Non solo gli infermieri perdono tempo nelle pause caffè? La risposta di una strumentista di sala operatoria

Non solo gli infermieri perdono tempo nelle pause caffè? La risposta di una strumentista di sala operatoria

Un articolo apparso in prima pagina sul giornale “Il Resto del Carlino” ha indignato moltissimo infermieri scatenando le loro ire sul web.
“Siamo il popolo della pausa caffè”, ha titolato il quotidiano bolognese. Nel sottotitolo è possibile leggere la seguente frase:
«Non solo gli infermieri: ecco tutti i “tempi morti” che paghiamo»
Sono un’infermiera di sala operatoria…
La mattina quando arrivo a lavoro… la prima cosa che faccio è preparare la sala per accogliere il mio paziente…
Il tempo di preparare tutto il materiale ed il paziente è già li!
Mi lavo sterile.. che in parole povere vuol dire eseguire un lavaggio che rimuova il 99% dei germi sulle mie mani… con un sapone che a lungo andare, giorno dopo giorno, le mie mani le ha distrutte.
Metto il camice sterile, preparo gli strumenti sul tavolo operatorio. Alle 8.30 siamo pronti per iniziare (tu forse, caro giornalista.. alle 8.30 ti svegli).
Ed io sono lì, a seguire il ritmo incalzante del mio intervento. in quel momento sono l’unica strumentista nella mia sala, nessuno può prendere il mio posto.
Ho sete? Non posso muovermi..
Ho fame? Non posso muovermi..
Devo fare la pipì? Non posso muovermi..
Devo soffiarmi il naso? Non posso muovermi..
Il caffè?? Lo berrei volentieri un caffè… ma non posso muovermi…
Se tutto va bene l’intervento più breve che posso strumentare dura almeno 4 ore. Quando riesco ad uscire da quella sala è l’una.
Ma bisogna sistemare e ripreparare per il secondo intervento.. e il tempo che ho a disposizione lo uso per fare pipì o al massimo mettere in bocca un cracker!
Ora, cari giornalisti, politici e chiunque pensi che noi infermieri “Costiamo troppo”:
La mia pausa caffè è tra un intervento e l’altro, chiusa in bagno con i pantaloni giù, il bicchiere in una mano e la merendina nell’altra.
Non ho il tempo per chiamare il collega di turno e scendere comodamente al bar con la mia camicetta pulita e i miei jeans con i risvoltini.
La mia pausa caffè è a mensa prima di iniziare il turno di pomeriggio. Perché so che quando inizierò, passerò 7 ore ferma al tavolo operatorio, senza sapere se fuori piove o se c’è il sole.
Dalla scrivania del tuo ufficio con tante vetrate si vede bene il sole eh?
La mia pausa caffè è alle 3 di mattina.. quando mi chiamano per l’urgenza, e prima di entrare cammino per il corridoio che porta alla mia sala come uno zombie. Mentre tu dormi, fai tanti bei sogni, e pensi a un altro bell’articoletto per infamare gli infermieri, tanto ora va di moda!
La mia pausa caffè è il sabato.. la domenica.. il 15 agosto e il 25 dicembre.. mentre tu sei a spasso a divertirti con i tuoi amici…
Io parlo per me… ma tutti i miei colleghi di qualunque reparto possono confermarlo.
Quando un infermiere si ferma FINALMENTE a bere un caffè, non immaginate nemmeno cosa può essere successo nelle ore precedenti…
E non vi chiedo di capire. Perché non capireste mai cosa vuol dire massaggiare 20 minuti una persona in strada sotto la pioggia
o gestire un’urgenza di terapia intensiva o seguire bambini appena nati che pesano 400 grammi con tutto il pannolino o ancora accompagnare una persona verso la morte.
Cari giornalisti, nei vostri prossimi articoli parlate del caldo, degli youtuber, delle sfilate e di qualche nuovo ristorante.
Ma abbiate la decenza di lasciarci in pace..
Sottopagati… Sfruttati…
Ci mancava solo essere presi per il c…!!!
Ps. Io amo il mio lavoro e non farei nient’altro!!!
Ho scelto tutto questo.. e forse è proprio questo amore che mi rende cosi tremendamente dispiaciuta (e inca**ata) quando leggo questi articoli..
Detto ciò…
Buona pausa a caffè a tutti voi!
