Emicrania, ecco l’app che riduce il disturbo

Si chiama Relaxahead e permette di eseguire esercizi di rilassamento muscolare progressivo.
I ricercatori della New York University hanno sviluppato recentemente un programma che, tramite smartphone, può essere di grande aiuto per tutti coloro che soffrono di emicrania. Si tratta dell’app denominata Relaxahead e concepita per eseguire esercizi di rilassamento muscolare progressivo. Utilizzata due volte a settimana, come si legge sulla rivista scientifica Nature Digital Medicine, che ha pubblicato i dati emersi dal progetto pilota, è stata in grado di ridurre i mal di testa di cui soffrivano i soggetti su cui è stata testata.
Ovviamente l’applicazione non andava a sostituire le terapie standard, ma vi si affiancava. Il trattamento digitale si è dimostrato in grado di diminuire del 51%, dopo sei settimane, il numero di emicranie mensili. Si tratterebbe dunque di un grande aiuto per i 36 milioni di persone che nel mondo soffrono di questo disturbo, anche perché facilmente reperibile. La terapia andrebbe direttamente dal paziente, e non viceversa, con grande risparmio di tempo e di denaro per chi non può spostarsi o sottoporsi settimanalmente a sedute dallo specialista.
Redazione Nurse Times
Fonte: Il Giornale
 
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Un infermiere pediatrico su tre è a rischio burnout a causa della carenza cronica di personale

La carenza cronica di infermieri, che contraddistingue gli ospedali italiani, riguarda ormai anche le realtà pediatriche. Analizzando gli standard di sicurezza, ogni infermiere pediatrico dovrebbe assistere non più di 4 pazienti, mentre la media negli ospedali dedicati ai piccoli pazienti è di un professionista per 6,6 pazienti, 2,6 pazienti in più del previsto.
Secondo quanto riferito dalla Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi), «per ogni paziente extra il rischio di mortalità a 30 giorni aumenta del 7%. Con due pazienti e mezzo in più arriva al 17-18%. Sommando poi i dati delle attività infermieristiche mancate, il rischio di mortalità per i bambini ricoverati arriva al 25-26%».
«Sono dati che grazie alla buona volontà dei professionisti e alla capacità del management delle aziende non si sono realizzati, ma il livello di allarme è alto e di questo si deve tenere conto al momento della scelta delle politiche di programmazione. Oggi abbiamo una carenza di infermieri in costante aumento», spiega la presidente di Fnopi Barbara Mangiacavalli commentando lo studio presentato in Senato, realizzato da 12 aziende ospedaliere pediatriche aderenti all’Aopi, l’Associazione degli Ospedali pediatrici Italiani che aderisce alla Fiaso, la Federazione delle aziende sanitarie pubbliche.
Secondo l’indagine dei ricercatori del Gruppo di studio italiano RN4CAST IT-Ped, il rapporto pazienti-infermiere dovrebbe essere di 3 o 4 a 1 nelle aree chirurgica e medica, di 1 o persino 0,5 per le aree critiche come terapie intensive e rianimazioni. Numeri lontani dalla realtà rilevata dall’indagine, che ha calcolato un rapporto di 5,93 per la chirurgia, 5,7 per quella medica e 3,55 per l’area critica.
La carenza di personale appartenente ad ogni categoria obbliga ad un impegno dei pochi infermieri presenti in attività che di infermieristico non hanno proprio nulla: eseguire richieste di reperimento materiali e dispositivi, compilare moduli per servizi non infermieristici, svolgere attività burocratiche o più banalmente rispondere al telefono.
Il report sottolinea come per colpa del super lavoro il 32% degli infermieri sia finito in «burnout», la sindrome da esaurimento emozionale che colpisce chi per professione si occupa delle persone.
«I risultati dell’indagine, pur focalizzati su un aspetto particolare e delicato dell’assistenza com’è quella rivolta ai più piccoli, mostrano ancora una volta che senza il contributo fondamentale dei professionisti e di un management all’altezza, il nostro Servizio sanitario nazionale sarebbe già naufragato da un pezzo», ha affermato il Presidente di Fiaso, Francesco Ripa di Meana.

