Fiducia

Fiducia

Fidarsi: è questa la promessa che ci facciamo nello stabilire una relazione fra esseri umani. La fiducia è infatti il sentimento che rende possibile qualsiasi interazione. Senza di essa, qualsiasi patto sociale salterebbe e renderebbe ingovernabile la società. Tra paziente e medico, ad esempio, è imprescindibile, e soprattutto non è a senso unico: non è solo il paziente che è portato a riporre la propria fiducia nella figura del medico curante, è anche il medico che dovrà fidarsi del paziente, del suo rimanere aderente al patto terapeutico. Anche aver fiducia nel futuro è un sentimento che ci consente di vivere meglio: e non è un caso che “fiducia” sia un sostantivo femminile. Non ci può essere progresso sociale infatti senza che alla donna sia garantita sicurezza, parità e autodeterminazione. Soprattutto in un momento cruciale come la gravidanza: un’esperienza positiva durante il parto vuol dire far crescere nella donna un sentimento di fiducia nei confronti del sistema sanitario, incentivandola a chiedere assistenza sanitaria per se stessa, per suo figlio e per la sua famiglia. Lo chiamano “mom effect” ed ha una potenza straordinaria. Imparare a fidarsi è un compito quotidiano, una sfida a cui dobbiamo rispondere con esempi positivi: le partnership pubblico-privato stanno dimostrando che collaborare al di là dei propri interessi è sempre positivo. Perché accresce la nostra fiducia in un mondo migliore, per tutti.L’articolo Fiducia proviene da eColloquia.

Fiducia: il caposaldo del patto che ci tiene uniti

Fiducia: il caposaldo del patto che ci tiene uniti

Quando mi è stato proposto di scrivere l’articolo, ho chiesto quale fosse l’oggetto principale sul quale argomentare, mi è stato risposto che la parola chiave era la fiducia applicata all’universo della medicina. Per prima cosa mi sono domandata cosa significasse per me questo concetto ma anche quale fosse il suo significato filosofico. Riflettendo ho pensato che la parola “fiducia” appare spesso nel vocabolario comune della popolazione in modo abitudinario e continuo, ma i comportamenti umani dimostrano che pochi ne comprendono l’essenza e il valore. Per come vivo io la fiducia potrei definirla un sentimento morale, ma anche un patto dove, all’interno dell’ordine sociale, si stabiliscono accordi e relazioni empatiche con noi stessi e gli altri. Se poi decliniamo la parola fiducia in un’area terapeutica come quella dell’oncologia, da ex malata di cancro, desidererei porre una domanda a chi mi sta leggendo: cos’è per voi la fiducia e quanto importante è nel rapporto tra medico e paziente?   