Cari Fedeli ecco a Voi l’infermiere di Parrocchia

A dirlo, durante la cerimonia di presentazione del progetto “Infermieri in Parrocchia” è don Massimo Angelelli direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della C.E.I., e Angelo Tanese, direttore generale dell’Azienda sanitaria locale Roma.

Il progetto partirà a settembre in Piemonte, Lazio e Basilicata. “L’infermiere di parrocchia ‘non eroga prestazioni’ ma, confrontandosi con un coordinatore parrocchiale, attiva procedure e servizi per i bisogni che emergono sul territorio” sostiene don Angelelli.

Il dibattito sull’argomento aperto sui social divide la comunità; alcuni intravedono una buona opportunità di sviluppo delle competenze infermieristiche e altri che si dichiarano contrari, ritenendo il progetto un’ulteriore mortificazione alla considerazione professionale del professionista.

Don Angelelli in una intervista a Vatican news così enuncia il progetto:

“I modelli di sanità stanno cambiando in Italia” come sta mutando anche “il tessuto sociale” e per affrontare “le prossime emergenze”, “le cosiddette cronicità”, come ad esempio l’Alzheimer o una “situazione terminale magari di derivazione oncologica”, la parrocchia si offre come “luogo di incontro tra queste necessità e il Servizio sanitario nazionale”, per evitare che la malattia diventi un’altra “fonte di povertà”, un “ulteriore discrimine”, generando “una nuova cultura dello scarto”.

“Noi vediamo che i modelli di sanità stanno cambiando in Italia, c’è una forte contrazione degli investimenti da parte dello Stato, le strutture sanitarie stanno diminuendo e si stanno specializzando per situazioni di acuzie, quindi con pochi giorni di degenza si fa un intervento, seguito da un momento breve di cura, quindi si viene rimandati al domicilio. Non sempre sul territorio c’è una rete di sostegno, di continuità delle cure e ci rendiamo conto che spesso le famiglie si trovano sole ad affrontare tante realtà di sofferenza e di malattia. Il secondo motivo è che sta cambiando anche il tessuto sociale e le prossime emergenze, ci dicono tutti i dati, sono le cosiddette cronicità, malattie che accompagnano un tratto lungo della nostra vita e che non hanno bisogno di trattamenti ospedalieri ma vengono vissute a domicilio, pensiamo ad esempio all’Alzheimer. Allora abbiamo immaginato che la parrocchia potesse essere il luogo di incontro tra queste emergenze, queste necessità e il Servizio sanitario nazionale. E abbiamo pensato ad una figura: un infermiere di comunità in parrocchia o, più brevemente, un infermiere di parrocchia, che potesse raccoglie i bisogni che emergono dal territorio e trovare una risposta nella riviera dei servizi che già esistono”.

Si punta quindi sulla rete di contatti e relazioni sociali sul territorio che è propria di ogni parrocchia?

“Le parrocchie hanno una grande rete di controllo del territorio, reti sociali, immaginiamo la semplice ma fondamentale rete dei ministri straordinari della Comunione, il volontariato, i movimenti, che possono attraverso un’azione di screening controllare i territori, i condomini, far emergere bisogni che tante volte non vengono nemmeno intercettati dal Servizio sanitario nazionale: si tratta di persone che, se non chiedono un servizio, non possono averlo perché non possono essere individuate”.

Ci sono dei primi dati?

“La sperimentazione è su base nazionale, in tre aree molto diverse: Piemonte, Lazio e Basilicata. In questa fase, abbiamo individuato tre diocesi, Alba, Roma e Tricarico, con alcune parrocchie che si mettono a disposizione. A settembre parte la sperimentazione e speriamo di avere nei primi 6-8 mesi dei numeri sull’efficacia e sull’adattamento di questo servizio sul territorio”.

