Nuovo scandalo assenteismo in Puglia: 13 arresti a Monopoli

Non solo Molfetta: furbetti del cartellino in azione anche all’ospedale San Giacomo. Obbligo di dimora per una ventina di dipendenti. Coinvolti due primari.
Ci risiamo. Dopo il recente scandalo assenteismo che ha travolto l’ospedale “Don Tonino Bello” di Molfetta, la storia si ripete a Monopoli, sempre nel Barese. Questa mattina, infatti, i carabinieri del Comando provinciale di Bari hanno dato esecuzione a un’ordinanza di misura cautelare, emessa dal gip del Tribunale di Bari su richiesta della locale Procura della Repubblica. Ne risultano destinatari alcuni indagati in concorso per i reati di truffa aggravata ai danni dello Stato, commessa in violazione dei doveri inerenti un pubblico servizio, false attestazioni e certificazioni sulla propria presenza in servizio, commesse da dipendente della pubblica amministrazione, falsità ideologica, commessa da privato in atto pubblico e peculato.
Sono 13, in tutto, le persone finite agli arresti domiciliari. Sarebbero coinvolti anche i primari dei reparti di Otorinolaringoiatria e Ginecologia, mentre 20 dipendenti avrebbero ricevuto l’obbligo di dimora. L’indagine ha portato alla luce l’assenteismo di personale in servizio all’ospedale San Giacomo. Pare che i dipendenti finiti agli arresti o sotto indagine uscissero per svolgere attività private dopo aver timbrato il cartellino di presenza, oppure che non si presentassero affatto sul poso di lavoro, risultando però in servizio grazie al cartellino timbrato per loro da qualcun altro. L’ospedale ha sospeso le sedute operatorie in programma stamattina perché non c’erano abbastanza medici in servizio.
Redazione Nurse Times
 
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Il “Gemelli” di Roma condannato per demansionamento: 60mila € per l’infermiere. La sentenza

Pubblichiamo la Sentenza  (storica) della I sez. lavoro del Tribunale di Roma contro la Fondazione Gemelli che riconosce il demansionamento infermieristico con un risarcimento di 60mila € per l’infermiere
La sentenza n. 6954 del luglio 2019 (in allegato) è sicuramente una sentenza storica che afferma una volta per tutte che esiste una “questione infermieristica”.
La Questione infermieristica più volte affrontata nei nostri articoli riguarda anche il fenomeno del Demansionamento infermieristico, una piaga italiana che qualcuno tende a sottovalutare.
La crescita di un’intera comunità professionale passa anche dalla consapevolezza dell’importante ruolo sociale che questa professione ricopre; dalla consapevolezza del grave danno che si infligge agli infermieri e ai pazienti, quando il loro tempo viene scippato per dedicarsi ad attività che non rientrano assolutamente nel loro profilo professionale.
La sentenza è stata redatta dal presidente della Prima sezione Lavoro di Roma che ha spiegato in 24 pagine, cosa significhi essere infermiere in Italia.
Non è importante sapere come si è conclusa la vertenza (sappiamo che il nostro infermiere ha stravinto e che questa sentenza segna un importante passo in avanti nella giurisprudenza infermieristica), ma è importante sapere perché l’infermiere ha vinto.
Il tribunale di Roma ha accolto in toto ogni singola teoria che il Presidente ADI Di Fresco insegna in tutta Italia da oltre 25 anni.
Il ricorso è l’esatta rappresentazione del corso ECM sul demansionamento scritto dal Di Fresco.
Questa, insieme alle altre sentenze, devono assolutamente richiamare l’attenzione degli attori della sanità, dai dirigenti alla politica, dagli operatori della sanità ai loro rappresentanti, affinché la “questione infermieristica” venga affrontata e risolta definitivamente.
Riprendiamo l’ultimo passo della sentenza:
“Il Tribunale, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da Daniele MORI, con ricorso depositato il 13 novembre 2018, così provvede:1. – condanna la Fondazione Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” ad assegnare al ricorrente in via esclusiva mansioni corrispondenti alla categoria D, con profilo di “infermiere: DM 739/94” del c.c.n.l. per il personale non dirigente della Fondazione;2. – accertata la dequalificazione subita dal ricorrente dal mese di dicembre 2006 al mese di ottobre 2018, condanna la Fondazione Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” al pagamento, in favore di Daniele MORI, a titolo risarcitorio, della somma complessiva di €60.775,00#, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali dal 15 novembre 2018 fino al soddisfo;3. – condanna la Fondazione Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” al pagamento, in favore dell’avv. Italo CRISPINO, procuratore antistatario, delle spese di giudizio che liquida in complessivi €10.268,00#, di cui €1.339,00# per spese generali, ed €8.929,00# per compensi, oltre IVA, CPA e contributo unificato versato di €379,50#”
 
