Fuga dei medici dal pronto soccorso di Cecina, Livorno. Da settembre 10 in meno su 16

Molti dei medici, oltre al servizio di emergenza urgenza 118 svolgono la loro attività nel pronto soccorso di Cecina. In un documento inviato ai dirigenti della Asl agli inizi di luglio annunciano il loro rifiuto a svolgere i turni in pronto soccorso. Tra i 10 medici che lasceranno il pronto soccorso c’è Riccardo Ristori, medico del 118 livornese.

“Anche io sono fra quei 10 medici su 16 che da settembre lasceranno il Pronto Soccorso.

La storia di noi 10 è molto simile a quella di pochi altri che da anni mandano avanti alcuni Pronto Soccorso della Toscana. 

Il tutto è cominciato una quindicina di anni fa…

La scuola di specializzazione in medicina d’emergenza urgenza ancora non c’era, eravamo veramente gli albori del nuovo modo di fare questo lavoro. 

Molti di noi arrivarono al 118 con un corso scarsamente adeguato, chiamato corso DEU, e in pochi ci facemmo convincere dagli allora Professori delle scuole di specializzazione, ad iscriverci ad un master triennale tenuto nelle Università Toscane. Una volta finito il master ci avrebbero dato la possibilità di fare un biennio dentro i PS e prendere il titolo di specialisti. Il master era fatto piuttosto bene, eravamo affiancati dagli specialisti in medicina d’emergenza dell’Harvard, ed alcuni di noi, me compreso, sono stati anche a Boston per seguire alcuni stage ricchi di qualità. Finito il triennio, ci assicurarono che il nostro programma di studi, stava per essere valutato presso una fantomatica commissione europea per passare poi al percorso formativo in specialità! e noi scemi che ci abbiamo creduto… (un po’ come i neolaureati che stanno per essere “assunti” nei PS di tutta Italia).

Sembra incredibile ma una decina di anni fa, eravamo anche troppi e per riuscire a completare l’orario, giravamo tutte le strutture della  ex ASL 6; in alcuni mesi non si riuscivano a sfiorare nemmeno le 100 ore al mese, per cui alcuni hanno stretto i denti, altri cambiato lavoro, altri hanno iniziato a farsi strada verso la libera professione.

Poi i medici iniziarono a scarseggiare, pertanto ci offrirono un contratto in convenzione, a poco più di 20 euro lordi l’ora per lavorare di giorno, di notte e durante i festivi, in cui è prevista su base volontaria una turnazione anche in Pronto Soccorso.

In questi poco più di 20 euro non si sono: ferie, malattia, infortunio, gravidanza, trattamento di fine rapporto, INPS, protezione legale, ecc.

Eppure al pari di un dipendente che percepisce il doppio del nostro stipendio noi:

eseguiamo intubazioni a sequenza rapida;gestiamo ventilazioni invasive e non invasive;refertiamo ecografie FAST, torace, cuore, addome;inseriamo drenaggi;inseriamo cateteri venosi centrali;refertiamo elettrocardiogrammi;facciamo cardioversioni elettriche o farmacologiche;riduciamo lussazioni e fratture in sedazione;adeguiamo terapie;ricoveriamo o dimettiamo con l’appropriatezza indicata dall’Azienda;redigiamo referti!Siamo sempre più stanchi delle continue leve emotive sul nostro senso civico, restiamo in attesa di un contratto dignitoso, o come altri saremo costretti a percorrere nuove strade”.

Redazione NurseTimes
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L’infermiere di famiglia sempre più richiesto dai cittadini

L’infermiere di famiglia sempre più richiesto dai cittadini

Assistenza agli anziani: servono più infermieri sul territorio. Li chiedono gli over 65 e le famiglie

L’Italia, secondo gli ultimi dai Eurostat, è già al primo posto nel 2018 in Europa per percentuale di over 65: 35,2%, contro una media Ue del 30,5 per cento.

La buona notizia è che nel 2050 l’Italia non è più prima e a batterla è il Portogallo con il 65,8% di ultrasessantacinquenni anche se il nostro paese registrerà un forte calo demografico (popolazione -12% nel 2060), ma la cattiva notizia è che il nostro paese è al secondo posto con ben il 64,7 per cento.

Le cose peggiorano nel 2100, quando la Croazia è al top col 71,7%, l’Italia raggiunge il 66,7%: oltre due terzi della popolazione è over 65. E ancora. In un anno sono stati trattati secondo le rilevazioni del ministero della Salute poco meno di un milione di casi di assistenza domiciliare integrata, di cui nell’82,3% dei casi si è trattato di anziani. Ma gli over 65 nel nostro paese superano ormai i 13,6 milioni e la maggior parte ha bisogni di salute.