Viene in mente quell’impegno a combattere la cultura dello scarto sottolineato più volte da Papa Francesco…

“Ci stiamo rendendo conto che la modifica dell’offerta sanitaria rischia di creare nuove sacche di povertà. Purtroppo quando interviene la malattia, salta quel minimo fragile equilibrio costruito in tutta una vita con tanta difficoltà. Quindi c’è il rischio di scendere sotto la soglia della povertà semplicemente perché non si hanno le risorse economiche per potersi curare o perché una famiglia, per avere una rete di sostegno, rischia di dover attivare delle risorse economiche aggiuntive che non sempre sono disponibili. E la malattia non può diventare fonte di povertà, ulteriore discrimine. C’è dunque bisogno di una rete di sostegno, in maniera tale che non si generi una nuova cultura dello scarto. Questo è ciò che stiamo cercando di combattere in un modello sussidiario in cui la parrocchia non si sostituisce allo Stato, perché l’infermiere di parrocchia non eroga prestazioni, non si crea un ambulatorio infermieristico, ma è una rete sociale di sostegno e di incontro”.

Come funzionerà il servizio?

“Ci sono due figure di riferimento nell’ambito di questo progetto. La prima è un coordinatore parrocchiale di Pastorale della salute. Immaginiamo un diacono, un ministro straordinario della Comunione che sappia contattare le realtà sul territorio. Questa prima fase di raccolta dati farà emergere una lista di bisogni. La Asl manderà poi un suo infermiere qualificato e col coordinatore si incontreranno in parrocchia, anche due o tre volte la settimana, facendo il punto della situazione. Ci sarà una condivisione dei dati, verranno presentate tutte le necessità: per esempio in una famiglia c’è un disabile, in un’altra c’è un anziano solo, in un’altra ancora c’è una cronicità, c’è una situazione terminale magari di derivazione oncologica. A quel punto l’infermiere potrà dire: su questo territorio possiamo chiedere l’assistenza domiciliare, possiamo seguire questo percorso di screening, possiamo attivare queste risorse, possiamo trovare il modo di agevolare l’accesso di determinate prestazioni. I servizi verranno infine attuati per quei destinatari e si continuerà a monitorare la situazione, per vedere se effettivamente il bisogno sia stato accolto e superato”.

Alla presentazione del progetto ha preso parte anche il dott. Cosimo Cicia per il Comitato centrale della Fnopi.

E’ indubbiamente positivo che si pensi agli infermieri come ponte tra territorio e bisogni di salute dei cittadini. L’infermiere di parrocchia quindi dovrà prendere in carico i bisogni (inespressi) di salute di una comunità, quella parrocchiale.

Molti gli interrogativi posti dai lettori sull’argomento. Noi pronti ad accogliere tutte le valutazioni e considerazioni del caso.

La nostra idea?

Si investa sull’Infermiere di famiglia, unico progetto sostenibile per dare certezze ai cittadini e autonomia e valorizzazione alla professione infermieristica.

La comunità cattolica?

Faccia la sua parte e collabori nel sostenere la figura dell’infermiere di famiglia.

Redazione NurseTimes

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La “posa in letargo” dei Burocrati Pugliesi sui Coordinatori infermieristici

In piena estate, alcuni Burocrati del Servizio Sanitario Regionale di Emiliano, colti dalla calura estiva, dopo un lungo letargo, si svegliano di soprassalto e decidono di occuparsi (con urgenza) degli Infermieri coordinatori

Ovvero di verificare se le strutture del SSR pubblico, privato accreditato e autorizzato dispongono di infermieri coordinatori in regola con il possesso dei requisiti di legge. È quanto si legge nella nota urgente che si allega all’articolo.

C’è da chiedersi il perché di questa iniziativa ritenuta urgente? Cosa nasconde la comunicazione regionale e sopratutto cosa mira ad ottenere?

Intanto va precisato ai sigg. Burocrati firmatari della missiva, che non esiste da tempo il profilo di Infermiere coordinatore poiché soppiantato dall’infermiere con funzioni di coordinamento prima e con l’incarico di funzione di organizzazione dell’attuale CCNL.

Ignoranza, superficialità o cosa?

Evidentemente c’è un distinguo tra gli incarichi di coordinamento regolati dal contratto pubblico (incarichi di funzione di organizzazione) e quello privato (incarichi di coordinamento). Quindi i sigg. Burocrati rivolgono comunicazione istituzionale a destra e a manca per sapere cosa? A quale scopo?

