L’immagine più definita di sempre del cervello umano grazie ad una risonanza magnetica durata 100 ore

L’immagine tridimensionale più definita di un cervello umano stata ottenuta per la prima volta nella storia della medicina grazie all’utilizzo di uno scanner 7T.
Utilizzando il dispositivo approvato nel 2017 dalla Food and Drug Administration statunitense, è stata effettuata una risonanza magnetica durata ben oltre 100 ore fornendo un’immagine estremamente precisa del cervello postmortem di una paziente
L’immagine ottenuta ha una risoluzione che potenzialmente consente di di individuare oggetti che sono più piccoli di 0,1 millimetri di larghezza.

“Non abbiamo mai visto un intero cervello in questo modo, è senza precedenti”, ha spiegato la professoressa associata di radiologia e neuroscienza Priti Balchandani della Icahn School of Medicine del Monte Sinai sita a  New York.Attraverso la scansione è possibile osservare strutture cerebrali come l’amigdala in modo ben definito.
L’immagine ottenuta potrebbe consentire alla scienza grossi passi in avanti nello studio di anomalie celebrali permette di di capire come piccoli cambiamenti nell’anatomia del cervello possano riguardare disturbi come quello post-traumatico da stress oppure comprendere cosa caratterizzi anatomicamente il coma o stati psicologici come la depressione.
Il cervello sottoposto allo studio è stato quello di una donna di 58 anni morta a causa di una polmonite virale. Gli  esami sono stati condotti dai ricercatori del Massachusetts General Hospital di Boston. Il suo cervello, donato alla scienza, è stato utilizzato a scopo di ricerca per quasi tre anni.
Per assicurare la stabilità del cervello durante la scansione e permettere all’aria circostante di uscire, è stato costruito uno speciale contenitore di carbammato di etile. Successivamente il cervello è stato inserito all’interno della macchina per la risonanza magnetica e, per quasi 5 giorni è rimasto al suo interno per completare l’imaging.
Allo stato attuale non è possibile ottenere la stessa qualità delle immagini in un paziente in vita per svariati motivi. Il principale è derivante dall’eccessiva durata della procedura completa. Inoltre potrebbero insorgere anche complicazioni tecniche: anche i minimi movimenti, come quelli compiuti dal nostro corpo per la respirazione e per la circolazione sanguigna, rischierebbero di offuscare le immagini.
L’utilizzo della tecnologia su campioni post mortem “ci dà un’idea di cosa sia possibile”, ha dichiarato Balchandani. La Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha approvato il primo scanner 7T per l’imaging clinico nel 2017. Tali dispositivi stanno venendo utilizzati sempre più frequentemente dai centri medici per diagnosticare e studiare numerose malattie.
Simone Gussoni
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“Triage Infermieristico”: in libreria la quarta edizione del manuale curato dal GFT

“Triage Infermieristico”: in libreria la quarta edizione del manuale curato dal GFT