Se avete la risposta fermatevi qui, altrimenti andate avanti a leggere: proverò a rispondere io, facendo tesoro dell’esperienza che ho vissuto direttamente con la malattia che mi ha colpita per ben tre volte. Inizio a dirvi che il rapporto di fiducia medico-paziente assume un ruolo centrale per l’efficacia dei processi sanitari, così come la corretta informazione riveste un ruolo fondamentale per assicurare trasparenza, condivisione e partecipazione attiva nel percorso terapeutico.L’alleanza tra medici e pazienti basata sulla fiducia assicura la continuità dell’aderenza alle cure, anche quando queste hanno un impatto faticoso e doloroso su noi pazienti. Ma non tutti i medici, purtroppo, riescono a instaurare un patto empatico con il malato poiché ciò comporta la capacità di comprendere appieno lo stato d’animo di chi ti sta di fronte, il suo dolore e le sue paure. Il significato etimologico del termine empatia è “sentire dentro”, “mettersi nei panni dell’altro” e se è pur vero che l’empatia fa parte dell’esperienza umana individuale, e non la insegnano alla facoltà di medicina, è anche vero che è sempre possibile impegnarsi a comprendere l’altro con delle tecniche di comunicazione che possono essere acquisite. Occorre però la volontà di mettersi in gioco e dobbiamo farlo tutti, se vogliamo davvero dare scacco matto al nostro avversario: il cancro. Guardando i dati sulla sua incidenza nella popolazione, è chiaro che siamo dinnanzi a una sfida globale che coinvolge ogni singolo uomo o gruppo: malati, operatori sanitari, aziende farmaceutiche, cittadini e politica, ma come possiamo vincere questa sfida per garantire ancora una sanità efficiente ed efficace? Semplicemente mettendo insieme tutti gli attori e facendoli lavorare in partnership e un esempio tutto italiano è il progetto ideato da Salute Donna: “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” . Un progetto in cui, 24 associazioni di pazienti, 30 clinici provenienti da tutta Italia, dal nord al sud, 9 società scientifiche (AIOM, SIMG, SIPO, SICP, ISDE, CIPOMO, NIBIT, Fondazione AIOM, ANISC) 60 parlamentari bipartisan, 13 aziende farmaceutiche, 62 consiglieri regionali, 2 economisti, 1 IRCCS, uno staff legislativo e uno di comunicazione, si sono messi insieme per creare una squadra che dal 2014 si allena per vincere non una partita contro il cancro ma l’intero campionato. Ce la faremo? Sono certa di sì! Intanto la partita più importante l’abbiamo già vinta: vi incuriosisce sapere qual è tra le tante giocate e non scontate? Ve lo dico subito: è la nostra capacità di stare insieme tenendo fede al patto che abbiamo sottoscritto all’interno del quale il caposaldo è un sentimento morale, la fiducia. È la fiducia e la stima tra tutti i giocatori che ha portato la squadra a tante piccole e grandi vittorie ma anche a progettare un futuro dove i diritti di tutti possano essere un giorno soddisfatti senza aggiungere dolore al dolore.Annamaria Mancuso – Salute Donna OnlusL’articolo Fiducia: il caposaldo del patto che ci tiene uniti proviene da eColloquia.