Dimostrare sensibilità nei riguardi di una professione “massacrata” dall’ignoranza delle attività di programmazione sanitaria.

Si aggiunga che nell’ambito dell’accreditamento istituzionale della sanità pubblica, privata, accreditata e convenzionata cui alle relative delibere di giunta regionale, l’argomento non viene preso in esame e non c’è un dettaglio delle funzioni di coordinamento oggi chiamati incarichi di organizzazione con il nuovo contratto di pubblico impiego.

La nota fa sorridere nei suoi contenuti poiché ancora oggi porta la dicitura coordinamento al posto di incarichi di funzione; incarichi che oggi con il nuovo CCNL del comparto sanità sono flessibili, oggetto di verifica e conferma e soggiogati alle disponibilità dei fondi aziendali. Ma questo, i Burocrati non c’è l’hanno nel loro patrimonio di conoscenze. Che tristezza!

Massimo Randolfi

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Ospedali di comunità: responsabilità dell’assistenza agli infermieri

Banco di prova per l’ospedale di comunità che ritorna all’ordine del giorno della Conferenza Stato Regioni di domani 1 agosto

Previsto dal DM 70/2015 (il regolamento sugli standard ospedalieri), dal Patto per la Salute 2014-2016 e dal Piano nazionale della cronicità, il documento era comparso l’anno scorso nell’elenco dei documenti da inviare all’intesa Stato-Regioni.

Si era poi arenato per la richiesta di ulteriore modifiche tecniche richieste da alcune famiglie professionali.

Come sarà l’ospedale di comunità disegnato nel documento che verrà presentato domani?

Il “Presidio sanitario di assistenza primaria a degenza breve/Ospedale di Comunità” (di seguito O.d.C.) come previsto dalla normativa vigente e dagli atti concertativi di riferimento (DM 70/2015, Patto per la Salute 2014-2016, Piano nazionale della cronicità), svolge una funzione intermedia tra il domicilio e il ricovero ospedaliero.

E’ una struttura di ricovero breve che afferisce al livello essenziale di assistenza territoriale, rivolta a pazienti che, a seguito di un episodio di acuzie minori o per la riacutizzazione di patologie croniche, necessitano di interventi sanitari a bassa intensità clinica potenzialmente erogabili a domicilio, ma che vengono ricoverati in queste strutture in mancanza di idoneità del domicilio stesso (strutturale e/o familiare) e necessitano di assistenza/sorveglianza sanitaria infermieristica continuativa, anche notturna, non erogabile a domicilio.

L’O.d.C. non è una duplicazione o una alternativa a forme di residenzialità già esistenti, che hanno altri destinatari; in particolare, non è ricompreso nelle strutture residenziali di cui agli articoli dal 29 al 35 del DPCM 12/01/2017 recante “Definizione e aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza, di cui all’articolo 1, comma 7, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502”.

Il documento definisce i requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi minimi per l’autorizzazione all’esercizio degli O.d.C. pubblici o privati,

Le Regioni e le Province autonome definiscono i requisiti ulteriori per l’accreditamento delle stesse strutture

L’O.d.C. è una struttura pubblica o privata in possesso dei requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi che garantiscono la qualità delle cure e la sicurezza dei pazienti, nonché la misurazione dei processi e degli esiti

Individuazione della sede

L’O.d.C. può avere una sede propria, essere collocato in strutture sanitarie polifunzionali, presso presidi ospedalieri riconvertiti, presso strutture residenziali oppure essere situato in una struttura ospedaliera, ma è sempre riconducibile all’assistenza territoriale.

Posti letto

L’O.d.C ha un numero limitato di posti letto, di norma tra 15 e 20. É possibile prevedere l’estensione fino a due moduli e non oltre, ciascuno di norma con un numero di 15-20 posti letto, per garantire la coerenza rispetto alle finalità, ai destinatari e alle modalità di gestione.