Proponiamo un’intervista da noi realizzata con Daniele Marchisio, presidente del Gruppo Formazione Triage.
Daniele MarchisioÈ in libreria dal 18 giugno scorso il manuale Triage infermieristico (edizioni McGrow-Hill), realizzato dal Gruppo Formazione Triage (GFT). Per chi non la conoscesse, questa società scientifica è attiva sin dal 1996 sul territorio nazionale nella diffusione del modello globale di triage, soprattutto attraverso la promozione di percorsi formativi ad hoc, come spiega nel dettaglio il presidente Daniele Marchisio: «Quella dei corsi di base e di approfondimento in materia – ne organizziamo circa dieci all’anno – è senz’altro la nostra attività principale, ma non certo l’unica. In passato abbiamo preso parte a tre congressi internazionali che hanno visto l’intervento dei massimi esperti al mondo in tema di triage: il primo si è tenuto a Torino nel 2007, gli altri due a Riccione, rispettivamente nel 2009 e nel 2013. Inoltre, nel 2001, abbiamo fatto parte del gruppo di lavoro ministeriale per l’aggiornamento delle linee guida sul triage, inviate dal ministero della Salute alla Conferenza Stato-Regioni. Il nostro obiettivo è sempre lo stesso: individuare modelli innovativi di triage e di organizzazione dei pronto soccorso, alimentando il confronto tra gli operatori».
E poi c’è questo libro, giunto alla quarta edizione, che si presenta rinnovata e ampliata nei contenuti. «Alla stesura del testo – precisa Marchisio – hanno contribuito ben 62 autori, tra medici e infermieri che si occupano di triage nei pronto soccorso italiani. A questi si aggiungono numerosi esperti di settore. Tanto per citarne qualcuno: i giuristi Luca Benci e Dario Fucci per gli aspetti legali; gli psicologi Elisa Dessy e Roberto Anchisi per gli aspetti psicologico-relazionali; il risk manager Francesco Venneri per la gestione del rischio; l’antropologa Anna Cristina Vargas per la gestione dei pazienti fragili».
Il manuale, composto da 450 pagine e 31 capitoli, si divide in due parti: la prima riguarda gli aspetti generali e la metodologia. Il presidente di GFT pone l’accento su alcuni argomenti in particolare: «Molto importante è il capitolo che definisce il modello teorico di triage da noi elaborato su basi scientifiche. Ma pure il capitolo sui codici di priorità, che introduce un sistema a cinque livelli di codifica (non più quattro), analogamente a quanto fatto da realtà internazionali come Usa, Canada e Australia. E poi ci tengo a sottolineare i nuovi argomenti, non trattati nelle precedenti edizioni del manuale: triage e gestione del rischio; triage ospedaliero in casi di maxi-emergenza; benessere in triage; paziente straniero; condizioni di fragilità; violenze; normative regionali e nuove linee guida nazionali».
Le novità non mancano anche nella seconda parte, che si occupa degli aspetti clinici, prendendo in esame la quasi totalità delle condizioni sintomatologiche di chi si rivolge al pronto soccorso: «Questa parte – sottolinea Marchisio – propone una serie di domande e indagini per la corretta valutazione dei principali sintomi e fornisce le corrette indicazioni per la codifica del triage. Tra i nuovi capitoli vorrei ricordare quelli dedicati a cardiopalmo e disturbi del ritmo, alle alterazioni della temperatura, al paziente oncologico, ai problemi osteo-articolari, alle persone con sintomatologia psichiatrica, a ferite e amputazioni».
Infine uno sguardo all’introduzione, curata da Maria Adele Schirru (ex vicepresidente della Federazione nazionale collegi Ipasvi), e alla prefazione, scritta da Anna Maria Ferrari (direttore del dipartimento di Emergenza-urgenza di Reggio Emilia). «La dottoressa Schirru – conclude Marchisio – si è soffermata sull’importanza non solo della figura infermieristica, ma anche di una corretta integrazione tra professionisti e servizi. La dottoressa Ferrari ha invece rimarcato quanto una buona formazione sia indispensabile per gli infermieri che si dedicano al triage, indipendentemente dalle dimensioni e dall’organizzazione interna del pronto soccorso».
Non ci resta che augurarvi una buona lettura.
Redazione Nurse Times
 
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I professionisti sanitari e il ruolo di Ctu