Patto di fiducia medico-paziente: a che punto siamo?

Patto di fiducia medico-paziente: a che punto siamo?

“Il mio medico di fiducia”. Se è entrata nel linguaggio comune, ci deve essere stato un momento (un lungo momento) nella nostra storia culturale in cui questa affermazione ha trovato la sua ragion d’essere. È altrettanto vero però che in alcuni contesti il senso di questo legame si è smarrito e le “competenze” dei professionisti (medici, ma non solo) sono state messe in dubbio e oscurate dalla convinzione di una parte, seppur minoritaria, della popolazione che l’interesse nel quale il medico sceglie di agire non sia del tutto sovrapponibile a quello del suo paziente. Una crisi della fiducia che si può definire globale: negli Stati Uniti, in occasione dell’epidemia di Ebola, meno di un terzo degli americani ha creduto che i funzionari della sanità pubblica condividessero informazioni in modo completo ed accurato.Ma, come ci ricorda Sandro Spinsanti nel suo “La medicina salvata dalla conversazione”: “Disponiamo di indizi più solidi del cambiamento di rapporti tra medici e pazienti. Ad esempio, l’escalation dei procedimenti giudiziari contro i professionisti sanitari: i processi contro i medici nel periodo 1950-1990 sono stati lo 0,6 per cento delle sentenze per anno, per passare al 3,9 per cento nel periodo 1991-2000” un trend che, come dice l’autore, si è poi confermato negli anni successivi. E questo nonostante una legge italiana del 2017 (la legge 219/2017 sul consenso informato) reciti proprio nell’articolo 1 che: “È promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico che si basa sul consenso informato nel quale si incontrano l’autonomia decisionale del paziente e la competenza, l’autonomia professionale e la responsabilità del medico.” Una legge che stabilisce quello che medici, pazienti e decisori avevano compreso già e cioè che il paziente non è un semplice destinatario del trattamento sanitario ma un protagonista attivo, che concorda insieme al medico il suo percorso di cura e che “informazione” e “consenso” sono due pilastri imprescindibili su cui si fonda la buona medicina. Ma vista dalla parte del paziente, la “pratica” del consenso informato spesso è solo un modo per mettersi al riparo da accuse di malasanità e richieste di risarcimento.Come si riempie questo spazio vuoto lasciato dalla mancanza di fiducia nella relazione medico-paziente? Come ci ricorda Danielle Ofri: “Sapere di essere ascoltati è l’elemento fondante per creare fiducia ed empatia” “Cosa dice il malato, cosa sente il medico” .Mettersi in ascolto“Accumulo spesso ritardo quando sono in ambulatorio. Alla reception e in sala d’attesa, il tempo continua a scorrere in avanti, implacabile come sempre. Ma in alcuni dei miei incontri, il tempo scorre in modo diverso. Questo accade più spesso quando i pazienti e io ci raccontiamo delle storie sulle cose tenere e divertenti che ci capitano in mezzo a situazioni comuni e banali; quando ridiamo, piangiamo e ci immedesimiamo in qualche episodio che è successo all’uno o all’altro; quando costruiamo teorie meravigliose sul mondo; quando scopriamo paure comuni e gusti comuni. Quando siamo insieme, è come se fossero in vigore leggi della fisica nuove. In quei momenti, l’esperienza per un motivo o per l’altro si sgancia dal tempo che ci dovrebbe volere per viverla. Invece di muoversi in avanti, il tempo si fa più denso. Sul più bello, paziente e clinico si accorgono l’uno dell’altro e, al momento giusto, le possibilità di cura emergono”. Sono le parole di Victor Montori, nel suo “Perché ci ribelliamo” e che ci chiariscono anche un altro punto della legge sul consenso informato, quando afferma che “Il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura”. Un patto di fiducia forte non solo predice una maggior aderenza alle cure, qualità di vita, soddisfazione del paziente, ma l’efficacia della cura stessa, legata a doppio filo con alcuni degli aspetti sopra menzionati. Bassi livelli di fiducia, invece, oltre a danneggiare il percorso di cura del paziente (che si metterà alla strenua ricerca del così detto “secondo parere”) e ridurre l’efficacia dell’intervento, possono persino rappresentare un ostacolo per l’ingresso dell’innovazione nella sanità, ad esempio, nella scelta di arruolarsi o meno in uno studio sperimentale, la fiducia del paziente nel medico curante è risultata il fattore decisivo. Ascolto, quindi, disponibilità a non considerare il tempo come denaro, una comunicazione chiara e trasparente anche dei conflitti di interesse, apertura alla collaborazione con le associazioni di pazienti nella programmazione della ricerca, riconoscendogli uno spazio nella decisione degli obiettivi e delle motivazioni della ricerca stessa, per favorire la sensazione che questa sia condotta “per” e “con” loro, piuttosto che “su di loro”. Ne abbiamo parlato con Antonio Gaudioso, Segretario Generale di Cittadinanzattiva. Medico di medicina generale e vacciniDall’Indagine quantitativa sulla popolazione italiana condotta dall’Istituto Piepoli e i cui risultati sono stati presentati durante il Convegno “Inventing for Life” di MSD Italia, un intervistato su tre ha ammesso di aver creduto almeno una volta a una fake news. I vaccini (47%) l’ambito più gettonato. Abbiamo chiesto a Silvestro Scotti, Segretario Generale Nazionale FIMMG, di condividere con noi il suo punto di vista su questo aspetto specifico. Se c’è qualcosa che tiene unita la società è proprio un patto sociale, e il sentimento di fiducia, nelle istituzioni e negli altri, ne è la spina dorsale e linfa vitale. L’articolo Patto di fiducia medico-paziente: a che punto siamo? proviene da eColloquia.