Simone Gussoni
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Israele, soccorrere un ferito in 4 minuti: con la motomedica si può

Riprendiamo dal sito EmergencyLive.com un’intervista ad Alon Fridman, dirigente dell’associazione Magen David Adom.
Esiste una strada per ridurre il tempo di intervento in emergenza sanitaria? C’è un modo per far arrivare i soccorritori più rapidamente sul target? In Israele, grazie alla Magen David Adom, pensano di sì, e hanno sviluppato un progetto che coinvolge sia soccorritori BLS che ALS.
MDA è una associazione non governativa con 120 anni di storia e fa parte della federazione internazionale della Croce Rossa / Mezzaluna Rossa. Molti dei suoi componenti sono volontari soccorritori first responder. In Israele la MDA ha il mandato di fornire tutti i servizi di emergenza pre-ospedalieri, a tutti i cittadini della comunità. La Magen David Adom gestisce anche direttamente il 101, il numero per le emergenze di Israele. Il compito che gli è stato assegnato dallo stato Israeliano è semplice: fornire una risposta sanitaria appropriata a tutti i pazienti che sono in stato di bisogno, attraverso i migliori servizi possibili. MDA è anche incaricata di gestire la banca del sangue israeliana, tecnologicamente fra le più avanzate al mondo.
“Magen David Adom è dappertutto, in Israele – dice con orgoglio il CFO dell’associazione, Alon Fridman -. Il cuore della nostra attività è il servizio EMS, che stiamo fornendo agli israeliani attraverso 130 stazioni posizionate in tutto il territorio, nelle quali sono attive 1.300 ambulanze (fra medicalizzate e tradizionali con EMT e paramedico) e più di 500 moto ambulanze di primo intervento”.
Come fa MDA a raggiungere un ferito in 4 minuti nelle aree urbane?“Abbiamo una reazione molto veloce nelle emergenze grazie ad un sistema veramente tecnologico, implementato durante gli ultimi anni. Riceviamo la telefonata di emergenza attraverso un sistema informatizzato che può localizzare il chiamante immediatamente. Oggigiorno questo servizio di localizzazione è molto efficace, e possiamo incrociare il dato con quello della nostra flotta, controllata attraverso GPS. Sappiamo esattamente dove è il paziente, dove sono i mezzi attorno al paziente, e quale è il più indicato per soccorrerlo”.
Perché scegliere le moto per fornire un servizio di primo soccorso con volontari BLSD?“La Magen David Adom sta testando questo sistema da anni con una soluzione basata sul Piaggio Mp3 500. E da qualche mese stanno anche provando il supporto avanzato con le motociclette, per una risposta medicalizzata rapida. La messa in servizio di paramedici in moto permette di anticipare l’arrivo dell’ambulanza e dare una risposta migliore ai pazienti critici. Con tutte le informazioni raccolte, il dispatcher invia con il computer una scheda del target al mezzo più vicino. Il nostro sistema, creato 7 anni fa, comprende però anche le first responding unit. Si tratta di un corpo volontario con 25.000 iscritti dai 15 agli 80 anni. Tutti hanno effettuato un training BLSD e tutti hanno ricevuto un equipaggiamento adeguato per operare correttamente sulla scena di un’emergenza. Alcuni volontari usano la propria auto per fornire supporto, altri operano a piedi, o in bicicletta. A 500 di questi volontari invece abbiamo fornito i Piaggio Mp3 500 con attrezzatura BLSD. Il principale obiettivo ti questo gruppo è di raggiungere il paziente nel minor tempo possibile. I volontari si trovano soprattutto nelle maggiori aree metropolitane, come Tel-Aviv, Gerusalemme e Haifa. Conosciamo il traffico di quelle zone e sappiamo che le ambulanze ci metterebbero parecchio per raggiungere la scena, a causa di code o cantieri. Con le Piaggio Mp3 invece possiamo far arrivare sul target first responder con competenze BLSD in 4 minuti circa. In questo modo possiamo trattare i pazienti – con supporto vitale basico, supporto anti emorragico, defibrillazione o stabilizzazione. Quando poi, poco dopo, l’ambulanza arriva sulla scena, è l’equipe medicale che continua il trattamento fino all’ospedale”.