I professionisti sanitari e il ruolo di Ctu

L’approfondimento di Opi Firenze-Pistoia con Leonardo Capaccioli, presidente dell’Ordine TSRM e PSTRP delle province di Firenze, Arezzo, Prato, Pistoia, Lucca e Massa Carrara.
Leonardo CapaccioliLo scorso 8 giugno, nell’aula magna del nuovo ingresso di Careggi, si è tenuto il convegno regionale dal titolo “Il professionista sanitario come consulente tecnico d’ufficio e perito nelle cause civili, penali e nella conciliazione”, organizzato grazie alla collaborazione fra Ordini dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione della Regione Toscana, gli Opi della Toscana, gli Ordini della professione di ostetrica della Toscana e le rispettive Federazioni nazionali. Data l’attualità dell’argomento, lo abbiamo voluto approfondire con Leonardo Capaccioli, presidente dell’Ordine dei tecnici sanitari radiologia medica e PSTRP delle province di Firenze, Arezzo, Prato, Pistoia, Lucca, Massa Carrara.
Partiamo da qualche info tecnica. Un professionista sanitario interessato a svolgere il ruolo di CTU cosa deve fare?«Per svolgere il ruolo di consulente (in ambito civile) o di perito (in ambito penale) è necessario essere iscritti ad un apposito Albo CTU tenuto presso il Tribunale circondariale. In questo Albo, tutti i professionisti sono registrati in sezioni specifiche che il Giudice individua e ai quali affida l’espletamento della consulenza. Nel sito istituzionale di ogni Tribunale, c’è una sezione dedicata ai consulenti, contenente tutte le informazioni e i documenti necessari ai fini della prima iscrizione o del successivo rinnovo. Per quanto riguarda l’iscrizione: viene disposta dal presidente del Tribunale, previo esame delle domande pervenute da parte di un apposito comitato, composto anche da rappresentanti degli Ordini professionali interessati nel caso specifico.  Le iscrizioni sono inoltre regolate dai codici di rito (Codice civile, Codice penale e le rispettive disposizioni attuative) che indicano i requisiti necessari per iscriversi negli Albi dei consulenti e dei periti tenuti presso i Tribunali circondariali. Tali sono il possesso della speciale competenza tecnica, una specchiata condotta morale (assenza di provvedimenti disciplinari), l’iscrizione al rispettivo Albo dell’Ordine professionale».
Ci sono stati cambiamenti significativi da un punto di vista giuridico negli ultimi anni?«L’entrata in vigore della Legge 24/2017 (la cosiddetta Gelli-Bianco) riguardante le “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”, ha reso indispensabile effettuare una revisione degli albi. L’articolo 15 di questa legge infatti, ha disposto che “nei procedimenti civili e nei procedimenti penali, aventi ad oggetto la responsabilità sanitaria, l’espletamento della consulenza tecnica e della perizia è affidata a un medico specializzato in medicina legale e a uno o più specialisti che abbiano specifica e pratica conoscenza di quanto oggetto del procedimento” e, nel contempo, l’aggiornamento degli albi dei consulenti e dei periti “al fine di garantire, oltre a quella medico-legale, un’idonea e adeguata rappresentanza di esperti delle discipline specialistiche riferite a tutte le professioni sanitarie, tra le quali scegliere per la nomina, tenendo conto della disciplina interessata dal procedimento”. Tale revisione è regolata con la sottoscrizione, tra CSM-CNF e Ordini delle professioni sanitarie, di appositi accordi e protocolli a livello nazionale e recepite poi a livello locale da appositi protocolli. Pertanto, gli Albi circondariali, al loro interno, dovranno contemplare una sezione riservata ai professionisti sanitari iscritti a ciascun Albo dell’Ordine delle professioni sanitarie. Tali accordi rispondono alla finalità di assicurare, negli albi circondariali, l’ingresso di professionisti esperti di elevata qualificazione, valutando in particolare, oltre al possesso dei requisiti primari e secondari, la speciale competenza descritta nella tabella di riferimento sul testo dell’Accordo FNO TSRM-PSTRP che “non si esaurisce nel mero possesso del titolo abilitante alla professione, ma si sostanzia nella concreta conoscenza teorica e pratica della disciplina, come può emergere sia dal curriculum formativo e/o scientifico sia dall’esperienza professionale del singolo esperto”. Il magistrato inoltre nel fascicolo potrà trovare molte ulteriori informazioni per identificare l’esperto di supporto più adeguato a risolvere le questioni tecniche che potranno presentarsi».
Quali sono le differenze fra i vari professionisti? A che articolo si fa riferimento?«Anche in questo caso è l’articolo 15 della legge 24/2017 a indicarci che “l’espletamento della consulenza tecnica e della perizia è affidata a uno o più specialisti che abbiano specifica e pratica conoscenza di quanto oggetto del procedimento”, per cui nei procedimenti civili o penali, che abbiano a oggetto problematiche di responsabilità sanitaria, è indubbio il vantaggio, per tutte le parti, il fatto di potersi avvalere di figure che per quella professione conoscano approfonditamente le questioni operative e pratiche, relative a quel profilo professionale (aspetti di lavoro, conoscenza delle linee guida, delle raccomandazioni, delle buone pratiche e della pertinente produzione scientifica). È chiara l’indicazione data, di cui all’art. 15 della Legge 24/2017, di come per le consulenze tecniche e le perizie nei procedimenti in cui siano coinvolti professionisti sanitari, si faccia riferimento al supporto di un consulente di quello specifico profilo professionale, motivo per cui, se l’esercente la professione sanitaria convenuto in giudizio è un infermiere, il suo operato dovrà essere valutato da un infermiere, se è un’ostetrica da una ostetrica, se è un tecnico sanitario di radiologia medica, da un tecnico di radiologia e così via. La stipula degli accordi che il CSM e il CNF hanno inteso promuovere con ciascuna Federazione degli Ordini delle professioni sanitarie, nell’adattare le linee guida alle peculiarità delle singole professioni ha voluto individuare per ciascun accordo elementi primari e secondari. Ne è un esempio, l’esercizio minimo della professione, successivo al conseguimento del titolo abilitante, stabilito in 5 anni per le professioni con scuole di specializzazione (principalmente le professioni mediche) e in 10 anni per tutte le altre professioni sanitarie».