Chiunque volesse replicare a quanto pubblicato sulla prima pagina del “Resto del Carlino” può contattare la nostra redazione.
Simone Gussoni
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ENPAPI: Schiavon patteggia la condanna a 2 anni e 11 mesi. La sentenza

La sentenza arrivata ieri dal Tribunale di Roma. L’ex presidente Schiavon patteggia 2 anni e 11 mesi “Mazzette sotto forma di incontri notturni con ragazze e biglietti aerei per la finale di Champions”
Uno scandalo che ha travolto la cassa di previdenza degli infermieri ENPAPI. Restauri di appartamenti privati, signorine pagate profumatamente per trascorrere notti “brave”, voli aerei per assistere alla finale di Champions League e consulenze a sei zeri.
Secondo la Procura di Roma sono questi i benefit intascati dall’ex presidente Mario Schiavon per aver gestito illecitamente il denaro dell’Enpapi. Un sistema che avrebbe coinvolto anche il direttore generale Marco Bernardini, l’imprenditore Giovanni Conte, l’avvocato Piergiorgio Galli, il commercialista Enrico Di Florio, e altri tre indagati.
Si tratta solo di un rivolo dello scandalo dal volume presunto di 40 milioni di euro.
È con l’accusa di corruzione che Mario Schiavon, presidente dell’ente previdenziale a sostegno degli infermieri, ieri ha patteggiato la pena di 2 anni, 11 mesi e 10 giorni di reclusione in sede di udienza preliminare. Per lui il giudice ha decretato anche l’interruzione perpetua dai pubblici uffici, oltre alla confisca di 125 mila euro.
Gli altri sono tutti stati rinviati a giudizio con l’accusa di corruzione. La vicenda era venuta alla luce nel giugno scorso, quando la Guardia di Finanza aveva sequestrato oltre 40 milioni di euro tra prodotti finanziari, partecipazioni e ville sparse in tutta Italia.
Secondo il sostituto procuratore Alberto Pioletti, i vertici dell’istituto, disattendendo le indicazioni date sin dal 2014 dagli organi di vigilanza che “raccomandavano l’acquisto – si legge nell’imputazione – di prodotti finanziari liquidi”, preferendo “fondi di investimento gestiti dalla Tendercapital Ltd sino a un valore di 180 milioni di euro”, investimenti che avrebbero arricchito alcuni privati. Un accordo, questo, dal quale il vice presidente della Tendercapital, Giovanni Egidio Conte, “realizzava profitti per oltre 1,8 milioni di euro”.
In cambio avrebbero ricevuto diverse utilità, tra cui anche un biglietto aereo Venezia-Berlino “per assistere alla partita di Champions League in programma a Berlino il giorno 6 giugno 2015”, quella disputata tra Juventus e Barcellona. Tra i vantaggi “sospetti”, ci sarebbe anche l’organizzazione “in almeno 19 occasioni (tra gennaio 2018 e febbraio 2019), di incontri con ragazze con le quali” alcuni indagati, trascorrevano “la serata o la nottata in ristoranti o alberghi in diverse località”.
Le avvenenti signorine sarebbero state lautamente pagate “tra i 500 e gli 800 euro ad evento”. Si conclude così per Schiavon la vicenda giudiziaria, per gli altri indagati invece il processo inizierà il prossimo 12 novembre.
 
Redazione NurseTimes
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Dolore cronico: combatterlo si può e si deve

Persistendo nel tempo, diventa una malattia nella malattia. E come tale va curato.
Non soffrire è un diritto sancito dalla legge. In Italia, infatti, la Legge 38 del 2010 riconosce il diritto all’accesso al trattamento del dolore e alle cure palliative che rientrano nei Lea, i livelli essenziali di assistenza. Eppure c’è ancora tanto da fare per lenire le sofferenze di chi convive con il dolore cronico, intenso e persistente, perché a distanza di nove anni dall’attuazione della legge non tutti ricevono assistenza e trattamenti adeguati e manca ancora una vera cultura della terapia del dolore. Lo sa bene chi ha a che fare con mal di schiena, emicrania, endometriosi, fibromialgia, artrosi, nevralgie: tutte malattie caratterizzate dalla presenza di dolore cronico.