Redazione NurseTimes
 
Allegato
Sentenza n. 6954 del luglio 2019
 
 
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Veneto, aumenterà lo stipendio dei medici richiamati dalla pensione

Per mettere in pratica tale intento il governatore Zaia potrà fare affidamento su 130 milioni di risparmi accumulati dal centro gestionale della sanità regionale.
In Italia mancano 56mila medici, e tra 15 anni, in base a uno studio dell’Osservatorio nazionale della salute, ci sarà un vuoto di altri 15mila tra camici bianchi e dentisti. In Veneto, dove la sanità è un’eccellenza, la carenza è di 1.380 professionisti. La colpa, sostiene da tempo il governatore leghista Luca Zaia (foto), è dell’istituzione del numero chiuso nelle università di Medicina, decisione che compete al Governo centrale, e dei pochi posti a disposizione nelle scuole di specializzazione.
«Nell’ultimo concorso per i posti in pronto soccorso si sono presentati tre candidati per 81 posti», ha detto ieri il presidente della Regione, che nei mesi scorsi, per tamponare l’emergenza, ha autorizzato l’assunzione a tempo determinato di medici in pensione e ha avviato collaborazioni con facoltà straniere per inserire giovani dall’estero. Ora, però, in base a un protocollo d’intesa siglato coi sindacati per tutelare il comparto, la qualità dei servizi offerti ai cittadini, e per evitare la fuga dei medici dal settore pubblico, Zaia ha deciso anche di alzare loro lo stipendio.
Motivo della scelta: se paghi di più un professionista, questi, oltre a non andarsene a lavorare da un’altra parte, nella maggioranza dei casi offre prestazioni migliori. Può darsi, ma com’è possibile alzare le buste paga in un settore dove da lustri ogni Governo nazionale taglia a più non posso per tentare di arginare gli sprechi? La risposta è semplice. In tempi di vacche magrissime Zaia potrà fare affidamento su 130 milioni di risparmi accumulati dalla “Azienda Zero”, ossia il centro gestionale della sanità della Regione.
In buona sostanza, in attesa che il governo gialloverde dia il via libera alle autonomie regionali, il governatore leghista farà da sé, grazie alla gestione oculata dei denari in cassa. Quella di oggi, dicevamo, è un’intesa coi sindacati: il protocollo non è ancora entrato in vigore e dovrà essere approvato in autunno, ma la strada sembra tracciata. Gli aumenti, la cui entità sarà decisa nei prossimi mesi, secondo l’accordo stipulato coi sindacati, potrebbero partire da gennaio 2020.
L’intesa è stata raggiunta dopo mesi di serrate trattative, culminate con la proclamazione dello stato di agitazione della categoria, che ora, evidentemente, è stato sospeso. «Siamo riusciti a mettere insieme tutte le sigle – ha detto a Libero l’assessore regionale alla Sanità, Manuela Lanzarin –. È un fatto estremamente positivo. La carenza di medici è un problema grave. È stata sbagliata la programmazione nazionale: noi stiamo mettendo in campo tutte le risorse necessarie per rimediare agli errori di Roma. E vero che grazie alla gestione virtuosa delle risorse abbiamo soldi da spendere, ma il fondo statale deve essere comunque implementato, su questo vogliamo essere chiari. A settembre ci incontreremo di nuovo con le parti per cominciare a stabilire i dettagli dell’intesa. Il nostro è un piano a 360 gradi per mantenere alto lo standard dei servizi».
Un’altra criticità, in Veneto, è legata alla forte carenza di camici bianchi nelle zone più disagiate, quelle montane del Bellunese, ma anche il centro storico di Venezia e parte della provincia di Rovigo. È normale che i professionisti, specialmente quelli più giovani, decidano di spostarsi altrove per lavorare. Ecco allora che la Regione, d’intesa coi sindacati, si concentrerà anche sulle buste paga di chi rimarrà a esercitare in questi luoghi.
«Al momento siamo soddisfatti dell’accordo – ha commentato Daniele Giordano, segretario generale della Cgil Veneto Funzione Pubblica –. È un primo risultato importante, abbiamo lavorato duramente per arrivare all’intesa. In sostanza si tratta della fase due di un’operazione di razionalizzazione delle aziende sanitarie del territorio, che negli anni scorsi sono passate da 21 a 9 e che ha consentito un risparmio di 4 milioni, poi reinvestiti nel settore. La nostra sanità, pur essendo di primo livello, ha delle criticità. Ci batteremo anche perché venga colmata la carenza di personale».
Ma questa sorta di riforma sanitaria in atto nell’ex Serenissima prevede anche altro. Alcuni direttori di Asl, sollevando non poche perplessità, in passato avevano appaltato a cooperative esterne molti servizi, alcuni dei quali di primissimo livello, come quelli di pronto soccorso, delle ambulanze e perfino degli ospedali di comunità. Alla luce di questa nuova intesa, alla scadenza del contratto le Asl dovranno riprendere in carico queste attività, con conseguente assunzione di personale.
Redazione Nurse Times
Fonte: Libero
 