Questo tipo di attività sta riscuotendo interesse fra gli infermieri e gli altri professionisti del settore?«Mi sembra opportuno sottolineare che rispetto a decenni fa, da parte di tutti i professionisti sanitari, ci sia maggiore attenzione e sensibilità agli aspetti legali e di responsabilità della professione. Nei professionisti sanitari, da una parte c’è il timore del contenzioso dietro l’angolo e dall’altra parte c’è però tanta consapevolezza nel considerare positivamente il concetto di responsabilità sanitaria, quale caratteristica di un agire del professionista ispirato alla tutela della salute della persona ed improntato alla centralità del paziente. Per questo possiamo affermare, senza il minimo dubbio, che l’interesse su questi argomenti c’è ed è molto sentito perché, in concreto, il CTU gioca un ruolo privilegiato».
C’è sufficiente informazione?«L’informazione c’è, ma merita di essere la più efficace possibile. E su questo fronte stiamo spendendo moltissime energie. L’informazione deve essere rivolta ai professionisti ma anche ai tribunali. Infatti, non tutti i professionisti e non tutti i tribunali sono virtuosi e qualora gli accordi stipulati tra le Federazioni degli Ordini professionali e il CSM non venissero recepiti in appositi protocolli locali si rischierebbe di trasformare quelle linee guida in lettera morta».
Cosa ha fatto la vostra Federazione al riguardo?«La Federazione nazionale degli Ordini dei tecnici sanitari di radiologia medica, delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione, ha intrapreso diverse iniziative, dalla mappatura dei consulenti già iscritti agli Albi CTU, all’implementazione di corsi di formazione specifica, ai contatti con i tribunali per rendere disponibili online gli accordi e i protocolli sottoscritti. Naturalmente tanto c’è ancora da fare. Per questo motivo l’invito a collaborare è aperto a tutti coloro che siano interessati su questi aspetti. È nostro dovere, etico e deontologico, curare anche gli aspetti connessi alla responsabilità professionale assicurando la formazione di professionisti e consulenti adeguatamente preparati e competenti».
Quali sono i punti di forza?«È bene evidenziare anche gli aspetti virtuosi. La presidente del Tribunale di Firenze, dottoressa Marilena Rizzo, già all’indomani della promulgazione della Legge 24/2017, attraverso un lavoro condiviso e fortemente voluto, è arrivata, anticipando tempi e modalità, a siglare in data 14/12/2017 un protocollo di intesa con tutti i rappresentanti dei vari Ordini Professionali, in linea con quanto recepito nei successivi accordi del CSM-CNF con le Federazioni nazionali. Di questo impegno e di questo risultato siamo molto orgogliosi perché evidenziano un approccio serio ai temi della responsabilità professionale in ambito sanitario».
Quali sono invece le difficoltà?«Come in parte già accennato, le difficoltà vanno ricondotte principalmente a due ordini di problemi: il primo riguarda l’ambito dei tribunali in merito alla stipula di protocolli locali e alla istituzione delle relative sezioni comprendenti tutti i professionisti sanitari (ad oggi realizzati a macchia di leopardo sul territorio nazionale); il secondo riguarda la sensibilizzazione dei colleghi e dei professionisti ad iscriversi. Questo secondo aspetto è molto importante, perché l’ideale è incoraggiare i migliori professionisti ad iscriversi all’Albo CTU e far sì che ciascun tribunale possa contare sulla presenza di consulenti preparati e in grado di far fronte ad ogni esigenza che si presentasse loro, in termini di speciale competenza. Altri problemi li ravvisiamo nell’assenza, da parte dei consulenti iscritti, di precedenti incarichi conferiti (problema da non sottovalutare che presuppone, soluzioni adeguate, con una formazione ed un confronto costante e che non sia episodico) e nel garantire, ai consulenti e agli aspiranti, competenze funzionali alla collaborazione tecnica con l’amministrazione della giustizia e con gli operatori forensi».
Quali sono le differenze nel ruolo di CTU fra cause civili, penali e conciliazione?«Probabilmente non è opportuno parlare di “differenze” di ruolo, ma semplicemente di ambito, in quanto che si parli di ambito civile o penale o della conciliazione, fatte le dovute differenze in merito ai codici di rito che ne trattano, l’essenza è sempre la stessa, “il giudice o il giudice istruttore, può affidare ad un suo ausiliario, indipendente dalle parti e particolarmente esperto in una materia, arte o disciplina, il compito di assisterlo e supportarlo, per tutto il processo o solo per un atto, per fornire le proprie competenze e conoscenze tecniche, utili a valutare o accertare dei fatti, per risolvere una controversia ad oggetto la responsabilità sanitaria, nella formazione del proprio convincimento e arricchendo, lo stesso, con le specifiche competenze necessarie, alla valutazione dell’oggetto della contesa, concorre alla formazione del giudizio, assumendo una importanza decisiva e ad incidere sull’esito della controversia e sui diritti delle parti in essa coinvolte”. Motivo per il quale se l’oggetto del contendere contiene specifici argomenti di natura tecnica, sarà sempre più frequente che il giudice si avvalga dell’attività di “consulenza tecnica”, attività estremamente frequente nella pratica giudiziaria, che è demandata o al consulente tecnico di ufficio (CTU) oppure, a supporto delle parti, al consulente tecnico di parte (CTP)».
Come è andato il corso dell’8 giugno? Ne farete altri e quando e dove?«Il convegno dello scorso 8 giugno è stato un ulteriore tassello di un percorso più ampio e condiviso tra tutte le professioni sanitarie neo ordinate (infermieri, ostetriche e tutti e 19 i profili professionali che afferiscono al nostro Maxi Ordine). Un percorso che abbiamo pensato, che stiamo realizzando e che continueremo nei prossimi mesi. L’obiettivo principale attualmente raggiunto è quello di fare informazione. Si prevede di replicare il convegno giugno prossimamente anche a Pisa e a Siena. Nel breve periodo stiamo pensando alla realizzazione degli specifici corsi di formazione al ruolo di consulenti, secondo quanto indicato negli Accordi siglati a livello nazionale, anche in collaborazione con le altre professioni sanitarie neo ordinate. Quello dell’8 giugno è stato sicuramente un incontro interessante e partecipato. I contributi dati dall’onorevole Federico Gelli, dalla presidente del Tribunale di Firenze, dottoressa Marilena Rizzo, e di tutti gli altri eccellenti e qualificati relatori fanno ben capire l’attenzione che le stesse istituzioni stanno rivolgendo ad una tematica quale quella della responsabilità professionale. Sicuramente, passato il periodo estivo, rientreremo in autunno con un programma intenso, a partire da un appuntamento importantissimo per la nostro neo-istituita Federazione degli Ordini TSRM PSTRP che a Rimini, dal 11 al 13 ottobre, celebrerà il suo primo Congresso nazionale, nel quale, tra gli altri temi, affronterà anche quello sulla responsabilità professionale».
Redazione Nurse Times
ALLEGATO: Tabella competenze CTU
 