«Questa legge ha quasi dieci anni, e purtroppo in molte aree italiane non è ancora applicata, a danno soprattutto della salute fisica e psicologica dei pazienti», denuncia Giuliano De Carolis, presidente Federdolore-Sicd (Società italiana dei clinici del dolore) e anestesista dell’Azienda ospedaliera universitaria di Pisa. Spiega, perentorio: «Molti italiani non sanno che è un loro diritto essere curati per il dolore, ed è un obbligo di legge per il medico farlo. Tanto che, se la cura non viene fatta, si può intravedere il reato di omissione nell’applicazione dei dettami della legge». Gli addetti ai lavori che si confrontano sulla questione denunciano che in Italia il dolore è tuttora sottostimato e spesso non adeguatamente trattato, con evidenti ripercussioni sulla qualità di vita dei pazienti e con un notevole impatto sulla sostenibilità della spesa sanitaria e socioassistenziale.
«I cittadini – puntualizza Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva – lamentano mancanza di informazioni, servizi non attivati o funzionanti a singhiozzo, carenza di personale specializzato. E ancora eccesso di burocrazia, mancanza di interazione tra i servizi per la terapia del dolore e le cure palliative in ospedale e anche domicilio. Spesso le famiglie devono sostenere costi privati per accedere alle terapie più opportune e personalizzate contro il dolore, soprattutto nelle fasi terminali della malattia. E oltre al peso economico, grava spesso lo stigma, il vedere cioè sottovalutato, anche dal punto di vista psicologico e culturale, l’aspetto del dolore, come se questo fosse secondario rispetto alla malattia in sé. I cittadini avvertono ancora la sensazione che la sofferenza sia insita alla malattia e che come tale vada “sopportata”».
Il dolore, si sa, è una sensazione, sensoriale ed emotiva, ed è anche un meccanismo di difesa del nostro organismo, un campanello d’allarme che si attiva segnalandoci che qualcosa non va. Ma se il dolore acuto, quello cioè che compare all’improvviso, per esempio dopo un trauma, ha una durata limitata e sparisce una volta affrontata la causa che l’ha provocato, il dolore cronico, invece, è destinato a persistere nel tempo. E diventa così una malattia nella malattia. E come tale va curato.
«Con il trascorrere del tempo, per molti pazienti la situazione si fa difficile – spiega De Carolis – e, purtroppo, molti finiscono col rassegnarsi: il dolore viene sopportato o sottovalutato dal paziente in quasi un terzo dei casi, oppure curato con antidolorifici non specifici e, di conseguenza, non risolutivi. E dopo le prime cure, spesso sufficienti per la fase acuta, un paziente su quattro non riesce più a far fronte alla sofferenza, perché le cure non sono più efficaci. I tentativi di trovare nuove strade farmacologiche non hanno sempre successo, e il paziente stesso, scoraggiato, non crede più a soluzioni possibili».
È per tutti questi motivi che il consiglio è di rivolgersi agli specialisti dei centri di terapia del dolore (federdolore-sicd.it) e informarsi sulle iniziative del nuovo progetto di telemedicina, annunciato in occasione del Congresso nazionale Federdolore, nato con l’intento di offrire assistenza anche a distanza. Giusta attenzione al dolore, misurazione della sua intensità, registrazione nella cartella clinica e trattamento adeguato. E poi farmaci a disposizione anche a domicilio e, in caso di malattie allo stato terminale, ricovero nel luogo più idoneo. Sono questi alcuni dei diritti fondamentali che vanno assolutamente tutelati.
«Con la campagna “In-dolore” – conclude Gaudioso – abbiamo redatto una guida (è scaricabile dal sito www.cittadinanzattiva.it) con informazioni e consigli su che cosa fare e che cosa “pretendere”, a casa, dal medico di famiglia, nelle strutture sanitarie, per non soffrire inutilmente». E nei casi in cui si vede negato il proprio diritto «a non soffrite inutilmente», lo stesso Gaudioso invita a «segnalarlo alla direzione sanitaria e alla Asl di riferimento, oltre che alla sede più vicina del Tribunale per i diritti del malato». Perché non è vero che al dolore bisogna abituarsi e che sopportarlo vuol dire essere forti.