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Guerra di nomine all’Aifa: resta bloccata la terapia anti-cancro a base di Car-T

Il braccio di ferro sul nuovo presidente dell’Agenzia allunga l’attesa dei malati.
L’accordo è fatto. Tra l’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) e la multinazionale Novaras c’è un’intesa chiara e precisa sul prezzo della super terapia anti-cancro a base di Car-T, i linfociti trasformati in laboratorio in armi per riconoscere e uccidere le cellule tumorali. Prezzo fissato e secretato due settimane fa, ma che da indiscrezioni dovrebbe aggirarsi tra 150 e i 200mila euro per ogni trattamento salvavita.
Per i malati in attesa da tempo la terapia resta ancora una chimera, perché l’Aifa da due mesi è senza Cda e così non può ratificare l’accordo raggiunto dalla Commissione prezzi con una delle due industrie detentrici del brevetto (con l’altra, la Gilead, non si è trovata ancora un’intesa). Una situazione paradossale, che insieme alle Car-T impedisce di immettere in commercio un’altra quindicina di medicinali. Tutto per colpa di un braccio di ferro politico sulle nomine ai vertici dell’Agenzia: una situazione da far rimpiangere il manuale Cencelli di democristiana memoria.
Ma ricostruiamo i fatti. Quasi un anno fa, in polemica con il Governo per la vicenda Diciotti, lo scienziato Stefano Vella decide di lasciare l’incarico di presidente dell’Aifa. La poltrona è a tutt’oggi vuota, nonostante le Regioni abbiano già individuato il sostituto e fatto il nome (il 15 aprile) dell’ex assessore alla sanità piemontese, Antonio Saitta. Ma la scelta non è gradita al ministro della Salute, Giulia Grillo, e così fino ad ora non se ne è fatto nulla.
A cercare di forzare la mano, in favore di Saitta (Pd), ha provato a maggio il compagno di partito, nonché assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna, Sergio Venturi, dimettendosi dal Cda di Aifa, che così si ritrova solo con tre componenti su cinque. Manca il numero legale, e così non può essere convocato. C’è da dire che il 24 luglio scadrà l’intero Consiglio e che quella sarà l’occasione per nominare i nuovi membri, ripristinando il numero legale. Ma anche ammesso che questa volta le nomine si facciano subito, prima che il Cda diventi operativo passeranno altri giorni e si arriverà a ridosso della pausa estiva, con il rischio di affrontare a settembre il dossier Car-T.
I pazienti, dunque, sono costretti ad aspettare ancora. Anche perché per avviare i trattamenti non basta aver negoziato il prezzo del farmaco. È necessario che l’Aifa determini i criteri di accreditamento dei centri che potranno somministrarlo e che devono essere individuati dalle Regioni. Ma anche questo è un tassello mancante. Così, per ora, i malati possono accedere alla terapia solo aderendo a una sperimentazione, oppure per “via compassionevole”. Con questi sistemi, fino ad oggi, sono stati trattati una trentina di pazienti, con remissione della malattia nel 50% dei casi. Va anche precisato che le Car-T rappresentano un trattamento personalizzato e non adatto a tutti.
«Per ora – spiega il professor Franco Locatelli, che ha già iniziato a usare la Car-T al Bambino Gesù di Roma – hanno dimostrato rilevante efficacia clinica nelle leucemie linfoblastiche acute e nei linfomi non-Hodgkin a grandi cellule B, mentre sono in corso studi nella cura del mieloma multiplo e nelle neoplasie solide, come il neuroblastoma, il tumore extracranico più frequente in età pediatrica».
Ora il farmaco resta una chimera, nonostante l’Aifa sia riuscita a strappare un prezzo più basso di quello Usa e nonostante l’accordo preveda che il pagamento (a rate) avverrà solo in caso di sopravvivenza del paziente, a distanza di almeno 18 mesi. Ancorate nel porto delle nebbie dell’Aifa non ci sono solamente le Car-T. Da tempo si è in attesa
del rapporto annuale sulle reazioni avverse ai vaccini, che aveva contribuito a smentire gli allarmismi no vax, dimostrando che gli eventi negativi collegati alle immunizzazioni sono pochissimi e inferiori a quelli dei normali medicinali. Solo che per zittire definitivamente i complottisti si sarebbe dovuto presentare anche un rapporto sulla farmacovigilanza che indicasse appunto il numero degli eventi avversi per le altre classi di farmaci. Ma anche di questo, in Aifa, si sono perse le tracce.
Resta fermo anche l’iter per il passaggio alla gratuità del paracetamolo, sebbene la buona notizia era comparsa sul sito dell’Agenzia per un paio d’ore. I tecnici, inoltre, avrebbero anche completato il lavoro per limitare la prescrizione della vitamina D ai casi effettivamente necessari, visto che al momento si registrano parecchi abusi. Anche questo provvedimento si è arenato. Eppure farebbe risparmiare al Servizio sanitario qualcosa come 250 milioni, buoni magari per finanziare i costosi trattamenti innovativi. Se l’Aifa riuscisse a uscire dalla palude nella quale si è impantanata.
Redazione Nurse Times
Fonte: Il SecoloXIX
 