La fiducia nella partnership pubblico-privato per le sfide di salute globale

La fiducia nella partnership pubblico-privato per le sfide di salute globale

Ricostruire la fiducia, promuovere una cultura del dialogo e sviluppare nuovi modelli di partnership pubblico-privato: per garantire la sicurezza sanitaria globale e la stabilità economica lavorare insieme è la strada maestra, in grado di aumentare la capacità dei governi di individuare e rispondere alle crescenti sfide di salute.“In un mondo sempre più interconnesso, una minaccia sanitaria diventa una minaccia globale”. Julie Gerberding, Executive Vice President and Chief Patient Officer, Strategic Communications, Global Public Policy and Population Health di MSD, in occasione dell’Health Summit di MSD Italia “Inventing for Life”, ricorda il percorso che ha portato alla sperimentazione del vaccino contro Ebola nella Repubblica Democratica del Congo.La comunità globale risponde a nuovi focolai con un ciclo ormai familiare: un’azione di contenimento urgente sostenuta da fondi di emergenza; a cui segue un declino dell’impegno, quando la minaccia diminuisce.“La persistente inadeguatezza a livello globale nei confronti delle epidemie e la mancanza di interventi reattivi coordinati non solo mette a rischio la salute delle persone, ma minaccia anche la nostra economia globale” continua Julie Gerberding.Forse la più grande opportunità offerta dalla partnership pubblico-privato è proprio questa: interrompere questo circolo vizioso dell’urgenza delle epidemie e degli investimenti di emergenza. Un esempio sono i risultati dell’azienda nella sperimentazione del vaccino contro ebola nella Repubblica democratica del Congo. L’approccio adottato, e confermato essere efficace dalla stessa OMS, è quello della ring vaccination, e consiste nell’immunizzare tutte le persone che entrano in contatto con il malato. Durante l’ultima epidemia di Ebola, da agosto 2018 a marzo 2019, nelle province rurali del Nord Kivu e dell’Ituri nella Repubblica Democratica del Congo sono state individuate circa 100.000 persone a rischio, di cui circa 90.000 sono state vaccinate.Quello dell’uso sperimentale del vaccino di Ebola è senza dubbio un esempio di successo di cooperazione fra il settore pubblico e privato, capaci di raggiungere un obiettivo comune.Della necessità di un cambio di paradigma è convinto anche Ranieri Guerra, Assistente Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che in occasione del Convegno “Con il futuro nel cuore” (Roma, 10 aprile 2019), di MSD for Mothers, afferma la necessità di smettere “di vivere in una società schizofrenica: il pubblico e il privato devono lavorare assieme, non c’è alternativa, la struttura pubblica non ha tutti gli strumenti a disposizione per gestire un intero sistema complesso come quello di salute, la struttura privata d’altro canto ha strumenti, ha metodologie, ha capacità di intervento che se sottoposte a delle regole precise del gioco, e qui la capacità regolatoria del sistema pubblico è fondamentale, può contribuire in maniera massiva al progresso di cui c’è bisogno”.Una partnership pubblico-privato di questo tipo può essere possibile solo se da entrambe le parti chiamate a collaborare esiste un impegno oltre il proprio interesse. E quello dell’“impegno oltre la ricerca” è uno dei capisaldi della MSD, da sempre impegnata con organizzazioni sanitarie internazionali per sviluppare programmi di prevenzione mirati a rispondere ad emergenze globali, come ci ricorda Nicoletta Luppi (Presidente e Amministratore Delegato di MSD Italia) nella sua videointervista. Delle priorità globali di salute pubblica ci ha parlato proprio Julie Gerberding, Executive Vice President and Chief Patient Officer, Strategic Communications, Global Public Policy and Population Health di MSD, in occasione dell’Health Summit di MSD Italia “Inventing for Life”, ribadendo la necessità di una cooperazione per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. L’articolo La fiducia nella partnership pubblico-privato per le sfide di salute globale proviene da eColloquia.