Redazione Nurse Times
Fonte: La Stampa
 
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AADI “Il Tribunale di Roma punisce gravemente chi denigra l’infermiere”

Riceviamo e pubblichiamo la nota dell’Associazione Avvocatura di Diritto Infermieristico sulla Sentenza della I sez. lavoro del Tribunale di Roma contro la Fondazione Gemelli
LA BATOSTA ADI E’ ARRIVATA, ALTRO CHE 5MILA EURO: IL TRIBUNALE DI ROMA DISSOLVE LE TEORIE DELLA FNOPI SULL’INFERMIERE FACTOTUM E PUNISCE GRAVEMENTE CHI DENIGRA L’INFERMIERE.
La sentenza n. 6954 del luglio 2019 non è stata redatta da un magistrato qualunque, ma dal presidente della Prima sezione Lavoro di Roma che ha spiegato in 24 pagine, cosa significhi essere infermiere in Italia.
Non è importante sapere come si è conclusa la vertenza (sappiamo che il nostro infermiere ha stravinto e che questa sentenza segna un importante passo in avanti nella giurisprudenza infermieristica), ma è importante sapere perché l’infermiere ha vinto.
Prima di tutto evidenziamo che il tribunale di Roma ha accolto in toto ogni singola teoria che il Presidente ADI Di Fresco va ad insegnare in tutta Italia da oltre 25 anni.
Quando si afferma: “ogni singola teoria”, si intende proprio ogni aspetto che è stato scritto nel ricorso e precisamente: la teoria della falsa scientificità, la teoria dell’indottrinamento di massa, la teoria delle false aspettative, la teoria dello sfruttamento e così via, come vedremo. 
Il ricorso è l’esatta rappresentazione del corso ECM sul demansionamento scritto dal Di Fresco.
L’infermiere, oggetto della vertenza legale, che chiameremo sin d’ora Daniele, ha svolto con regolarità tutte le mansioni che, secondo l’ADI, gli erano proprie, come per esempio preparare e somministrare la terapia farmacologica, monitorare i parametri vitali, effettuare medicazioni, aerosol, programmazione esami diagnostici, elettrocardiogrammi, cateterismo vescicale, ecc..
Insieme a queste attività proprie, però, Daniele ha anche svolto assistenza diretta ai pazienti disimpegnando mansioni igienico-domestico-alberghiere e, in particolare, ha alzato ed abbassato lo schienale del letto, versato l’acqua nel bicchiere per far bere il paziente, acceso il cellulare del paziente su richiesta, preso e riassettato lenzuola e coperte, curato l’igiene personale a letto e nella doccia, usato padelle e pappagalli, risposto ai campanelli, pulito e riassettato i carrelli, rifornito il materiale sanitario del magazzino e degli armadi, sistemato i carrelli della biancheria e quant’altro.
Queste attività si palesavano prevalenti rispetto alle proprie, tanto da dover attendere per soddisfarle quelle di cura, come preparare le flebo ed altro.
Spesso la terapia veniva somministrata in ritardo perché Daniele doveva attendere di completare l’assistenza diretta ai pazienti per poter svolgere le proprie attività; in poche parola prima doveva fare l’OSS e poi poteva fare l’infermiere.
A causa di tale preponderante impegno ausiliario, scrive il presidente del tribunale, non ha potuto praticare in maniera soddisfacente e intellettuale la propria professione e cioè non ha potuto aggiornarsi sull’evoluzione terapeutica e patologica dei pazienti e non ha potuto svolgere ricerche infermieristiche aggiornandosi sui processi di nursing.
Non aveva neppure il tempo di leggere le cartelle cliniche di coloro che riponevano la fiducia su di lui!
Le attività ausiliarie hanno impegnato Daniele per il 90% del suo tempo di lavoro, causando così un impoverimento della sua capacità professionale con conseguente danno da perdita di chance in quanto, il datore di lavoro, lo aveva assegnato a precipui interventi elettivi per soddisfare bisogni fondamentali della persona.
Il Policlinico ha da subito tentato di confondere il giudice, sostenendo che queste mansioni asseritamente inferiori, erano stabilite dal sistema NANDA; in poche parole non era colpa loro se Daniele era oberato di lavoro, ma degli americani!
Il sistema NANDA, in uso nella pratica infermieristica per condurre alle diagnosi, non può in verità essere compiutamente gestito dall’infermiere se questi è occupato a mettere padelle e pappagalli in tutto il reparto.