Quando avete iniziato a usare le moto-ambulanze?“È un punto cruciale per noi questo gruppo di first responder. Infatti, Magen David Adom è sotto il continuo controllo dello Stato di Israele, che vuole un ottimo servizio di emergenza. Abbiamo raggiunto un alto punteggio di valutazione proprio perché abbiamo iniziato a lavorare anche con le motomediche. Il nostro progetto è partito nel 2010, utilizzando diverse tipologie di motociclette. Quando abbiamo scoperto il Piaggio Mp3, abbiamo pensato fosse la soluzione adeguata a noi per diverse ragioni. Prima di tutto è una moto a tre ruote, più sicura delle motociclette tradizionali, per i nostri first responder. Poi abbiamo avuto subito dei feedback positivi sulla guida. La seconda ragione che ci ha portato a selezionare queste moto è che possiamo equipaggiarle con molti device fondamentali per operare su strada. Defibrillatore, borsa BLS, kit per il controllo delle emorragie, eventualmente ossigeno. Ciò che è fondamentale per operare sul paziente può essere portato, e garantisce una stabilizzazione iniziale del paziente cruciale per la sua sopravvivenza. Questa moto ha anche luci e sirene per aumentare la visibilità nel traffico, muovendosi così in maniera più sicura fra gli autisti. Ma tutto quello che abbiamo raggiunto non è ancora abbastanza per noi”.
Arrivare con i soccorritori dal paziente in 4 minuti non è abbastanza?“Stiamo provando in questo periodo a vedere come gestire più situazioni critiche, migliorando i nostri interventi e dando una miglior risposta sanitaria ai pazienti. Abbiamo in corso diversi test su nuove soluzioni. Per esempio, abbiamo integrato ai turni delle ambulanze con paramedico anche delle moto ambulanze con uno o due persone a bordo. Vogliamo vedere se riusciamo a incrementare il response time e l’outcome dei pazienti in alcune tipologie di servizio, con personale ALS. Vogliamo sapere se mettendo le moto mediche al lavoro e inviandole sul target possono essere ridotti i tempi di reazione del sistema. Attualmente, siamo estremamente soddisfatti dalle risposte che stiamo ricevendo”.
Che tipo di professionista ALS guida la vostra motomedica?“In questi servizi il mezzo è condotto da un paramedico. Hanno un equipaggiamento ALS specifico, che ci permette di mandare la motocicletta sullo scenario quando sappiamo che è necessaria da subito una risposta avanzata. Se dai dati raccolti sappiamo che un paramedico può migliorare rapidamente la situazione, usiamo la motomedica. Siamo soddisfatti da questa soluzione, i primi risultati ottenuti sottolineano la nostra idea, soprattutto nei casi di arresto cardiaco o di mass casualties, quando la riduzione dei tempi di intervento incide fortemente sull’outcome dei pazienti coinvolti. Se accade un incidente con un bus, su un’autostrada, e si creano code e ingorghi, può accadere che l’invio dei first responder non sia sufficiente. Con la motomedica il professionista sanitario può raggiungere anch’esso il luogo dell’incidente con velocità, coordinare la situazione, fare un report alla centrale più dettagliato. In questi casi (incidenti stradali, ma anche attacchi terroristici ndr) avere un report con buone informazioni sulle reali necessità sanitarie è fondamentale. Con la motomedica non abbiamo solo una buona risposta, rapida, ma anche occhi preparati che sanno vedere e richiedere il giusto numero di risorse per l’intervento”.
Sono moto tecnologiche, queste che state usando: c’è anche una telecamera?“Sì, e non solo! Le first responders bike, in particolare hanno delle micro camere wi-fi, ma tutti i nostri veicoli sono equipaggiati con le dash. Le immagini sono importanti nel nostro report system. Il dispatch center controlla le camere e quando l’ambulanza – o meglio la moto ambulanza – arriva sul target può posizionarsi a 10 metri  dal ferito e dare alla centrale operativa una foto o un video dell’intervento. Il first responder o il paramedico possono operare e la centrale può valutare la scena, decidendo già quante risorse assegnare e inviare per il successo dei servizio”.
Redazione Nurse Times
Fonte: www.emergency-live.com
 
