Composizione di consiglio direttivo e commissioni di albo degli Opi: i decreti pubblicati in Gazzetta Ufficiale

Nuovo tassello nel mosaico della riforma riguardante gli ordini professionali sanitari.
Il 30 luglio sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale i decreti firmati dal ministro della Salute, Giulia Grillo, per la composizione del consiglio direttivo e delle commissioni di albo all’interno dell’Ordine delle professioni infermieristiche (infermieri e infermieri pediatrici), nonché dell’Ordine dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione. Vediamo nel dettaglio le direttive riguardanti gli infermieri.
Il consiglio direttivo degli Ordini delle professioni infermieristiche è composto come segue:
da 7 componenti, di cui 6 in rappresentanza della professione sanitaria di infermiere e 1 in rappresentanza della professione sanitaria di infermiere pediatrico, se, complessivamente, gli iscritti all’Albo della professione sanitaria di infermiere e gli iscritti all’Albo della professione sanitaria di infermiere pediatrico non superano il numero di 500;
da 9 componenti, di cui 8 in rappresentanza della professione sanitaria di infermiere e 1 in rappresentanza della professione sanitaria di infermiere pediatrico, se, complessivamente, gli iscritti all’Albo della professione sanitaria di infermiere e gli iscritti all’Albo della professione sanitaria di infermiere pediatrico superano il numero di 500, ma non il numero di 1.500;
da 15 componenti, di cui 13 in rappresentanza della professione sanitaria di infermiere e 2 in rappresentanza della professione sanitaria di infermiere pediatrico, se, complessivamente, gli iscritti all’Albo della professione sanitaria di infermiere e gli iscritti all’Albo della professione sanitaria di infermiere pediatrico superano il numero di 1.500.
Qualora non risultino infermieri pediatrici eletti, il consiglio direttivo è composto da soli infermieri.
Le commissioni di albo degli Ordini delle professioni infermieristiche sono composte come segue:
da 5 componenti del medesimo albo, se gli iscritti all’albo stesso non superano i 1.500;
da 7 componenti, se gli iscritti superano i 1.500, ma sono inferiori a 3.000;
da 9 componenti, se gli iscritti superano i 3.000.
Redazione Nurse Times
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Fecondazione assistita, maggiori possibilità di successo grazie a un nuovo metodo

Dalla collaborazione tra Cnr-Iom e Ircss Burlo arriva un sistema che permette di identificare gli ovociti più sani.
Una collaborazione tra un gruppo di ricerca dell’Istituto officina dei materiali del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iom) e il reparto di Clinica ostetrica e ginecologica dell’Irccs materno infantile Burlo Garofolo di Trieste ha prodotto, negli ultimi anni, diversi risultati orientati ad aumentare la probabilità di successo della fecondazione assistita per le coppie sterili. Gli esiti delle ultime ricerche sono stati pubblicati sull’European Biophysics Journal e su Acta BioMaterialia.
“Uno dei momenti più importanti per determinare la fortuna di un processo di fecondazione – dichiara Laura Andolfi, ricercatrice del Cnr-Iom – è la selezione degli ovociti, oggi condotta in base a caratteristiche esclusivamente morfologiche: il medico sceglie la cellula da fecondare rispetto alla forma considerata indice del suo migliore stato di salute. Il criterio è però soggettivo e si basa fondamentalmente sull’esperienza dell’embriologo. L’obiettivo di queste ricerche è invece identificare un metodo più generalizzabile, non invasivo e capace di velocizzare il processo”.
Il problema è che gli ovociti non possano essere trattati al fine di preservarli, e non c’è quindi modo di capirne lo stato di salute. “Noi ci siamo chiesti – spiega una nota del Cnr – se potessero essere usati come indicatori dello stato di salute degli ovociti le loro caratteristiche meccaniche, cioè la deformabilità, l’elasticità e la rigidità. La risposta è stata affermativa. Già in una prima ricerca effettuata nel 2016 con microscopi atomici commerciali abbiamo trovato una prima traccia di correlazione tra la deformabilità e lo stato fisiologico o patologico degli ovociti. Ma questi microscopi operano attraverso sonde troppo piccole per comprimere uniformemente l’intero ovocita, che è una delle cellule più grandi del corpo umano, e quindi riescono a misurare solo la deformabilità della loro membrana esterna”.