Target di utenza

Possono accedere all’O.d.C. pazienti con patologia acuta minore che non necessitano di ricovero in ospedale o con patologie croniche riacutizzate che devono completare il processo di stabilizzazione clinica, con una valutazione prognostica di risoluzione a breve termine (15-20 giorni), provenienti dal domicilio o da altre strutture residenziali, dal Pronto soccorso o dimessi da presidi ospedalieri per acuti. I pazienti ospitati necessitano di assistenza infermieristica continuativa e assistenza medica programmata o su specifica necessità. Tra gli obiettivi primari del ricovero deve essere posto anche l’aumento di consapevolezza dei pazienti e del familiare/caregiver, attraverso l’addestramento alla migliore gestione possibile delle nuove condizioni cliniche e terapeutiche e al riconoscimento precoce di eventuali sintomi di instabilità. Gli O.d.C. possono prevedere ambienti protetti, con posti dedicati a pazienti con demenza o con disturbi comportamentali, in quanto affetti da patologie croniche riacutizzate a domicilio o in dimissione ospedaliera. Queste strutture temporanee potrebbero ridurre l’istituzionalizzazione e l’ospedalizzazione in ambienti ospedalieri non idonei (cfr. Piano nazionale demenze approvato con accordo del 30 ottobre 2014 2 dalla Conferenza Unificata – Rep. Atti n.135/CSR). Il personale deve essere adeguato al target di utenti per formazione e numerosità.

In prossimità di Ospedali Pediatrici è possibile prevedere la realizzazione di O.d.C. dedicati a pazienti pediatrici, con la responsabilità clinica del pediatra e la presenza di personale di assistenza specificamente formato e competente per tale target di pazienti.

Responsabilità

La gestione e l’attività nell’O.d.C. sono basate su un approccio multidisciplinare, multi-professionale ed interprofessionale, in cui sono assicurate collaborazione ed integrazione delle diverse competenze. La gestione delle attività dell’OdC è riconducibile all’organizzazione distrettuale e/o territoriale delle aziende sanitarie.

La responsabilità igienico sanitaria dell’O.d.C. è in capo ad un medico designato dalla direzione sanitaria aziendale.

La responsabilità gestionale-organizzativa complessiva dell’O.d.C. è in capo ad una figura individuata anche tra le professioni sanitarie dalla articolazione territoriale aziendale di riferimento e svolge anche una funzione di collegamento con i responsabili sanitari, clinici ed assistenziali, e la direzione aziendale Analoghe figure di responsabile igienico sanitario e responsabile gestionale organizzativo sono individuate dalle strutture private.

La responsabilità clinica dei pazienti è attribuita a:

Un medico di medicina generale (pediatra di libera scelta se O.d.C. pediatrico), oppure un medico operante nella struttura scelto tra i medici dipendenti o convenzionati con il SSN o appositamente incaricato dalla direzione della struttura per le strutture private, un medico incaricato dalla struttura. La responsabilità assistenziale è in capo all’infermiere secondo le proprie competenze. L’assistenza/sorveglianza sanitaria infermieristica è garantita nelle 24 ore.

I responsabili delle attività cliniche ed infermieristiche provvedono alla raccolta delle informazioni sanitarie per i rispettivi ambiti di competenza, utilizzando una cartella clinico – assistenziale integrata, inserita in un processo di informatizzazione integrato con il FSE.

In caso di necessità, l’infermiere attiva la figura medica prevista dai modelli organizzativi regionali. In caso di emergenza, dovranno essere attivate le procedure di emergenza tramite il Sistema di Emergenza Urgenza territoriale. Nel caso in cui la sede dell’O.d.C sia all’interno di un presidio ospedaliero potranno essere attivate le procedure di emergenza del presidio ospedaliero.

Modalità di accesso

Per l’accesso all’O.d.C. è necessario che siano soddisfatti i seguenti criteri:

diagnosi già definitaprognosi già definita valutazione del carico assistenziale e della stabilità clinica eventualmente attraverso scale standardizzate programma di trattamento già stilato e condiviso con il paziente e/o con la famiglia (ad eccezione del Pronto Soccorso). É inoltre auspicabile una valutazione multidimensionale anche in fase di accesso. L’accesso avviene su prescrizione del medico di medicina generale (pediatra di libera scelta se O.d.C. pediatrico), del medico di continuità assistenziale o dello specialista ambulatoriale o del medico ospedaliero, anche direttamente dal Pronto Soccorso, previo accordo con la struttura secondo modalità fissate dalle Regioni.