Garantire la salute della donna per il futuro globale

Garantire la salute della donna per il futuro globale

Ogni giorno 830 donne muoiono in tutto il mondo per le complicazioni legate alla gravidanza o al parto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che nel solo 2015 si siano verificati 303.000 decessi e la maggior parte di questi sarebbe potuta essere prevenuta. Il rischio per una donna di 15 anni di morire per problemi legati alla maternità è di 1 su 4900 nei paesi sviluppati, contro 1 su 180 nei paesi in via di sviluppo. Nei paesi più fragili, il rischio è addirittura di 1 su 54 donne. È stato stimato che 2,7 milioni di bambini siano morti poco dopo la nascita nel 2015, e che altri 2,6 milioni siano nati senza vita.Il punto è che la maggior parte delle complicazioni che insorgono durante e dopo il parto potrebbero essere evitate o curate. Tre morti su quattro sono dovute a grave sanguinamento dopo il parto, infezioni (di solito dopo il parto), ipertensione arteriosa durante la gravidanza (pre-eclampsia ed eclampsia), complicazioni durante il viaggio verso il luogo dove partorire e aborto pericoloso. Le restanti morti sono dovute o associate a malattie come malaria e AIDS durante la gravidanza. Si stima che per far sì che la maggior parte dei paesi possa raggiungere tutti gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) per la salute, sarebbero necessari fino a 371 miliardi di dollari all’anno, ogni anno da qui al 2030. In questo modo si riuscirebbe a dimezzare la mortalità materna e 400 milioni di nascite non pianificate, oltre a evitare 10,8 milioni di morti per HIV/AIDS.In un periodo di forte ma squilibrata crescita demografica come quello che stiamo vivendo oggi, i diritti dei più vulnerabili sono a rischio. Il successo degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite dipende in misura importante dall’accesso universale alla salute della donna sessuale e riproduttiva. Mary Ann Etiebet, Direttore Esecutivo del progetto MSD for Mothers,  in una sua recente intervista pubblicata su CARE definisce le opportunità date alle donne “The mom effect”, l’effetto mamma: investire sulla salute delle donne significa investire su tutta la società, non solo offrendo un adeguato accesso alle cure, ma prima di tutto attraverso la scuola. Dice un vecchio proverbio africano: “Se vuoi educare un uomo, educa un bambino. Se vuoi educare un villaggio, educa una donna”. Josephine Kasya ricorda che in Uganda da bambina ammirava i suoi insegnanti: “Erano le persone più intelligenti, e mi dicevo che sarei diventata un’insegnante”. Ma quando a 12 anni Idi Amin prese il potere nel suo paese e seguirono anni di instabilità, deprivazione e violenze, il sogno di Josie svanì. Dopo la fine della guerra civile nel 1986, buona parte della sua comunità era distrutta o dispersa, e lei e suo marito, un assistente sociale, si trasferirono a sud del paese. La vita cambiò rapidamente. All’inizio del suo matrimonio, crebbe sei figli, ma in quel contesto rurale inizia a convincere le donne a riunirsi e a mettere assieme le proprie risorse. Anni dopo viene eletta alla presidenza di un distretto abitato da oltre 250.000 persone e nel corso della sua carriera politica ha sostenuto lo sviluppo della comunità, l’educazione per le ragazze e la parità di genere, diventando una voce per le donne delle zone rurali. “Ho decostruito l’idea che quella posizione fosse solo maschile e ho lastricato la strada affinché altre donne potessero raggiungere posizioni simili in altri distretti – racconta – e così è stato: con me diverse altre donne hanno iniziato ad assumere ruoli decisionali”.Questa è solo una delle sei storie raccolte dall’AIDOS, Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo Onlus, attiva dal 1981, per celebrare i 50 