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La denuncia di un’infermiera a Opi Firenze-Pistoia: “Io discriminata perché affetta da una patologia cronica”

La ragazza, neolaureata, ha partecipato a un colloquio con una cooperativa per una Rsa toscana. Il presidente dell’Ordine interprovinciale: “Gesto altamente offensivo”.
Un caso di discriminazione verso una persona affetta da una patologia cronica. A denunciarlo è Opi Firenze-Pistoia, dopo la segnalazione di un’infermiera, residente nella provincia di Firenze, neolaureata e iscritta all’Ordine interprovinciale.
Questi i fatti segnalati dalla donna: “Dopo essermi candidata e aver superato positivamente il colloquio, mi sono recata, come indicato, in una cooperativa che lavora per una Rsa toscana per la conclusione delle pratiche burocratiche di assunzione. In quell’occasione, per correttezza, ho presentato un certificato del medico specialista che dimostrava la mia idoneità al lavoro, anche notturno, nonostante la mia patologia. La malattia non ha mai inciso sulla mia professionalità, tanto che, in questi anni, ho sempre svolto regolarmente e con profitto i tirocini previsti nell’ambito del corso di laurea in varie strutture ospedaliere. Eppure, dopo aver manifestato la mia patologia, mi sono vista negare il posto di lavoro e sollevare dubbi sulla possibilità di esercitare la professione di infermiera”.
Prosegue la giovane infermiera: “Mi sono sentita emarginata e non ho avuto il lavoro, che è stato subito assegnato a un’altra persona. Non voglio rivalse, voglio solo che si sappia quello che mi è successo per una riflessione attenta sul mondo della professione infermieristica. Discriminare una persona per la sua malattia, nel 2019, non dovrebbe esistere. Specialmente nel mondo della sanità. Io continuerò a mettercela tutta. Voglio segnalare la cosa proprio perché sono convinta che il mio futuro sia nella professione infermieristica”.
Questo il commento in merito del presidente di Opi Firenze-Pistoia, Danilo Massai: “Un gesto altamente offensivo e discriminatorio, sul quale abbiamo subito avviato accertamenti. Vogliamo intanto manifestare le nostre solidarietà e vicinanza alla collega. Faremo tutto quanto le normative ci consentono per far sì che i suoi diritti siano rispettati”.
Redazione Nurse Times
 
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Fials ASST Monza “Carenza di personale problema irrisolto. La Direzione continua a non ascoltare i lavoratori”

Riceviamo e pubblichiamo la nota sindacale della Segreteria Aziendale Fials della ASST di Monza
Sembra non avere mai fine la situazione drammatica creatasi nell’Asst di Monza, da settimane i sindacati continuano a sollecitare la Direzione sulla problematica riguardante la carenza di personale sanitario in azienda.
La Direzione Generale sembra orientata ad una politica di NON ascolto ne delle organizzazioni sindacali, ne del personale dell’azienda.
La presa di posizione della Direzione appare palese, per loro la carenza di personale non esiste anzi, addirittura il personale sanitario risulterebbe in esubero dai calcoli fatti sul minutaggio minimo assistenziale.
Come Organizzazione Sindacale FIALS riteniamo veramente VERGOGNOSO questo  atteggiamento. Non riusciamo a comprendere come si può organizzare un ospedale su un minutaggio minimo di assistenza risalente agli anni 80, senza tenere conto delle complessità dei pazienti ma soprattutto dei carichi di lavoro del personale e della qualità dell’assistenza che si ripercuote sui pazienti.
La FIALS nel denunciare per l’ennesima volta questa situazione ritine doveroso proseguire la sua azione di lotta e di informazione a tutto il personale, nelle prossime settimane coinvolgeremo gli organi politici locali al fine di sensibilizzare anche l’opinione pubblica su questa problematica.
Ci sentiamo solamente di dire una cosa alla Direzione: GLI INFERMIERI, OPERATORI SOCIO SANITARI e PERSONALE TECNICO E RIABILITATIVO AZIENDALE meritano rispetto e non questo trattamento da parte dei vertici aziendali.
 
LA SEGRETERIA AZIENDALE FIALS ASST DI MONZA
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