Le modalità di accesso devono essere semplici e tempestive e possono prevedere l’uso di scale di valutazione standardizzate sia per accertare il livello di criticità/instabilità clinica sia per il livello di complessità assistenziale/autonomia del paziente, soprattutto in caso di dimissione da reparto ospedaliero. L’utilizzo di scale di valutazione, opportunamente ripetuto durante la degenza e alla dimissione del paziente, consentirà di documentare l’attività svolta e di descrivere l’esito delle cure erogate. Se necessario, in previsione della dimissione dall’O.d.C., potrà avvenire una valutazione multidimensionale da parte dell’equipe territoriale dedicata, per esplicitare eventuali percorsi territoriali post-dimissione del paziente (attivazione di assistenza domiciliare, erogazione di prestazioni o presidi a domicilio, trasferimento verso altre strutture della rete).

Redazione NurseTimes

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Liste di attesa: ritardi e quattro Regioni inadempienti. La denuncia di Aceti (Fnopi)

Liste di attesa: ritardi e quattro Regioni inadempienti. La denuncia di Aceti (Fnopi)

Il nuovo Piano nazionale liste d’attesa ancora non decolla del tutto e su questo, secondo il portavoce FNOPI, il ministero della Salute dovrà svolgere il ruolo di reale garante

Le liste di attesa rischiano l’impasse se il ministero non interverrà con il suo ruolo di reale garante per tutti dell’attuazione di un’innovazione reale delle politiche sanitarie regionali, in grado di essere percepita subito da parte dei cittadini.

Tonino Aceti, portavoce della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) analizza lo stato dell’arte del nuovo Piano nazionale liste d’attesa 2019-2021, varato a febbraio di quest’anno e che avrebbe già dovuto raggiungere a livello di Regioni e aziende una serie di tappe operative.

Ma che soprattutto “deve mettere al centro veramente – sottolinea Aceti – la garanzia del diritto all’accesso alle prestazioni sanitarie e non, al contrario, altri interessi che nulla hanno a che vedere con i diritti dei pazienti. Il processo di attuazione del Piano a livello regionale e locale è quindi la vera partita per tutti, cittadini, professionisti e SSN. Deve avvenire non soltanto formalmente ma soprattutto sostanzialmente, nel rispetto delle tempistiche e delle misure contenute all’interno del Piano Nazionale”.

È infatti proprio l’Istat ad affermare che ci sono 2 milioni di persone (3,3% dell’intera popolazione) costrette a rinunciare a visite ed esami per problemi di liste di attesa, mentre sono oltre 4 milioni quelle che vi rinunciano per motivi economici (6,8%).

A distanza di oltre 5 mesi dalla sua approvazione e di 3 mesi dalla prima scadenza prevista per il recepimento e l’adozione del Piano regionale però, sono 4 le Regioni che non hanno ancora adottato un proprio Piano Regionale di Governo delle Liste di Attesa: Provincia di Bolzano, Friuli-Venezia Giulia, Basilicata, Sardegna.

Due di queste, Friuli-Venezia Giulia e Provincia di Bolzano, non hanno neanche recepito formalmente l’Intesa Stato Regioni.

La tempistica per il solo recepimento formale dell’Intesa da parte delle Regioni è stata molto differenziata: si passa ad esempio dai 35 giorni della Puglia, ai 70 della Campania, agli 84 della Liguria, agli 89 della Calabria, ai 102 della Sardegna, ai 137 della Lombardia.

Le Regioni che hanno rispettato il termine dei 60 giorni entro il quale recepire formalmente l’Intesa e adottare il proprio Piano regionale di Governo delle Liste di Attesa sono 5: Valle D’Aosta (56 giorni), Emilia-Romagna (52 giorni), Marche (53 giorni), Puglia (55 giorni), Sicilia (49 giorni).

Di poco fuori tempo massimo, il Molise con 66 giorni, l’Umbria e la Toscana con 73 giorni.