anni dalla nascita dell’UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione. Sei storie che raccontano come alcune donne nei diversi continenti sono riuscite in 25 anni a cambiare non solo la propria vita, ma quella delle proprie compagne, dalla deprivazione all’azione politica.Il primo problema per le giovani donne, prima ancora del matrimonio, è il ciclo mestruale, visto ancora come un tabù. Una grossa parte delle ragazze non frequenta la scuola nei giorni del ciclo, principalmente per la mancanza di prodotti igienici e di luoghi dove cambiarsi privatamente. Ma non è la quantità di assorbenti a fare la differenza, ma la formazione. Un recente studio condotto in Ghana e riportato da Unesco ha evidenziato che a distanza di tre mesi non c’era differenza in termini di frequenza scolastica fra chi aveva ricevuto gli assorbenti e la formazione e chi aveva ricevuto solamente la formazione in materia.I dati presentati dal rapporto UNFPA mostrano che la strada da fare è ancora molta anche su altri fronti. A partire dalla violenza contro le donne, che in molti contesti è ancora la norma. Uno studio condotto nel 2013 ha stimato che in media in tutto il mondo una donna su tre sperimenta una forma di violenza fisica o sessuale durante la vita. Poi c’è lo stupro usato come arma di guerra. Nel 2018, circa 136 milioni di persone hanno avuto bisogno di aiuti umanitari (OCHA, 2018) e almeno una su cinque tra le donne rifugiate o sfollate ha subito violenza sessuale.L’informazione sulla contraccezione è cruciale, ma ancora scarsissima laddove i bambini – maschi e femmine – non vanno a scuola, ed è un cane che si morde la coda. Scarsa scolarizzazione e matrimoni precoci rendono le donne incapaci di gestire la propria fertilità. Sono circa 800 milioni le donne date in sposa quando erano bambine, e il risultato è che in diversi paesi è ancora normale che bambine dai 10 ai 14 anni comincino a diventare madri. Tre dei quattro paesi al mondo con più di 10 nascite per 1000 ragazze di età compresa tra 10 e 14 anni è l’Africa sub-sahariana, fra Angola, Mozambico e Nigeria. In altre parole una ragazza su 10 in media ha un bambino prima dei 14 anni. In Guinea e Sierra Leone si registrano 9 nascite l’anno per 1000 bambine, in Madagascar e in Mauritania 8 nascite ogni 1000 ragazze di 10-14 anni. In Gabon 7 bambini su 1000 sono figli di ragazzine con meno di 14 anni; in Camerun, Ciad, Congo, Mali, Niger e Sud Sudan 6 su 1000. Fuori dall’Africa, è il Bangladesh il primo in classifica, con 10 nascite per 1000 ragazze di 10-14 anni.Una gravidanza in giovane età è un precursore della deprivazione socioeconomica. I rischi di morire durante la gravidanza o il parto sono più elevati per i giovani adolescenti e la gravidanza precoce significa alla fine fare più figli nel corso della propria vita: nei 17 paesi africani con almeno cinque nascite ogni 1000 ragazze di età compresa tra 10 e 14 anni, la fertilità totale durante la vita era di oltre quattro parti per donna.La buona notizia è che ci sono donne che in Africa combattono queste battaglie, e le vincono. Una di loro vive in Malawi e si chiama Theresa Kachindamoto, una capotribù anziana del distretto di Dedza, una dei 300 leader tribali presenti nel paese, che governa 551 capi tribù, soprannominata la “terminator” dei matrimoni precoci. A oggi ha annullato oltre 1000 unioni di spose bambine, rimandandole a scuola. “Se il capo villaggio permette alle bambine di sposarsi, lo caccio” racconta. Theresa è stata supportata a sua volta da The mother’s group, una rete di donne locali che ha come obiettivo l’istruzione delle bambine che hanno lasciato la scuola a causa di un matrimonio o di una gravidanza, e da UN Women (l’ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza e l’empowerment femminile).Un’altra