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Catanzaro, ancora nessuna certezza per i 29 precari dell’Asp

Nonostante gli accordi, non si procede al rinnovo dei contratti. Si attende il tavolo Adduce.
Continua l’odissea dei 29 infermieri precari dell’Asp Catanzaro, in servizio fino al 30 giugno scorso a Lamezia Terme. A differenza dei colleghi di tutte le Asp calabresi, a loro non è stato rinnovato il contratto, sballottati tra norme della Legge Madia, tavolo Adduce, esigenze della sanità, spending rewiev e una serie ininterrotta di incontri, mail, scontri e proteste.
La settimana scorsa i precari, dopo vari incontri alla Regione con il direttore sanitario regionale Antonio Belcastro, erano riusciti ad arrivare ad un compromesso: una proroga fino al 30 settembre nell’attesa che si definissero meglio gli accordi dopo il tavolo Adduce. All’incontro erano presenti i sindacalisti Fabio Bruschi (Nursing Up) e Francesco Maltese (Uil), insieme al delegato Franco Pacenza. Belcastro, nell’occasione, ha dichiarato alla presenza di tutti che avrebbe mandato una pec alla direzione generale di Catanzaro, all’attenzione del direttore generale Amalia De Luca, con cui esortava per l’ennesima volta il rinnovo del personale sanitario precario di Catanzaro, unico ancora in tutta la Calabria a non averne beneficiato.
Venerdì 12 la direzione sanitaria regionale inviava la pec e, di conseguenza, lunedì 15 il gruppo di precari si è recato alla direzione generale di Catanzaro per chiedere informazioni su quando sarebbe uscita la tanto attesa delibera. «Una volta giunti in direzione, la De Luca ha dichiarato senza mezzi termini che non avrebbe fatto nessuna delibera, all’inizio senza dare nessuna spiegazione», raccontano i precari. Presi dallo sconforto e dalla rabbia, i precari hanno deciso di piantonare la sede fino a quando non verrà data loro una spiegazione plausibile.
«Dapprima la De Luca dice che non può procedere con la delibera perché non è sicura che ci sia la copertura finanziaria. Poi, quando i precari le fanno notare l’ultima comunicazione di Belcastro, dice testualmente che non solo “il piano del fabbisogno presentato dall’Asp ricomprende quasi tutte le figure che corrispondono esattamente al personale precario da rinnovare, ma ne prevede anche la copertura finanziaria”. In parole povere i soldi ci sono per rinnovare tutto il personale precario, e non fino al 30 settembre, bensì fino al 31 dicembre 2019».
E qui, davvero, scoppia il panico. Raccontano ancora i precari: «La De Luca va su tutte le furie, alza la voce e, non sapendo più che dire, getta la maschera e dice semplicemente la verità: vuole attendere il tavolo Adduce, che si terrà giovedì 18, e, se questo glielo consentirà, vuole valutare anche l’ipotesi di assumere 29 persone a tempo indeterminato, mandando a casa per sempre i 29 precari». La situazione, si capisce, si fa sempre più difficile. Aggiungono i precari: «La De Luca rincara la dose, dicendo che del loro rinnovo si stava attualmente occupando il capo delle risorse umane dell’Asp, Marasco».
Insomma, i precari restano attoniti e si recano di nuovo alla Regione per chiedere non più chiarimenti, ma aiuto per fermare quella che ritengono una palese ingiustizia. Accompagnati dal sindaco Sergio Abramo, oramai rattristato da questo iniquo modus operandi, telefonano immediatamente per chiedere spiegazioni alla Rizzo. «Presa in contropiede, la Rizzo prende tempo, dicendo che attende (ancora una volta) il parere della Marasco. In pratica, molla la patata bollente al capo delle risorse umane, affermando che lei e solo lei dovrà decidere del destino dei 29 precari, di cui otto infermieri e tre oss in servizio da tre anni». L’appuntamento viene pertanto spostato a oggi, mentre il tavolo Adduce si riunirà domani.
Redazione Nurse Times
Fonte: Quotidiano del Sud
 
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