Per fare una vera diagnosi infermieristica ci vuole tempo e d impegno, cosa che un infermiere factotum non ha.
Inoltre, il fatto che il NANDA sia diretto a soddisfare i bisogni fondamentali della persona, non significa che i bisogni debbano essere necessariamente soddisfatti dall’infermiere.
La connessione teleologica infermiere gestisce NANDA = infermiere realizza il NANDA è fuorviante; sarebbe come dire medico scrive in cartella un farmaco = medico somministra il farmaco.
Infatti, se interpretiamo NANDA alla luce del D.M. n. 739/94 che riconosce all’infermiere non solo autonomia gestionale delle proprie attività, ma anche la responsabilità delle finalità assistenziali dirette ad opera del personale subalterno, allora NANDA rappresenta un utile strumento per pianificare e coordinare l’assistenza diretta che dovranno svolgere gli OSS sotto il controllo dell’infermiere.
In pratica il NANDA permette di identificare i bisogni del paziente non di soddisfarli.
Infatti per responsabilità non si intende la realizzazione dell’atto, ma la sua gestone al meglio per rispondere dell’esito e non per lo svolgimento, che rimane sempre esecuzione propria ed autonoma degli operatori di supporto.
Quindi il Policlinico inutilmente può sostenere che per responsabilità si intenda anche esecuzione perchè allora anche i medici, che sono responsabili delle cure del paziente in quanto dirigenti, devono eseguire tutte le attività assistenziali dirette.
Anche il PAI, sistema in uso al Policlinico e creazione diretta del dirigente infermieristico nonchè consigliere OPI di Roma, che se n’è pure vantato durante il suo interrogatorio, supportando le diagnosi infermieristiche, permette agli infermieri di documentare tutti i processi assistenziali.
In verità anche in questo caso è stato posto un tranello che è stato immediatamente cooptato dal Presidente ADI che ha assistito a tutte le udienze.
Il PAI non dimostra lo svolgimento intellettuale della professione come invece sostiene il Policlinico, ma la sua denigrazione, perchè obbliga l’infermiere a registrare l’effettivo svolgimento di quanto eseguito per la cura del paziente cioè di quanto fatto in proprio e non dall’OSS.
Quindi, al pari del NANDA, anche il PAI, creato dal consigliere OPI di Roma, è diretto allo sfruttamento demansionale dell’infermiere e ciò non stupisce l’ADI che da sempre denuncia una politica di emarginazione e vilipendio alla dignità dell’infermiere da parte di alcuni eminenti leader dell’OPI.
Il presidente del tribunale, nella sentenza, elogia il ricorso che nell’esposizione di diritto delle lamentate pretese, ha svolto diffuse argomentazioni, persino con premessa introduttiva di carattere storico circa le figura dell’infermiere, per dimostrare che le mansioni di assistenza diretta non sono proprie dell’attuale professionista laureato, e il ricorso, così come è stato confezionato, ha colto esattamente nel segno.
Questi solo gli encomi profusi nella sentenza a favore di un ricorso scritto con attenta metodologia tecnico-giuridica squisitamente infermieristica che solo l’ADI sa realizzare.
Nella specie, il ricorrente, ha fornito compiuta allegazione delle mansioni che egli, fin dalla data di assunzione, svolge.
Non nega certo di compiere gli atti che sono specificamente propri della sua professione, ma afferma e dimostra che tali atti abbiano un rilievo marginale posto che, prevalentemente, egli deve occuparsi delle attività di assistenza diretta.
La controversia, scrive il Presidente magistrato, verte sulla legittimità o meno dell’assegnazione di attività di assistenza diretta, come aprire una bottiglia, porgere un bicchiere, accendere e spegnere il televisore, imboccare i pazienti non autosufficienti, riassettare i letti, far usare padelle e pappagalli ed indi svuotarli e pulirli.
Il Policlinico sostiene che Daniele svolge tutte queste attività perché sono strumentali ed accessorie a quelle proprie, tanto è vero che, afferma controparte, queste rientrano tra gli interventi elettivi per soddisfare bisogni fondamentali dell’individuo identificati dalle diagnosi infermieristiche NANDA (North American Nursing Diagnosis Association), come specificato alle pagine 11-13 della memoria difensiva del Policlinico.