forma di violenza e repressione delle donne sono le Mutilazioni Genitali Femminili. Dahab Elsayed ha 60 anni e vive in un quartiere periferico del Cairo. Cresciuta in una famiglia rurale povera, a 15 anni le scelte di Dahab erano limitate e persino l’istruzione era fuori portata. “Non c’erano altre opportunità oltre al matrimonio – era l’unico futuro che potevo immaginare”, dice. Dahab ricorda il giorno in cui una donna venne a casa sua per praticare le mutilazioni genitali femminili, lei non aveva idea di cosa stesse succedendo ma ricorda il dolore, il sangue e la polverina che veniva applicata per fermare l’emorragia. Quando ha formato la sua famiglia ha comunque sottoposto alla pratica sua figlia. “[La mutilazione genitale femminile] era un dovere” racconta ad AIDOS. “Le prospettive di matrimonio dipendevano da questo e tutte le ragazze erano coinvolte. Adesso pensa che sia sbagliato e sua nipote non è stata sottoposta alla pratica”.Oggi sono almeno 200 milioni le ragazze e le donne in 30 paesi sottoposte a questa forma di tortura, 44 milioni delle quali bambine con meno di 14 anni. La Nazioni Unite stimano che se non si interverrà in maniera significativa, entro il 2030 saranno 68 milioni le ragazze mutilate. In Europa vivono 500.000 ragazze e donne che hanno subito le MGF, e ogni anno altre 180.000 ragazze rischiano di essere tagliate. Secondo una ricerca dell’Università di Milano Bicocca, nel 2016, in Italia, il numero di donne straniere maggiorenni con MGF era tra le 60mila e le 81mila unità, cui si aggiungono le neo cittadine italiane maggiorenni originarie dei Paesi a rischio (almeno tra le 11mila e le 14mila unità) e le richiedenti asilo.L’istruzione e il lavoro sono cruciali per l’empowerment femminile, ma siamo ancora lontani dal raggiungimento di obiettivi concreti per tutte. Globalmente le donne rappresentano il 40% della forza lavoro nel settore formale, ma svolgono il lavoro di cura e domestico da 2 a 10 volte in più rispetto agli uomini.L’anno 2019 segna due importanti pietre miliari nel campo della salute della donna e di quella riproduttiva. Si celebrano infatti i 50 anni dall’inizio dell’impegno di UNFPA e i 25 anni dalla Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo (ICPD) al Cairo, che ha dato una spinta in avanti al consenso globale sul fatto che le donne hanno il diritto di prendere le proprie decisioni in merito a se, quando e quanto spesso rimanere incinte.Nel 2020 si celebreranno inoltre i 25 anni dalla Dichiarazione e dalla piattaforma d’azione di Pechino, l’agenda visionaria per donne e ragazze, stilata in occasione della Quarta conferenza mondiale sulle donne a Pechino, in Cina nel 1995. La piattaforma d’azione di Pechino è stata adottata da 189 governi, che si sono in questo modo impegnati per migliorare l’istruzione, la formazione, la salute, il potere decisionale, i diritti umani delle donne e delle bambine, rimuovendo le barriere sistemiche che impediscono alle donne di partecipare in egual misura a tutti gli ambiti della vita, sia in pubblico che in privato. Nella pratica però le cose non sono andate come si sperava. Le donne continuano a essere più sfruttate degli uomini, continuano a lavorare di più, a guadagnare di meno, a vivere molteplici forme di violenza a casa e negli spazi pubblici. Per questo motivo UN Women sta riunendo le prossime generazioni di attivisti e attiviste per i diritti delle donne che erano stati determinanti nella creazione della piattaforma d’azione di Pechino più di due decenni fa, intorno alla campagna Generation Equality, la cui roadmap si concluderà a Ginevra nel marzo 2020 con la Commissione delle Nazioni Unite “UN Commission on the Status of Women”.L’articolo Garantire la salute della donna per il futuro globale proviene da eColloquia.