Il dato positivo, per la Federazione nazionale degli Ordini degli infermieri (FNOPI), intervenuta al think thank del Meeting Salute di Rimini con Cosimo Cicia del Comitato centrale FNOPI, è che di questi casi se ne sono occupati in media per 12 ore (con 16 accessi medi l’anno) gli infermieri, contro le 3 ore  sia di tempo dedicato che di accessi delle altre figure professionali sanitarie: quattro volte e oltre di più quindi.

E gli anziani aumentano: al 1° gennaio 2019 sono 14.456 le persone in Italia che hanno compiuto i 100 anni di età, donne nell’84% dei casi. Tra i centenari secondo l’Istat, ben 1.112 hanno raggiunto e superato i 105 anni e l’87% di questi è donna. In dieci anni (2009-2019) i centenari sono passati da 11 mila a oltre 14mila, quelli di 105 anni e oltre sono più che raddoppiati, da 472 a 1.112, con un incremento del 136%.

Un segnale che conferma l’invecchiamento della popolazione visto anche che un italiano su cinque ha più di 65 anni e gli ultraottantenni rappresentano il 5,3% della popolazione. L’Italia è uno dei paesi più vecchi dell’Ue e questo richiede un nuovo sistema di assistenza sanitaria che cresca in prevenzione e controllo di numerose patologie correlate croniche dovute all’aumento della complessità di cura verso gli anziani: nel 2028, nella classe di età 45-74 anni, gli ipertesi saranno 7 milioni, gli affetti da artrosi/artrite 6 milioni, i malati di osteoporosi 2,6 milioni, i malati di diabete circa 2 milioni e i malati di cuore più di 1 milione. Inoltre, tra gli italiani ultra 75enni 4 milioni saranno affetti da ipertensione o artrosi/artrite, 2,5 milioni da osteoporosi, 1,5 milioni da diabete e 1,3 milioni da patologie cardiache.

“L’infermiere – spiega Cicia – ha vissuto nell’ultimo decennio un forte processo di professionalizzazione nella gestione del paziente anziano (formazione accademica di base e post base, formazione permanente d’aula e on-stage e di ridefinizione giuridico professionale) che lo pone nella possibilità di agire con nuove competenze e di assumere funzioni innovative quali ad esempio quella di ‘case manager’ per un efficace mantenimento della continuità assistenziale. È la figura costantemente presente nei team assistenziali – continua – ed è colui che può ricoprire un ruolo significativo sia nella gestione della fragilità che della complessità evidenziata dalla persona assistita, in questo caso del malato anziano, nella sua presa in carico, promozione dell’auto-cura, supporto alla rete parentale non che mantenimento della continuità del percorso clinico assistenziale. La difficoltà delle conoscenze, delle capacità e abilità richieste per fornire un tipo di assistenza geriatrica che possa definirsi adeguata, implica la necessità che gli infermieri specializzati in quest’area sviluppino e posseggano particolari attitudini accanto ad una specifica apertura mentale e profonda comprensione e sensibilità”.

L’infermiere geriatrico oggi, quindi, è il risultato di un processo clinico – assistenziale e sociale importante e in questo senso deve essere sviluppata e codificata la specializzazione, così come dovrebbe esserlo per chiunque operi in sanità accanto al malato, a questo nuovo malato che invecchia sempre di più. Tutto questo le famiglie italiane lo sanno, soprattutto se tra loro ci sono non autosufficienti che richiedono prestazioni tutte infermieristiche, con una matrice ampia e articolata, con più o meno elevata tecnicità, che però richiede in ogni caso l’intervento di un infermiere. Da recenti ricerche promosse dalla FNOPI è emersa la loro difficoltà di avere continuità assistenziale sul territorio e a domicilio tramite il Servizio sanitario, e la possibilità di avere accesso tempestivo al momento del bisogno ad alcune prestazioni sanitarie, tra le quali quelle infermieristiche.

Anche per questo la priorità per il futuro è per quasi l’80% degli italiani l’istituzione della figura dell’infermiere sul territorio, analoga a quella del medico di medicina generale: l’infermiere di famiglia. Una figura molto apprezzata da tutti e su cui sono presenti due recenti proposte di legge in Parlamento, che rende ottimale l’assistenza in un settore chiave per ridurre l’utilizzo improprio dell’ospedale.