In particolare, imboccare un paziente risponde alla diagnosi infermieristica di deficit dell’alimentazione e l’intervento da porre in essere consiste appunto nell’aiutare l’assistito nell’assunzione di cibo e bevande; svuotare un pappagallo è utile a diagnosticare la presenza di sangue nelle urine e così pulire la padella, parimenti nelle feci; riassettare il letto permette di vedere eventuali lesioni di decubito e rispondere ai campanelli di verificare esigenze urgenti e indifferibili.
Ora, ammettendo che questo sia vero, a cosa servirebbero quindi gli OSS?
Se la diagnosi infermieristica può essere utilizzata per motivare le attività di assistenza diretta da parte dell’infermiere, allora anche l’OSS che vede del sangue nelle urine e chiama il medico, svolge diagnosi.
Premesso che il sistema NANDA non stabilisce che sia l’infermiere ad effettuare di fatto tali attività ma che effettua solo diagnosi infermieristiche, alla luce del diritto italiano ed anche internazionale, è naturale supporre che l’infermiere faccia tali diagnosi sulla scorta di quanto comunicato dal personale subalterno al quale, invece, spettano tali mansioni.
In poche parole nulla impedisce che il NANDA venga usato dall’infermiere per formulare diagnosi, sulla scorta di quanto comunicato dal professionista OSS oppure, l’OSS, può chiamare l’infermiere all’occorrenza.
Non vi è dubbio che l’infermiere sia essenzialmente, dice la sentenza, un professionista che, in quanto globalmente responsabile della persona a lui affidata, stabilisce quali siano gli interventi che egli stesso direttamente deve porre in essere oppure può affidare a figure professionali socio-sanitarie.
Pertanto, l’assenza di tali figure ausiliarie comporta un danno alla potere di esercitare compiutamente la professione nel senso di svilupparla nella libertà di dover necessariamente far fronte in prima persona alle incombe assistenziali dirette e da qui nasce il danno da perdita di chance.
Afferma l’Ecc.mo tribunale di Roma, duplicando le teorie del prof. Di Fresco, che posta una determinata classificazione del personale da una fonte vincolante per il datore di lavoro, non sarebbe legittimo affidare compiti propri di una determinata categoria di lavoratori a lavoratori appartenenti ad altra categoria per il solo fatto che, per decisione dello stesso datore di lavoro, quelli che sono competenti secondo l’ordinamento applicabile sono mancanti o insufficienti, per l’evidente motivo che le mansioni inferiori sono vietate.
Né appare condivisibile, insiste il tribunale clonando la parte del ricorso che lo riporta, che una particolare organizzazione aziendale non preveda OSS nei servizi al punto di costringere gli infermieri a sostituirli.
Il prof. Di Fresco, quando insegnava ai propri studenti tali materie, rimarcava sempre l’inconciliabilità della natura intellettuale della professione infermieristica con le mansioni costretti effettivamente a svolgere e pertanto evocava un risarcimento che eliminasse questa dicotomia antinomica.
Sulla stessa concezione si è mosso il tribunale di Roma affermando che dalla definizione normativa, emerge che quella dell’infermiere è, al pari delle altri professioni intellettuali ed anche specificamente sanitarie e non dissimilmente da quella medica, attività essenzialmente fondata su un sapere scientifico ed anche se si estrinseca in atti di carattere pratico-manuale, presuppone necessariamente non un comune saper fare in forza di esperienza ed imitazione, ma un insieme di conoscenze complesse ed articolate, tanto che, ex lege, non può essere esercitata se non da persone che abbiano acquisito titolo di laurea ad hoc.
L’infermiere, continua il Presidente, è il soggetto preposto a tutto quanto è necessario per assicurare l’assistenza ai pazienti e in quanto responsabile, a lui è conferita la discrezionalità tecnica di stabilire se un determinato atto debba essere compiuto da lui personalmente o se possa essere eseguito sotto la sua responsabilità, da un suo ausiliario, così come il codice civile, all’art. 2232, stabilisce disponendo che il professionista deve eseguire personalmente l’incarico assunto ma, sotto la sua direzione e responsabilità, può avvalersi di sostituti ed ausiliari.
