner (per un valore complessivo di oltre 50mila euro). Chiunque può
esprimere la propria preferenza: basta visitare il sito web della
manifestazione e votare
online per una delle startup in gara (vedi oltre).

Visti i
risultati lusinghieri ottenuti in kermesse analoghe, Patch AI sembra avere
tutte le carte in regola per farsi onore anche stavolta. Di sicuro ci spera il
suo ideatore, Alessandro Monterosso
(a destra nella foto), infermiere pediatrico 28enne, originario di Palmi
(Reggio Calabria). Oggi vive a Padova, dove ha sede Mosaic Software Srl, l’azienda da lui fondata insieme a quattro
soci: gli infermieri Pierluigi Badon e Daniele Farro, il medico Kumara Palanivel e il farmacologo Filip Ivancic.

Proprio alla vigilia del suo debutto a DigithON, noi di Nurse Times abbiamo incontrato Alessandro, che ci ha parlato innanzitutto del suo variegato percorso professionale: «Dopo la laurea col massimo dei voti in Infermieristica pediatrica, conseguita all’Università di Padova nel 2014, ho vinto una borsa di studio finanziata dal ministero della Salute, che mi ha permesso di accedere a un progetto di ricerca sui tumori presso l’Azienda Ospedaliera di Padova. Quindi è cominciata la mia carriera accademica. Ho tradotto testi di infermieristica dall’inglese e poi, insieme a Pierluigi Badon, Marta Canesi e Federico Pellegatta, ho scritto “Procedure infermieristiche”, un manuale per studenti e professionisti utilizzato in molte università. Senza dimenticare la pubblicazione di numerosi articoli su riviste nazionali e internazionali».

Ma come è
nata l’idea della startup in concorso a Bisceglie? «È nata dalla mia partecipazione ai trial chimici sulla sperimentazione
clinica dei farmaci. Non ci ho messo molto a capire quanto fosse complicata la
comunicazione tra pazienti e professionisti, spesso affidata a WhatsApp. In pratica,
i pazienti mi contattavano via messaggio a qualsiasi ora del giorno e della
notte. E io, da bravo infermiere, rispondevo sempre. Però mi chiedevo: sarebbe
possibile un incontro tra la tecnologia e l’attenzione per il paziente, in modo
che quest’ultimo sia in grado di ottenere ogni informazione attraverso una
specifica app? Allora ho lasciato il posto fisso e mi sono iscritto al master
della “Bocconi” in Economia e management sanitario internazionale, con borsa di
studi ottenuta per merito. È stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita,
condivisa con menti brillanti, provenienti da vari Paesi».

Il resto è storia: la fondazione della società; la partnership con IBM Watson, per ottimizzare la potenza dell’intelligenza artificiale, e con Novartis, notissima azienda farmaceutica; la realizzazione del primo prototipo di Patch AI. «Attraverso l’analisi di chat tra i singoli pazienti e un infermiere virtuale, questa startup elabora i comportamenti dei pazienti stessi e personalizza le risposte ai loro bisogni di salute. In seguito, acquistando la relativa licenza, le case farmaceutiche possono utilizzare i dati così raccolti e trarne le conclusioni statistiche per migliorare i medicinali prodotti. Il progetto ha suscitato anche l’interesse di Aimac (Associazione italiana malati di cancro), che è diventata nostra partner e testa l’applicazione sui pazienti oncologici. Obiettivi a lungo termine? Contiamo di fornire supporto ad almeno 40mila pazienti e di aiutare le aziende a produrre circa 70 nuovi farmaci».

Obiettivi
ambiziosi, che non lasciano indifferente Giuseppe
Papagni (a sinistra nella foto), presidente Opi Bat, presente al nostro incontro con Alessandro Monterosso. Ecco
il suo commento: «Si tratta di un’innovazione
con prospettive molto interessanti. Potrebbe diventare un punto di riferimento tecnologico
per tutti coloro che riescono a immaginare le potenzialità dell’infermieristica
anche al di fuori del contesto ospedaliero».

Chi volesse sostenere la candidatura di Patch AI non deve far altro che seguire questa semplice procedura: andare sulla pagina del sito DigithON dedicata alla votazione; cliccare su DigithON (attenzione a non cliccare su “A scuola di startup”); loggarsi via Facebook; filtrare per “Intelligenza Artificiale”; votare per Mosaic Software Srl (PatchAI).

Redazione Nurse Times

L’articolo Patch AI: in concorso a DigithON la startup ideata da un infermiere pediatrico scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.