La seconda parte della ricerca ha riguardato pertanto la costruzione di sonde specifiche, più grandi, capaci di imprimere omogeneamente la forza su tutta la cellula. I ricercatori del Cnr hanno dimostrato l’efficacia di questa tecnica di indagine lavorando inizialmente su ovociti umani forniti dall’Irccs Burlo. “Con tali sonde – dice ancora Andolfi – abbiamo osservato e verificato la deformabilità dell’intero ovocita, e non solo della membrana esterna, ottenendo un’ulteriore conferma dell’efficacia di questo parametro. Le caratteristiche meccaniche sono effettivamente utili per stabilire lo stato di salute delle cellule da fecondare”.
Aggiunge Marco Lazzarino (Cnr-Iom): “A questo punto abbiamo voluto capire se l’analisi delle proprietà meccaniche fosse efficace nonostante i processi di crioconservazione cui gli ovociti possono essere sottoposti dopo l’estrazione. Abbiamo dunque preso ovociti umani freschi, ne abbiamo misurato le proprietà elastiche, li abbiamo congelati e, dopo qualche tempo, ne abbiamo rimisurato le proprietà, confermando che la crioconservazione lascia l’ovocita inalterato. Inoltre, attraverso una serie di controlli incrociati condotti con gli embriologi del Burlo, abbiamo verificato che anche le tecniche di misurazione delle proprietà meccaniche delle cellule rimangono efficaci dopo il congelamento”.
“Il lavoro di ricerca, finanziato dal programma regionale BioMec, apre ora la strada alla sperimentazione diretta su ovociti animali per verificare l’efficacia del processo fino alla sua fase conclusiva, verificando così la correlazione tra la corretta selezione di ovociti e il raggiungimento di una gravidanza di successo”, conclude la nota del Cnr.
Redazione Nurse Times
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Giovani e pornografia, il web ritarda l’incontro sessuale nella realtà

L’invasione del digitale genera una visione distorta della donna e dell’eros femminile. L’esperto: “Bisogna coinvolgere sociologi e politici per avere più norme e limiti”.
Il 30% degli adolescenti maschi ritarda l’incontro sessuale con il corpo femminile. Questo il dato allarmante che travolge gli Stati Uniti, ampiamente confermato dagli ultimi studi italiani dell’Università Cattolica di Milano, per cui il 64% dei ragazzi di età media 16 anni fa uso di pornografia, l’82% sono maschi e 1 su 3 ne fa un utilizzo quotidiano.
“Il web è invaso da un’ondata di “neo-maschilismo – dichiara lo psicoanalista Luigi Zoja all’agenzia si stampa Dire –, perché la narrazione è sempre la stessa: donne sottomesse che accettano quest’uomo a cui ovviamente non si può dire no, e ciò rifluisce sulle donne, sulle famiglie, sulla società tutta. Bisogna tornare a dire dei no non autoritari, ma ragionevoli, basati sul buonsenso”.
Tra le cause del ritardato incontro sessuale c’è dunque l’invasione del digitale. “Che è troppo economico, troppo facile e troppo raggiungibile – insiste Zoja –. C’è bisogno di una de-digitalizzazione per tornare al contatto con le persone”. Attraverso il digitale, infatti, “i ragazzi fuggono dalla sessualità e arrivano alla maturità sessuale con un’idea completamente falsata della donna e dell’eros femminile, reduci dal massiccio utilizzo della pornografia”.