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San Foca (Lecce), con “Il mare di tutti” si può fare fisioterapia anche in spiaggia

Il progetto è rivolto alle persone affette dalla sclerosi multipla, Sla e patologie neurologiche similari.
Il Lido Coiba di San Foca, marina di Melendugno (Lecce), è la location scelta per “Il mare di tutti”, iniziativa giunta alla seconda edizione e promossa dall’associazione Sunrise di Borgagne. Partito e partito martedì 9 luglio, il progetto è rivolto alle persone affette dalla sclerosi multipla, Sla e patologie neurologiche similari, con l’obiettivo primario dell’inclusione sociale di persone che vorrebbero fare fisioterapia anche in spiaggia.
Il taglio del nastro inaugurale è stato effettuato da Marisa, una donna con sclerosi multipla che non andava al mare da circa vent’anni. Sul posto erano presenti lo staff medico, paramedico e tanti volontari. A partecipare per primi sono stati cinque utenti che hanno usufruito di una visita fisiatrica nell’isola medica. Subito dopo è cominciata la terapia in acqua.
“Sono felice del risultato ottenuto – commenta Maria De Giovanni, presidente dell’associazione Sunrise di Borgagne –. Il nostro obiettivo è scardinare ogni pregiudizio, per un mondo libero da tutte le malattie. Ho fortemente voluto questo progetto per dare una risposta tangibile sul territorio. Sono circa 50 le persone in lista e la metà arrivano da fuori. Ciò significa che il Salento è un polmone di aria pura, dove esiste il mare di tutti, che dà la possibilità di esguire la talassoterapia. Ovviamente daremo la precedenza alle situazioni estreme, di persone sole, ma credo che tutti avranno la possibilità beneficiare del servizio. Non esistono malati di serie A e serie B: si è tutti uguali, me compresa, che da anni sono affetta da sclerosi multipla e combatto per i diritti di chi non ha voce. Certo, è un progetto di grande portata, perché bisogna organizzare tutto nei minimi dei dettagli”.
La novità del 2019 consiste nel poter usufruire di un pulmino per il trasporto di disabili, donato dall’International Inner Wheel Tricase – Santa Maria di Leuca, che permetterà di prendere le persone a casa e accompagnarle in spiaggia, ma non solo. Per partecipare si può chiamare il numero 327 2003395, oppure scrivere a sunriseonlus@hotmail.com.
Redazione Nurse Times
Fonte: www.leccesette.it
 