Analizzando le misure inserite nei Piani locali di chi li ha già predisposti, ad esempio per quanto riguarda l’ambito territoriale di garanzia che è quello grazie al quale si rispetta il principio di prossimità e raggiungibilità e all’interno del quale devono essere garantiti i tempi massimi di attesa, il Molise fa coincidere l’ambito di garanzia con l’intero territorio regionale (fino al 31 dicembre 2020); stessa scelta anche della Valle D’Aosta; la Calabria individua 3 aree territoriali/provinciali Nord-Centro-Sud, quindi fette di territorio molto ampio.

Altre Regioni hanno adottato invece modelli differenti.

La Toscana da una parte richiama come ambito di garanzia di norma la zona-distretto, dall’altro per alcune prestazioni, in considerazione dell’offerta disponibile, definisce un ambito di garanzia con un bacino demografico non superiore ai 400.000 abitanti. La Liguria invece definisce l’ambito territoriale di garanzia con l’intera ASL e in casi particolari con il distretto.  

Altre Regioni ancora rinviano la definizione degli ambiti territoriali di garanzia ai Piani attuativi aziendali, come del resto prevede il Piano nazionale.

“È evidente – sottolinea Aceti – che la dimensione degli ambiti territoriali di garanzia fa la differenza in relazione al grado di rispetto del principio fondamentale previsto a livello nazionale della prossimità e raggiungibilità da parte del cittadino, a maggior ragione considerando anche il processo di accorpamento delle ASL con territori di riferimento ormai molto ampi”.

Anche sull’adozione dei Piani attuativi aziendali, che sarebbe dovuta avvenire entro il mese di giugno 2019, qualora fossero state rispettate tutte le tempistiche previste a livello nazionale, si stanno registrando ritardi, visto che 5 Regioni hanno adottato il proprio Piano regionale tra giugno e luglio, mentre altre 4 non lo hanno ancora fatto.

Riguardo all’istituzione dell’Osservatorio nazionale sulle liste di attesa poi, adempimento previsto dal Piano nazionale, questo è stato costituito e si è riunito nei primi giorni del mese di luglio.

Sta andando avanti anche il riparto dei 400 milioni di euro per l’infrastruttura tecnologica dei CUP: proprio il 26 luglio il Ministero ha inviato alla Conferenza Stato-Regioni il relativo Decreto di riparto.

Cosa fare ora nel modo più rapido possibile?

“Ciò che ora serve dal livello centrale – sottolinea Aceti – è l’esercizio di un ruolo forte nel controllo delle misure inserite nei Piani regionali, la verifica sul loro grado di congruità rispetto ai parametri nazionali e la loro effettiva implementazione nel più breve tempo possibile e in tutto il territorio nazionale. Devono arrivare però anche risposte concrete alle carenze del personale sanitario, a partire da quello infermieristico – evidenzia il portavoce FNOPI – che oggi si attesta, considerando l’ospedale e il territorio, insieme agli effetti di Quota 100, a 75.000 unità. Un problema che va affrontato subito”.

Secondo Aceti “il Ministero della Salute dovrebbe intervenire subito nei confronti delle Regioni che ad oggi non hanno ancora recepito formalmente l’Intesa Stato-Regioni e approntato i propri Piani Regionali di Governo delle Liste di Attesa, come dovrebbe verificare nel merito le misure previste in tutti i Piani regionali per individuare e rimuovere eventuali scostamenti dai principi sanciti nel Piano Nazionale. Anche le Regioni, a loro volta, dovrebbero verificare l’operato delle Aziende Sanitarie Locali rispetto all’adozione dei Piani Attuativi Aziendali e della loro congruità rispetto agli indirizzi regionali”.

“Inoltre – prosegue – è irrinunciabile per rafforzare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni la garanzia di un’informazione di qualità a livello nazionale, regionale e locale, rivolta alle comunità, per spiegare i contenuti e le novità che discendono da questa innovazione. In questo modo tanto le amministrazioni quanto i cittadini e i professionisti potranno esercitare al meglio i propri diritti e responsabilità”. 