Questi professionisti, oltre a dare assistenza ai pazienti, possono facilitare il percorso tra le strutture ospedaliere, le strutture territoriali e, sul territorio, tra i medici di famiglia e gli altri attori dell’assistenza e coordinare le attività assistenziali a livello territoriale e domiciliare. Tra gli obiettivi c’è la riduzione delle ospedalizzazioni evitabili e il ricorso improprio al pronto soccorso a favore dei pazienti. Anziani in testa ovviamente. 

“Il nursing geriatrico – spiega Cicia – la specializzazione in geriatria degli infermieri, ha precise finalità: mantenimento o recupero dell’autosufficienza, apprendimento all’autogestione di salute o disabilità, educazione alla prevenzione del bisogno, istruzione alle famiglie. Con due aspetti principali. Quello di tutela, che include gli interventi di tipo sostitutivo quando il paziente non è in grado di compiere in modo autonomo le azioni di vita quotidiana. Quello sanitario che comprende il monitoraggio clinico, interventi terapeutici e la programmazione assistenziale di cui un paziente necessita in fase di ospedalizzazione”.

“Per raggiungere l’obiettivo importante di soddisfare le esigenze di questa fascia sempre più ampia di popolazione – prosegue – è necessario disporre di ampie conoscenze sull’invecchiamento, sui problemi che l’anziano si trova ad affrontare. La disciplina geriatrica e la ricerca in futuro avranno ampio spazio in campo sanitario e la professione infermieristica sarà protagonista di un nuovo modello di assistenza basato sulla presa in carico globale e di promozione dell’invecchiamento: gli infermieri sono vicini alle persone, per accompagnarle nel percorso di mantenimento della salute. La nostra è un’attenzione che si deve integrare con quella di tutti gli altri professionisti, perché solo lavorando in sinergia e nel rispetto reciproco dei ruoli si possono ottenere risultati e, oltre a cure e assistenza, il mantenimento della dignità della persona”.

“I nuovi scenari sociodemografici ed epidemiologici delineati negli ultimi anni – ha aggiunto Paolo Zoppi, Direttore Dipartimento Infermieristico e Ostetrico ASL Toscana Centro – se pur largamente annunciati, ci pongono davanti alla necessità di ripensare il sistema di risposte assistenziali alla fragilità, cronicità, invecchiamento e isolamento sociale. La scelta di sperimentare nella Toscana centrale ‘l’Infermiere di Famiglia e Comunità’ – continua – ha consentito di creare per gruppi di popolazione definiti, un punto di riferimento (in team con altri professionisti) che possa dare risposte e sostegno alla fragilità, alla cura, al bisogno di continuità ed integrazione attraverso una presa in carico proattiva, continua e integrata. A un anno dall’avvio – conclude Zoppi – i primi risultati sono molto incoraggianti; l’intenzione è di estendere e portare a regime la sperimentazione entro il 2020”. 

Redazione NurseTimes

Fonte: Fnopi
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Torino, smascherati finto fisiatra e finta infermiera:“Lei considerata la più brava di tutte”

I carabinieri del nucleo antisofisticazione e sanità di Torino hanno smascherato e denunciato due presunti professionisti della salute da mesi oggetto di pedinamenti.
Si tratterebbe di un finto medico fisiatra e di un altrettanto finta infermiera, che da anni svolgevano le rispettive professioni venendo ritenuti come impeccabili da colleghi e pazienti.
Lui è un italiano di 58 anni, residente a Caselette. È ora accusato dei reati di sostituzione di persona e usurpazione di titoli per essersi accreditato come specialista in fisiatria, seppure non fosse neanche in possesso di una laurea.
Svolgeva la professione abusivamente presso l’ospedale Cto di Torino, di cui avrebbe utilizzato gli strumenti per fare radiografie ed eseguire piccoli interventi chirurgici. È stato smascherato nel mese di maggio 2019.
Nel corso della perquisizione domiciliare condotta dai carabinieri della stazione di Alpignano gli sono state sequestrati diversi camici, la borsa da lavoro, attrezzatura medica del valore di 700 euro e un falso tesserino di iscrizione all’ordine dei medici.
La finta infermiera invece è un’italiana di 66 anni, residente nel Chierese. Anche lei è risultata essere sprovvista di titolo abilitante per lo svolgimento della professione che invece esercitava da circa 40 anni. Ha lavorato soprattutto in cliniche private (tra cui la casa di cura Bernini e Villa Cristina) ed era prossima alla pensione. È stata individuata ad agosto 2019 dopo una segnalazione dell’ordine delle professioni infermieristiche.
Ora dovrà rispondere alle accuse di esercizio abusivo della professione e falso ideologico, nonostante per molti suoi colleghi fosse la più brava di tutte nel settore.
Simone Gussoni
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La bioetica: visione laica e cattolica

…di Lorenzo Nuozzi

INTRODUZIONE

Con il progredire della
società e, soprattutto, delle nuove tecnologie che attribuiscono all’uomo la
possibilità di intervenire sull’evolversi dello studio e dell’ambiente, molti
studiosi si sono posti il problema della regolamentazione dello sviluppo degli
studi scientifici sia in fase di ricerca sia in quella di utilizzo.