Allora, tutto ciò considerando, non è mera facoltà del datore di lavoro assegnare ordinariamente all’infermiere lo svolgimento di mansioni che sono caratteristiche dei livelli inferiori in quanto per essere eseguite non richiedono il livello di conoscenze scientifiche e professionali caratterizzanti le professioni intellettuali, fermo che sia il primo a valutare se anche singoli atti propri della figura inferiore livello, debbano essere compiuti da lui direttamente in ragione delle peculiarità del caso.
Dunque, afferma il tribunale, se è compito precipuo dell’OSS curare l’attività di assistenza diretta del paziente, cioè compiere tutti gli atti materiali necessari per consentire la vita quotidiana del malato, come espletare le funzioni fisiologiche ed atti elementari come cambiare le lenzuola, pulirlo, imboccarlo, allora tutte tali attività, devono essere affidate ai lavoratori inquadrati nella categoria B e non possono essere svolte dagli infermieri semplicemente per mancanza o insufficienza di personale di qualifiche inferiori, soprattutto se si considera che l’infermiere esercita la propria responsabilità non eseguendo tali mansioni, ma discrezionalmente decidendo che vengano svolte da altri.
Si evidenzia una peculiare novità inserita nella sentenza e ricordata oltreché accolta in un passaggio dall’estensore: per la prima volta l’ADI conia il termine di assistenza diretta rivolgendosi alle attività igienico-domestico-alberghiere e di assistenza indiretta con riguardo a quelle precipuamente infermieristiche, come da sempre insegnato dal Di Fresco nei cosi ECM a dimostrazione degli attenti studi effettuati dall’ADI sulla materia.
Il Consigliere OPI di Roma, teste del Policlinico, contraddicendosi, ha prima ammesso che il D.M. n. 739/94 riconosce autonomia e responsabilità gestionale dell’infermiere nell’assistenza al paziente e poi ha invece ammesso che l’infermiere per fare diagnosi infermieristica deve svolgere ogni tipo di attività assistenziale diretta.
Il D.M. citato in realtà non disciplina la diagnosi infermieristica, frutto invece di teorie estranee alla legge e create per razionalizzare concettualmente la funzione infermiere, perciò nel nostro ordinamento l’infermiere resta una figura autonoma, non sottoposta al sistema delle diagnosi né di un’organizzazione del lavoro che ne deturpa l’immagine professionale quando, per regolamento o accordo sindacale, obbliga gli infermieri a svolgere attività OSS.
In conclusione, deve riconoscersi a Daniele il diritto di svolgere essenzialmente le proprie mansioni, escludendo quindi  quelle attinenti l’OSS e, per tali motivi, considerando l’elevata rappresentazione sociale che l’infermiere ricopre nell’assistenza sanitaria, si accoglie quanto chiesto in termini risarcitori per il danno professionale e perciò condanna il Policlinico di Roma a versare a Daniele la somma di euro 60.000 oltre euro 10.000 per spese legali.
Si può dire giustizia è fatta? No!
Si può dire che le fantasiose e deliranti teorie del Di Fresco, tanto contestato dal dott. Lebiu e da altri esimi ed illustri scienziati di vari Ordini professionali degli infermieri, sono state finalmente tutte acclarate dal presidente del tribunale di Roma e i suoi delatori sono stati smentiti e sbuggiardati.
Si può dire che i testi universitari che riguardano le scienze infermieristiche in termini di attività ausiliarie, nonché i test per i concorsi e quanto scritto nelle riviste di vari OPI e FNOPI, sono effettivamente una grande presa per il culo ai nostri danni, solo per avere un infermiere sempre più ignorante e sottosviluppato, incapace di verificare la verità e pronto a credere a tutte le menzogne che vengono propinate nei vari ECM e corsi di aggiornamento.
Finché questa storia non finirà in Cassazione, non avremo pace.
Vi invito al corso ECM che faremo a Roma il 30 novembre 2019 dove simuleremo questo processo e spiegheremo gli antefatti legali che definiscono l’infermiere.
Vi faremo vedere quello che è successo veramente in tribunale, smascherando così i veri nemici degli infermieri, che non sono i medici.
Saranno presenti i veri personaggi della vicenda.
Chi volesse fin d’ora prenotarsi, deve inviare email a legale@aadi.it così reinvieremo le istruzioni per procedere all’iscrizione.
Il corso per il momento non è pubblicizzato perché intendiamo riservare i soli 100 posti disponibili ai soli soci ADI e COINA.