“Per gli infermieri – sottolinea il portavoce FNOPI – e per tutto il personale sanitario, esercitare al meglio le proprie responsabilità, vuol dire anche agire all’interno di servizi sanitari che non siano più segnati da livelli patologici di carenze come quelli attuali. Le misure approvate con il Decreto Calabria sono un primo segnale al quale però devono seguire subito ulteriori provvedimenti”.

Ma cosa prevede il Piano nazionale?

La tabella di marcia è precisa: entro 60 giorni dalla stipula (quindi entro aprile 2019) le Regioni avrebbero dovuto recepirlo formalmente e adottare il proprio Piano Regionale di Governo delle Liste di Attesa; entro 60 giorni dall’adozione del Piano regionale le Aziende Sanitarie devono approvare il Piano attuativo aziendale (quindi entro giugno 2019); entro 120 giorni dalla stipula dell’Intesa (quindi ancora entro giugno 2019) deve essere istituito l’Osservatorio nazionale sulle liste di attesa presso il Ministero della Salute.

Redazione NurseTimes

Fonte: Fnopi.it
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Beach volley, che passione: ma occhio agli infortuni

Caviglie, ginocchia e arti superiori sono le parti del corpo più a rischio. I consigli dell’esperto.
Dopo una nuotata rinfrescante, ecco entrare in azione gli atleti da spiaggia. Pallone sotto braccio, tutti a organizzare una partita di beach volley. Purtroppo, però, atleti non ci si improvvisa, e così traumi, contusioni e stiramenti sono in agguato. Per lanciarsi in una partita pallavolo sulla sabbia, che è a tutti gli effetti uno sport e non solo un gioco, bisogna essere consapevoli della propria forma fisica, per non dover concludere in anticipo le vacanze
Lo ricordano gli esperti del Centro specialistico ortopedico e traumatologico “Gaetano Pini” di Milano, che hanno deciso, visti gli esiti di tante partite, di mettere giù una sorta di codice di comportamento in spiaggia per limitare il numero degli incidenti. «Tonicità ed elasticità delle giunzioni mio-tendinee – spiega Arturo Guarino, direttore dell’Unità operativa complessa di Traumatologia sportiva del Gaetano Pini-Cto – sono condizioni basilari per evitare infortuni durante l’atterraggio. Bisogna tener conto che questo sport viene praticato su una superficie sabbiosa, quindi irregolare e che tende all’affossamento».
Ciò comporta la possibilità di sottoporre a stress le articolazioni: «Le parti del corpo più a rischio sono caviglie, ginocchia e arti superiori. L’articolazione tibiotarsica, ossia la caviglia, è sottoposta a gesti atletici che, se eseguiti male, possono sfociare in distorsioni di vario grado, fino ad arrivare a fratture. Il ginocchio può essere sottoposto a lesioni delle componenti meniscali e legamentose, come il crociato anteriore».
Anche gli arti superiori sono in pericolo. «Le ripetute cadute in avanti – prosegue Guarino – possono comportare sollecitazioni distorsive a carico dei polsi e delle mani e, in casi gravi, anche fratture dei vari distretti articolari. Inoltre possono insorgere periartrite di spalla, legate all’elevata frequenza con cui si colpisce la palla per schiacciarla al suolo».
Le regole d’oro per evitare di concludere la giornata al pronto soccorso prevedono, fra le altre, far precedere la sessione di beach volley da un riscaldamento di una decina di minuti di nuoto o solo di galleggiamento. «Dopo il riscaldamento -conclude Guarino – è importante dedicare un po’ di tempo allo stretching per favorire l’elasticità nelle elevazioni e nell’atterraggio sulla sabbia. Inoltre non abbiate timore a chiedere il cambio per riposare un po’ la muscolatura ed effettuare esercizi di mobilizzazione degli arti inferiori, dei polsi e della spalle».
Sempre la maglietta per attutire l’impatto con la sabbia. Stop se si sentono le gambe dure (polpacci), nel caso il tendine d’Achille o i polsi inizino a dolere e quando si prova un affaticamento respiratorio con battito cardiaco accelerato.
Redazione Nurse Times
Fonte: Il Messaggero
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