Nessuna formula o
definizione, però, potrà portare a identificare ciò che è giusto o sbagliato
che sia valida per tutti gli individui di ogni tempo e luogo. Spesso le
decisioni vengono assunte più per conformismo a tradizioni culturali e contesti
socio – educativi piuttosto che in base ad una critica riflessione su di esse.
Tra queste opportunità si trova quella di indagare le proprie convinzioni e le
proprie personali risposte etiche alla luce di quelle altrui, assumendo un
atteggiamento tollerante in modo da contribuire ad uno scambio di vedute tra
gli essere umani.

Per riflettere sugli
interrogativi etici sollevati dal progresso scientifico che ha condotto a nuove
situazioni e a nuovi contesti è nata la bioetica.

Il termine “bioetica” è
stato usato per la prima volta nel 1970 dall’oncologo americano Van Rensselaer
Potter, nel suo articolo “Bioerhics. The sciense of survival”, il quale
riteneva che si dovesse creare una nuova disciplina che racchiudesse in sé sia
la conoscenza biologica, sia i valori umani: “ho scelto la radice bio per
rappresentare la conoscenza biologica, la scienza dei sistemi viventi; ed
ethics per rappresentare la conoscenza del sistema dei valori umani”[1].
Potter ha inteso la bioetica come una scienza il cui raggio d’azione sarebbe
dovuto essere l’uomo ma anche ogni suo intervento sulla vita in generale.

L’ambito proprio della
bioetica deve far riferimento alle nuove condizioni nelle quali si verificano
il nascere, il morire e il prendersi cura degli esseri umani. La sua natura è
multidisciplinare perché include al suo interno varie materie quali la
biologia, la medicina, la filosofia, il diritto, la religione.

Le problematiche legate
alla bioetica sono numerose, infatti le sue tematiche tipiche sono quelle che
riguardano l’aborto, l’accanimento terapeutico, la contraccezione, l’utilizzo
delle cellule staminali, la clonazione, l’eutanasia, l’ingegneria genetica, la
procreazione assistita, la sperimentazione clinica dei farmaci, la
sterilizzazione, il suicidio, il trapianto di organi.

Nel corso degli anni la
bioetica diventa una vera e propria disciplina ed entra a pieno titolo
nell’ambito della scienza, diversificandosi secondo i valori di chi la
sviluppa: si creano due grandi correnti la bioetica laica rappresentata dalla
nozione di qualità della vita come valore dell’esistenza umana e la bioetica
cattolica di matrice religiosa centrata sul concetto di dignità della persona
come valore fondante e quindi sulla sacralità della vita.

BIOETICA
LAICA

La bioetica laica pone a
suo fondamento la responsabilità umana di prendere decisioni in merito
all’inizio e alla fine della propria esistenza: la cosiddetta “etica della
disponibilità della vita, l’individuo deve essere libero di poter scegliere, in
situazioni particolarmente difficili, secondo le sue considerazioni, le sue
credenze.

La bioetica laica non
vuole essere antireligiosa ma più semplicemente areligiosa: “essere laici,
quindi non implica affatto né l’agnosticismo né l’ateismo, ma solamente
l’esclusione di premesse metafisiche o religiose che pretendono di valere per
tutti”[2].

In sostanza la laicità
indica la dottrina di coloro che non si limitano ad una generica adesione ai
valori dello spirito critico e della tolleranza ma ragionano indipendentemente
dell’ipotesi dell’esistenza di Dio e non credono:


nell’esistenza e conoscibilità di Dio,né
nella creaturalità dell’uomo e del mondo,né
in un progetto divino delle cose,né
in un valore trascendente della persona,né
nella sacralità della vita e bontà intrinseca della vita,né
nella sua assoluta inviolabilità e indisponibilità,né
in una verità che precede o orienta la libertà,né
in una legge morale naturale,né
in una legge eterna di Dio,né
in precetti etici assoluti capaci di fungere da fondamento oggettivo o
immutabile dei nostri comportamenti[3].In
altri termini come osserva Papa Benedetto XVI “si parla di pensiero laico, di
morale laica, di scienza laica, di politica laica. In effetti alla base della concezione
c’è una visione areligiosa della vita, del pensiero e della morale: una
visione, cioè, che trascende la pura ragione, per una legge morale di valore
assoluto, vigente in ogni tempo e situazioni”[4].