Aggiunge lo psicanalista: “Quando i ragazzi approcciano una donna reale scoprono di non conoscerla, si rendono conto che lei ha una personalità e che, al contrario delle aspettative, non è sottomettibile come nelle immagini da smartphone. Dunque l’universo delle nuove tecnologie ha generato un’illusione di onnipotenza che tocca l’eros, insieme a molte altre sfaccettature della società. Il web ci dà la sensazione di poter raggiungere cose e persone lontane, di avere un infinito numero di amici”.
Conclude Zoja: “La nostra mente non è in grado di memorizzare più di 150-200 volti. Quelli in più sono una completa astrazione, non c’è una relazione reale. Gli amici online sono un’illusione non neutra che include pericoli, che svaluta completamente l’idea di relazione, amicizia e affettività e, man mano, svuota completamente questi concetti. È necessaria una collaborazione tra i diversi campi del sapere. Dobbiamo coinvolgere sociologi e politici per avere più norme e limiti”.
Redazione Nurse Times
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Carcere e malattia: storie di detenuti morti nell’indifferenza

Anche se soffrono di gravi patologie, ai reclusi è spesso negata la possibilità di curarsi.
Purtroppo non è un caso isolato, quello del detenuto piantonato in carcere, nonostante avesse un tumore allo stadio terminale, e poi morto nel reparto di Rianimazione dell’ospedale San Paolo di Milano. Nelle patrie galere accade spesso.
Questa vicenda parte dal dicembre 2018, quando Giorgio C., 58 anni, oltre a tosse e difficoltà respiratorie, accusa un dolore persistente al polmone sinistro. Il 12 aprile una radiografia al torace evidenzia il collasso del polmone sinistro. Viene ricoverato d’urgenza al Fatebenefratelli. Due settimane dopo, la scoperta del tumore maligno, le dimissioni dall’ospedale e il ritorno in cella, in attesa di una Tac-Pet per confermare la diagnosi. Accertamento che viene eseguito 25 giorni dopo.
Nel frattempo il legale Francesca Brocchi deposita alla Corte d’Appello l’istanza per valutare la compatibilità con il carcere e ottenere la sostituzione della misura cautelare, per consentirgli di curarsi. I giudici, in assenza delle relazioni mediche, non possono decidere sulle ripetute richieste. Le sue condizioni peggiorano, ha metastasi alle ossa, non si regge in piedi. Il legale reitera la richiesta di scarcerazione, ma la Corte d’Appello non può ancora provvedere per mancanza della documentazione clinica. Il 15 luglio viene dimesso con una diagnosi che non lascia scampo, ma tre giorni dopo viene di nuovo ricoverato nello stesso ospedale. Lì muore dopo atroci sofferenze.
Una storia che ricorda quella del detenuto Giuseppe D’Oca, malato anche lui di tumore ai polmoni, detenuto nel carcere di Vigevano. Il 2 agosto 2016 è venuto a mancare all’età di 59 anni all’ospedale di Pavia. Durante la sua permanenza in carcere il tumore avanzava sempre di più. Già a fine 2014 si vide che non stava bene e i famigliari fecero richiesta di incompatibilità con il carcere, che però gli venne negata. Da quel momento in poi è andato sempre peggiorando, dimagrendo visibilmente, non mangiando più.
La Corte d’Assise d’Appello di Milano, nel 2015, aveva negato il trasferimento del detenuto – che scontava l’ergastolo – ad altro regime di detenzione, suggerendo l’acquisto di una dentiera, perché nel frattempo, a causa di una piorrea, aveva perso l’intera dentatura. Era quello, secondo i magistrati, il motivo del dimagrimento. A quel punto i famigliari pagarono un neurologo per effettuare una visita specialistica. Il medico aveva riscontrato che era incompatibile con il carcere. Ma niente da fare: secondo le autorità, D’Oca poteva essere curato in cella. In pochi mesi dimagrì di 40 chili e fu ricoverato urgentemente il 28 maggio del 2016 per il suo clamoroso deperimento, tanto da destare le preoccupazioni del medico di turno. Troppo tardi: morì dopo due mesi.