 
Redazione NurseTimes
 
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AADI “La sentenza di Roma distrugge le teorie della FNOPI”

Riceviamo e pubblichiamo la nota dell’Associazione Avvocatura di Diritto Infermieristico sulla Sentenza della I sez. lavoro del Tribunale di Roma contro la Fondazione Gemelli
La sentenza n. 6954 del luglio 2019 non è stata redatta da un magistrato qualunque, ma dal Presidente della Prima sezione Lavoro di Roma.
Nelle 24 pagine della sentenza non c’è tutto, c’è però quello che basta per motivare una rivoluzione interna che deve colpire le coscienze di tutti gli infermieri che credono che si possa garantire un’assistenza migliore e di qualità.
Non si tratta più di criticare le tesi del Di Fresco, ora si tratta di meditare su fatti che sono reali perché accertati in nome del popolo italiano.
Le tesi si sono trasformate in realtà oggettiva: l’infermiere viene sfruttato dal sistema sanitario fondato su un’organizzazione del lavoro che si genera nelle università, negli ordini professionali, nelle riviste infermieristiche, nei convegni FNOPI, nei testi di infermieristica.
Ebbene tutto questo sistema ieri è crollato come un castello di carta sotto un tornado.
Tutto è un falso, tutto è un raggiro, tutto è stato costruito per avere un operaio dedicato a risolvere ogni desiderio del paziente: l’infermiere.
Con la scusa della Florence, che tra l’altro non è mai stata un’infermiera ma un direttore sanitario, ci hanno inculcato l’animus benevolentia; disposti a sacrificarci per il bene del paziente, tutti si sono avvantaggiati, soprattutto i medici, e mentre l’infermiere, sguattera, la FNOPI viene applaudita per aver costruito questo castello di carte che finora ha funzionato a beneficio del sistema sanitario nazionale.
La televisione elogia i medici nonostante la notte, spesso, la passino a dormire nelle loro stanze, isolati dai pazienti, mentre l’ignorante “zappa la terra” cioè si dà da fare e vigila sui pazienti; tanto se ne salva uno il merito andrà sicuramente ai medici.
In questa ipocrisia tutti sono d’accordo, ma l’AADI è stanca di sopportare e ora ha agito.
In silenzio ha realizzato la causa causarum ed ha distrutto il teorema dell’infermiere tuttofare.
Avevamo inviato segnali: news, articoli giuridici, convegni, ecm, ma nessuno si è accorto che stavamo iniziando la vera rivoluzione.
Ora non ci fermiamo, andiamo avanti fino alla Corte Suprema di Cassazione e d ancora avanti finché le vecchie idee dell’infermieristica nightingaliana scompariranno sotto le pretese di giustizia che fioriranno dalle coscienze degli infermieri.
L’OPI di Roma è giunta, addirittura, a convenire in disciplinare due infermiere socie AADI per intimorirle e convincerle a cancellarsi dell’AADI.
La procedura disciplinare è stata chiesta dall’ordine dei medici che, a quanto pare, decide se e quando un infermiere deve subire minacce e ritorsioni da parte del nostro ordine (e poi ci propinano l’autonomia) quando commette un’infrazione disciplinare aziendale.
Ma da quando in qua l’OPI ha giurisdizione sul codice disciplinare aziendale?
Difatti non è ha, tranne quando gli imputati sono iscritti all’AADI.
L’OPI, per raggiungere una miglior efficace intimidatoria, si è pure avvalsa di un avvocato.
Naturalmente la questione verrà denunciata alle autorità competenti che faranno luce su quanto effettivamente avvenuto, comunque sarà difficile confutare l’audioregistrazione.
In conclusione, siamo sulla strada giusta e continueremo perché siamo nati per debellare il demansionamento una volta per tutte; gli altri sono solo brutte imitazioni.
 
Redazione NurseTimes
 
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AADI “Il Tribunale di Roma punisce gravemente chi denigra l’infermiere”
Di Fresco “L’avevamo promesso, lo abbiamo fatto: ora demansionare l’infermiere costa caro!”
Sentenza della I sez. lavoro del Tribunale di Roma contro la Fondazione Gemelli: Riconosciuto il demansionamento infermieristico
L’articolo AADI “La sentenza di Roma distrugge le teorie della FNOPI” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.