Oggi
la bioetica laica è un insieme di diverse visioni ideologiche, comunque anche
in mezzo a queste differenze è possibile individuare alcuni valori che
concorrono a definire l’approccio “laico” alla bioetica e a distinguerli da
quelli ispirati dalle religioni. Per i laici il pluralismo è un valore fondamentale
da indicare e da ampliare per la sua conoscenza. Altri aspetti che accomunano e
identificano i criteri del porgersi alla bioetica sono:

La centralità dell’autonomia e della
libertà individuale nelle decisioni che riguardano la vita e la morte nel senso
che non devono esistere limiti alla volontà di autodeterminarsi e di
automanipolazione;Il valore attribuito alla qualità della
vita;La disponibilità della vita in relazione
alle personali convinzioni e quindi piena autonomia decisionale dell’uomo nello
scegliere come vivere e come morire rispetto agli ordini sacri o profani
precostituiti, e di conseguenza il diritto di accettare o di rifiutare le cure
dopo opportune informazioni.In Italia la bioetica si
è data un documento di riferimento nel “Nuovo manifesto di bioetica laica”
presentato a Torino il 25 novembre 2005. In questo documento sono presentati i
principi fondamentali sui quali si fonda la bioetica laica:

Il principio della qualità della vita, non
sempre la vita è degna di essere vissuta. In determinate situazioni essa deve
poter essere modificata o interrotta. Per garantire questo diritto deve essere
tutelato il principio di autodeterminazione e di autonomia individuale, nel
rispetto degli spazi di scelta altrui, che a sua volta porta ad una scelta
liberale.Una società può dirsi liberale quando i
suoi cittadini hanno la libertà di esercitare la propria autonomia e tutte le
posizioni morali sono ritenute degne di uguale rispetto.Il principio di autonomia, ogni individuo
ha pari dignità e non devono essere autorità superiori ad arrogarsi il diritto
di scegliere per lui le questioni che riguardano la sua salute e la sua vita.Il principio di equità, cioè garantire ad
ogni individuo un eguale accesso alle cure mediche.Il principio della separazione della
morale dal diritto, dove i principi morali si fondano sull’adesione volontaria
da parte degli individui nello sviluppo, soprattutto, nel campo biomedico, il
legislatore deve intervenire solo nei casi in cui vi sia una lesione ai danni
di altri individui.Il principio del diritto alla qualità
della vita, rappresentato dallo stato di benessere fisico, psichico e sociale
per vivere una vita piacevole, produttiva e ricca di significato.Il concetto di qualità
della vita non è riconducibile soltanto ai dibattiti in merito alla circostanza
di fine vita, ma anche riguardo all’inizio della vita umana e durante il suo
iter.

La vita non è sacra, né
in senso biologico né in senso biografico, quello che può essere ritenuto
sacro, nel senso di intoccabile e irrinunciabile, è il diritto del singolo
individuo all’autodeterminazione nel rispetto della sfera altrui. In questo
caso l’individuo ha il diritto di decidere per sé il criterio che determina
quando una vita sia decorosa e biologicamente funzionale.

A proposito del principio
dell’autodeterminazione, che ispira la bioetica laica, interessante sono le
parole di Demetrio Neri: “Questo principio conferisce ad ognuno di noi il
diritto di definire e ridefinire per sé lo stile di vita che intende
perseguire, i valori che intende condividere insieme al diritto di poter
assumere le decisioni che riguardano la propria vita in modo indipendente e
libero da interferenze esterne. In quanto autonoma (e salvo personali
limitazioni, come la giovane età o una malattia mentale), ogni persona ha
diritto al rispetto delle decisioni che assume per governare la propria vita in
accordo ai valori che condivide e alla propria visione del bene. Naturalmente
questo diritto trova una limitazione nell’eguale diritto altrui e quindi è del
tutto appropriato, su questa base, porre dei limiti alle azioni che ognuno di
noi può compiere per realizzare il proprio piano di vita. Questi limiti
riguardano le azioni, ma non il diritto all’autodeterminazione in sé
considerato: nessuno infatti può arrogarsi il diritto di decidere al posto mio
ciò che è bene per me”[5].