C’è poi la vicenda di Roberto Jerinò. Recentemente il gip ha disposto la riapertura delle indagini per il detenuto nel carcere calabrese di Arghillà e morto nel dicembre del 2014 all’ospedale di Reggio Calabria. Durante la detenzione cadde per terra perché la sua gamba perse la memoria dei movimenti; poi toccò ali braccio e infine alla bocca. Venne portato di corsa in ospedale: ischemia, fu la diagnosi, con paresi facciale e degli arti. L’avvocato, come logico, chiese la concessione dei domiciliari. Richiesta rigettata. Fu subito riportato in carcere, nonostante la diagnosi.
Secondo la testimonianza di alcuni detenuti, alle 3 di notte del 12 dicembre 2014, Roberto sentì assottigliarsi e allargarsi una vena in testa: era un movimento continuo, lievemente doloroso. Chiamò un suo compagno di cella, chiedendogli una camomilla: credeva di avere solo bisogno di tranquillizzarsi. Non riuscì a dormire quella notte. La mattina dopo si segnò in elenco per l’infermeria. Gli misurarono la pressione: nessuna anomalia. Fu così per l’intera giornata: un dolore costante, ritmato; la pressione era stabile. Il 13 tutto uguale: dolore e pressione stabili. Non facevano altro
che misurargli la pressione e riportarlo in cella. Stava impazzendo di dolore, Jerinò. Dopo tre giorni di lamenti e richieste di soccorso, rimase paralizzato nel letto. Lo portarono in ospedale che era già in coma. Non si risvegliò più. Morì il 23 dicembre del 2014.
Redazione Nurse Times
Fonte: Il Dubbio
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Asp Ragusa, zero barriere per i disabili sulle spiagge

Il progetto, che coinvolge otto località del territorio, si avvale della collaborazione di operatori socio-sanitari e infermieri.
L’ iniziativa “Mare senza frontiere” rappresenta una bella novità nel panorama delle spiagge siciliane, perché è uno dei pochi esempi in cui sono le istituzioni a interessarsi seriamente delle necessità dei bagnanti con disabilità. L’idea è nata nell’Azienda sanitaria provinciale di Ragusa, grazie anche alla sensibilità del direttore generale Angelo Aliquò, e in seguito è stata proposta ai sindaci degli otto comuni iblei che hanno accesso al mare (Marina di Ragusa, Punta Secca, Pozzallo, Marina di Acate, Donnalucata, Marina di Modica, Scoglitti e Marina di Ispica).
Gli amministratori hanno accolto con entusiasmo la proposta, e così nelle spiagge più frequentate della provincia ormai, universalmente nota per la fiction del commissario Montalbano, sono state installate postazioni attrezzate con piattaforme e pedane per raggiungere i gazebo provvisti di job, sedie adatte per andare in acqua, docce e bagni. Inoltre, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 12 e dalle 16 alle 19, in ogni lido sono presenti due operatori socio-sanitari, mentre in quattro di essi, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 12, è prevista la presenza di due infermieri.
Oltre alla completa accessibilità al mare, le associazioni Samot Palermo e Ragusa garantiscono l’assistenza medica, rassicurante per tutti i bagnanti. “Il progetto sta avendo un altissimo riscontro in termini di utenza – fanno sapere dall’Asp Ragusa -. Chiunque può accedere al servizio: alcuni prenotano, altri arrivano direttamente senza farlo. Le spiagge coinvolte sono libere e l’accesso, ovviamente, è gratuito”.
Costato 77mila euro, “Mare senza frontiere” è un esempio virtuoso che tutte le altre aziende sanitarie siciliane, e le istituzioni in genere, dovrebbero seguire e imitare. Non si può eludere il problema dell’inaccessibilità alle spiagge e lasciare ad associazioni e privati l’onere di assicurare la fruibilità del mare alle persone diversamente abili. I diritti devono essere garantiti e difesi dagli enti, senza fare affidamento sulla buona volontà e sulla sensibilità dei comuni cittadini.
Redazione Nurse Times
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