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“Ho creato una squadra per fare giocare a calcio mio figlio affetto da tetraparesi distonica“

Il desiderio di un bambino affetto dalla nascita da tetraparesi distonica e deficit comunicativo è finalmente potuto diventare realtà grazie alla determinazione dei suoi famigliari.
«Mamma, voglio giocare a calcio». Questa è stata per anni la frase ricorrente di Davide. Dall’età di otto anni si è appassionato al gioco del calcio esprimendo i sogni di un bambino della sua età: fare gol, avere la maglietta e gli scarpini chiodati, correre sul campo dietro a un pallone.

Dopo tante ore trascorse in piscina a fare solo nuoto si era stufato.

«Va bene, giocherai a calcio». Questa è stata la promessa di mamma Carmela, che si è trasformata in una vera e propria sfida.

“Anche se Davide non cammina, riuscirò a farlo giocare”. Ora Davide ha compiuto 11 anni ed indossa la maglia gialla numero 9. Fa parte della squadra “I supereattivi” che si allena a Casalotti, periferia a ovest di Roma.

Il bambino è affetto da una disabilità occorsa a causa di un cesareo effettuato in ritardo, per il quale ha ottenuto un risarcimento di oltre due milioni di euro. Il Tribunale di Roma ha riconosciuto numerose responsabilità da parte dei sanitari che si sono occupati del parto, stabilendo che tale cifra potesse “lenire le sofferenze patite finora e quelle che patirà in futuro».

«Quando mi ha chiesto di voler giocare a pallone, ho iniziato a muovermi per capire come potevo accontentarlo», racconta Carmela P. «Non ho trovato nulla, non c’erano associazioni che facevano giocare in maniera inclusiva bambini con deficit motori. Così ho fondato la nostra associazione “Supereattivi” con l’assistente educativa che seguiva Davide a scuola, una mia amica psicologa e una fisioterapista.
Ci siamo autofinanziati. Ho trovato un centro sportivo disposto ad accoglierci gratuitamente, Casalotti Calcio, e un allenatore. L’idea era quella di fare giocare insieme bambini normali e con deficit. Adesso in squadra sono 20, ci sono tra gli altri due gemelli non vedenti di 13 anni e uno con disabilità cognitiva. Si è venuto a creare uno spirito di squadra annullando le differenze. Davide si muove nel campo con il deambulatore».
Lui è un grande tifoso della Juventus e adora il calcio, con la sua squadra si allena ogni venerdì. «Per Davide è gioia immensa andare a comprare scarpini e magliette e dire ai compagni che gioca a calcio. Quando entriamo in negozio con la carrozzina all’inizio i commessi sono un poco spaesati ma poi capiscono.
Abbiamo ridato il sorriso a tanti bambini e aiutiamo anche le famiglie a superare le barriere mentali: lo sport è vita e devono poterlo praticare anche bambini con problemi. Davide alla fine di ogni partita è sfinito, non importa quante volte ha toccato la palla, l’importante è essere lì insieme agli altri e pensare che insieme devono fare gol. Cerchiamo di fargli vivere più esperienze possibili in modo che gli altri si abituino a guardarlo con occhi diversi. Poi lui è un ragazzino attivo e vispo, non se ne sta fermo nell’angolino». Ogni partita per Davide è sempre una vittoria.

Simone Gussoni
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