Concludendo si può
affermare che l’impostazione laica parte da alcuni presupposti quale la difesa
del principio di autonomia e del rispetto dell’autodeterminazione dell’individuo
limitato solamente alla possibilità di un eventuale danno ai terzi che implichi
una diseguaglianza tra i cittadini in base al principio secondo il quale la mia
libertà deve essere garantita dagli altri e garantire a sua volta la libertà altrui.

La bioetica laica vede
“nel progresso della conoscenza la fonte principale del progresso dell’umanità,
perché è soprattutto dalla conoscenza che deriva la diminuzione della
sofferenza umana.

Ogni limitazione alla ricerca scientifica imposta nel nome dei pregiudizi che questa potrebbe comportare per l’uomo equivale in realtà a perpetuare sofferenze che potrebbero essere evitate” [6].

BIOETICA
CATTOLICA

Mentre a fondamento della
bioetica laica è la qualità della vita e la libertà dell’individuo, in quella cattolica
è il principio della dignità e della sacralità della vita umana dal
concepimento alla morte naturale.

Questo principio si basa
sul fatto che ogni persona è stata voluta da Dio per sé stessa ad immagine e
somiglianza del Dio vivente e santo, rendendo la vita di ogni persona non
disponibile né nella fase iniziale (esempio pratica dell’aborto) o nella fase
terminale (con la sospensione dell’alimentazione e della idratazione
artificiale e quindi con l’eutanasia o “suicidio assistito”).

Secondo la bioetica cattolica la vita è un dono che l’essere umano deve solo gestire con cura e attenzione, il solo a poterne disporre è Dio: “la vita che Dio offre all’uomo è un dono con cui Dio partecipa qualcosa di sé  alla sua creatura” [7].

Il principio che l’uomo è
stato creato a immagine di Dio è stato chiamato in causa da molti studiosi per
sostenere le posizioni del Magistero della Chiesa Cattolica sulle problematiche
sollevate dall’evolversi della scienza nel campo medico: “Dio, essere
personale, dona all’uomo la dignità di persona: tale dignità è essenziale,
riguarda il significato più profondo della vita umana e quindi non può essere
diminuita o annullata da niente e da nessuno. Da queste premesse deduciamo che
neppure malformazioni fisiche e menomazioni psichiche, per quanto gravi possano
essere, sono in grado di affievolire il valore della vita umana, al punto da
farle perdere il diritto che è fondamentale per ogni uomo: il diritto alla
vita”[8].

Il concetto della
“inviolabilità” e dell’“immutabilità” della vita porta alcune conseguenze
nell’ambito della biomedicina: il precetto di non uccidere che orienta e
regolamenta le decisioni dei medici, operatori sanitari e familiari che devono
affrontare situazioni estreme e complicate. Un esempio lo si può riscontrare nell’ambito
dei problemi sollevati, nell’ambito dell’opinione pubblica, da aborto ed
eutanasia i quali devono sempre essere risolti a favore della vita: nel caso
dell’aborto non è lecito ricorrervi neanche in presenza di grave rischio della
salute della madre o in quello dell’eutanasia non è giustificato né in
situazioni di grande sofferenza né nei casi di una volontaria e consapevole
riflessione.

Il diritto di
salvaguardare la vita è prioritario rispetto a tutto in quanto entità sacra non
a disposizione dell’uomo.

In sostanza i principi
cui si ispirano i documenti del Magistero cattolico che si occupano di questi
temi possono così riassumersi:

Principio dell’inscindibilità del
significato unitivo e procreativo dell’atto coniugale, il dono della vita umana
deve realizzarsi nel matrimonio con atti specifici ed esclusivi degli sposi
secondo le leggi inscritte nelle loro persone e nella loro unione.Principio cui ciò che è tecnicamente
possibile non è moralmente ammissibile. Questo principio è particolarmente applicato
alla fecondazione assistita, soprattutto nel campo della ricerca non
terapeutica dell’embrione. Il giudizio morale sui metodi di procreazione artificiale riconosce che l’embrione sin dal suo concepimento è già un essere umano e la loro manipolazione è una offesa alla sacralità della vita umana, e le parole dell’Evangelium Vitae ne sono la dimostrazione: “Anche le varie tecniche di riproduzione artificiale, che sembrerebbero porsi al servizio della vita e che sono praticate non poche volte con questa intenzione, in realtà aprono la porta a nuovi attentati contro la vita. Al di là del fatto che esse sono moralmente inaccettabili, dal momento che dissociano la procreazione dal contesto integralmente umano dell’atto coniugale, queste tecniche registrano alte percentuali di insuccesso: esso riguarda non tanto la fecondazione, quanto il successivo sviluppo dell’embrione, esposto al rischio di morte entro tempi in genere brevissimi. Inoltre, vengono prodotti talvolta embrioni in numero superiore a quello necessario per l’impianto nel grembo della donna e questi cosiddetti “embrioni soprannumerari” vengono poi soppressi o utilizzati per ricerche che, con il pretesto del progresso scientifico o medico, in realtà riducono la vita umana a semplice “materiale biologico” di cui poter liberamente disporre” [9].

Secondo l’ordine morale
cattolico nessun atto può essere lecito se rappresenta una manipolazione
dell’embrione:

La fecondazione artificiale eterologa non
è conforme alle proprietà oggettive ed inalienabili del matrimonio (il figlio,
quale immagine vivente dell’amore dei genitori, può scoprire la sua identità e
le sue origini parentali per ricostruire la sua identità personale solo nel
matrimonio e soprattutto nella sua indissolubilità).La maternità sostitutiva è moralmente
inammissibile in quanto contraria agli obblighi di una madre verso il proprio
figlio perché offende la sua dignità e il suo diritto ad essere concepito,
portato in grembo, messo al mondo ed educato dai genitori legati nel
matrimonio.La sofferenza per la sterilità coniugale,
pur rappresentando una sofferenza per gli sposi non poter avere figli, non può
essere una giustificazione, infatti la Chiesa chiede di tener presente che il
matrimonio, inteso come vita coniugale, non perde di valore nell’ipotesi non vi
sia procreazione. In questo caso l’amore può essere donato attraverso
l’istituto dell’adozione perché il rapporto che scaturisce fra l’adottato e
l’adottante è così forte, intimo e duraturo da non essere inferiore a quello
fondato sull’appartenenza biologica.Il ricorso all’aborto, la Chiesa lo
definisce come “omicidio” che non può essere giustificato in nessun caso e da
nessuna ragione, neanche se serve a salvare la vita della donna: la vita è un
dono e come tale deve essere difeso.La posizione ufficiale
della Chiesa nel rapporto tra morale e bioetica è ben chiara nell’Enciclica Veritatis Splendor: “il
rapporto tra fede e morale splende in tutto il suo fulgore nel rispetto
incondizionato che si deve alle esigenze insopprimibili della dignità personale
di ogni uomo, a quelle esigenze difese dalle norme morali che proibiscono senza
eccezioni gli atti intrinsecamente cattivi. L’universalità e l’immutabilità
della norma morale manifestano e, nello stesso tempo, si pongono a tutela della
dignità personale, ossia dell’inviolabilità dell’uomo, sul cui volto brilla lo
splendore di Dio. L’inaccettabilità delle teorie etiche teleologiche,
consequenzialistiche e proporzionaliste, che negano l’esistenza di norme morali
negative riguardanti comportamenti determinati e valide senza eccezioni, trova
conferma particolarmente eloquente nel fatto del martirio cristiano, che ha
sempre accompagnato e accompagna tuttora la vita della Chiesa”[10].

Ed ancora: “Di fronte
alle norme morali che proibiscono il male intrinseco non ci sono privilegi né
eccezioni per nessuno. (…) Così le norme morali, e in primo luogo quelle
negative che proibiscono il male, manifestano il loro significato e la loro
forza insieme personale e sociale: proteggendo l’inviolabile dignità personale
di ogni uomo, esse servono alla conservazione stessa del tessuto sociale umano
e al suo retto e fecondo sviluppo”[11].

Il massimo principio morale da rispettare secondo la Chiesa è quello di “non uccidere” che determina, di conseguenza, la condanna, senza appello, dell’aborto e dell’eutanasia: “la scelta deliberata di privare un essere umano innocente della sua vita è sempre cattiva dal punto di vista morale e non può mai essere lecita né come fine né come mezzo per un fine buono. È, infatti, grave disobbedienza alla legge morale, anzi a Dio stesso, autore e garante di essa; contraddice le fondamentali virtù della giustizia e della carità. Niente e nessuno può autorizzare l’uccisione di un essere umano innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato incurabile o agonizzate. Nessuno, inoltre, può richiedere questo gesto omicida per sé stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo” [12].

Le Leggi che non tutelano
la vita umana, in qualsiasi momento, devono essere rifiutate e ostacolate da
chiunque: “le leggi che autorizzano o favoriscono l’aborto e l’eutanasia, si
pongono dunque radicalmente non solo contro il bene del singolo, ma anche
contro il bene comune e pertanto sono del tutto prive di autentica validità
giuridica. (…) Ne segue che, quando una legge civile legittima l’aborto o
l’eutanasia cessa, per ciò stesso, di essere una vera legge civile, moralmente
obbligante”[13].

Questi principi della
Chiesa e della loro influenza sulle decisioni da parte di legislatori e
politici italiani lo si è visto in occasione dell’approvazione delle leggi sul
divorzio e sull’aborto, sulla procreazione assistita e sull’iter legislativo della proposta di legge
sull’eutanasia.

Secondo la Chiesa la
scienza e la tecnica devono rispettare i criteri fondamentali della morale cioè
devono essere al servizio dell’uomo, dei suoi diritti inalienabili ma
soprattutto secondo il progetto e la volontà di Dio.

CONCLUSIONI

La contrapposizione tra bioetica laica della qualità della vita e la bioetica cattolica della sacralità della vita ha portato ad un contrasto incolmabile tra le due etiche: “la contrapposizione tra bioetica cattolica e bioetica laica è stata sviluppata, in buona misura artificiosamente. E’ una polemica di alcuni centri e studiosi per contrapporre a una visione aperta e rispettosa delle scelte di tutti – quale sarebbe quella laica -, la visione cattolica indicata come chiusa e intollerante, inaccettabile in una società pluralistica ed eterogenea come la nostra. L’opposizione tra bioetica cattolica e bioetica laica è dunque fuorviante e fittizia” [14].

La contrapposizione tra
bioetica cattolica e bioetica laica può essere ridotta con una elaborazione
teorica che sia più vicina possibile alle molteplici realtà in cui viviamo, che
tenga conto delle differenze reali che caratterizzano la società e  che non si basi solo sulla volontà di voler
imporre dei principi generali da far valere per tutti senza nessuna
distinzione.

Solo un costante e reale
confronto tra modelli di valori diversi potrà evitare le prevaricazioni di
alcune correnti ideologiche sulle altre, in questo modo si consente di
collocare nella giusta prospettiva i vari problemi che la scienza e la sanità
devono affrontare al loro interno.

Bisogna lasciare più
spazio possibile perché un individuo possa svilupparsi secondo le proprie
personali aspirazioni, convinzioni e valori, ma anche con la consapevolezza e
la necessità di porre dei limiti solo nel momento in cui ci sia la possibilità
di procurare un danno ad altri.

Solo con il dialogo si può favorire un atteggiamento che tiene conto delle differenze e che non si nasconde dietro degli intenti e delle volontà inesistenti, il dialogo “contribuisce alla realizzazione personale e alla mutua fecondazione fra le tradizioni dell’umanità che non possono vivere più in stato di isolamento, separate tra loro da muri di diffidenza reciproca” [15].

[1] P. Van Rensselaer, Bioethics, Bridge to the future, Englewood Cliffs, N.J. 1971.

[2] G. Fornero, Bioetica cattolica e bioetica laica, Mondadori, Milano, 2005, p. 71.

[3] G. Fornero – M. Mori, Laici e cattolici in bioetica storia e teoria a confronto, Edizione La Lettera, p. 101

[4] Benedetto XVI, Discorso ai giuristi italiani, 9 dicembre 2006.

[5] D. Neri, Filosofia morale. Manuale introduttivo, Guerrini Associati, Milano, 2003, p. 184.

[6] Manifesto di bioetica laica.

[7] Enciclica Evangelicum vitae. 25 marzo 1995, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1995, p. 39.

[8] B. Magliona, Un percorso comune. Sacralità e qualità della vita umana nella riflessione bioetica, Giuffrè editore, Milano, 1996, pag. 52.

[9] Enciclica Evangelium Vitae, op. cit, p.34.

[10] Giovanni Paolo II, Enciclica Veritatis Splendor, 6 agosto 1993, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, articolo 90.

[11] Ivi, articolo 97.

[12] Enciclica Evangelium Vitae, op cit, articolo 59.

[13] Ivi, articolo 72.

[14] E. Sgreccia, Manuale di bioetica, vol. I, Vita e pensiero, Milano, 1988, p. 68.

[15] R. Panikkar, Il dialogo intrareligioso, Cittadella Editrice, Assisi, 2001, p. 21.

LORENZO NUOZZI
L’articolo La bioetica: visione laica e cattolica scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.