A.O.R.N. “Santobono Pausilipon” di Napoli: concorso pubblico per 40 OSS

Concorso pubblico, per titoli ed esami, per la copertura di quaranta posti di operatore socio sanitario, categoria BS
In esecuzione della deliberazione n. 174 del 9 aprile 2019 è stato indetto il bando di concorso pubblico, per titoli ed esami, in osservanza delle norme previste dal decreto del Presidente della Repubblica n. 220/2001, per la copertura di quaranta posti di operatore socio sanitario, categoria BS.
Il termine fissato per la presentazione della domanda e dei documenti scade il trentesimo giorno successivo a quello della data di pubblicazione del presente estratto nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – 4ª Serie speciale «Concorsi ed esami». Qualora detto giorno sia festivo il termine è prorogato al primo giorno successivo non festivo.
Il testo integrale del bando, con l’indicazione dei requisiti e della modalità di partecipazione all’avviso in questione, è pubblicato nel Bollettino Ufficiale della Regione Campania n. 26 del 13 maggio 2019 e verrà pubblicato sul sito web aziendale www.santobonopausilipon.it nella sezione «bandi di concorso» (in allegato).
Per ulteriori informazioni relative al bando gli interessati potranno rivolgersi alla U.O.C. Gestione risorse umane dell’A.O. Santobono – Pausilipon (tel. 081 2205303 – 5276 – 5281).
Le domande di partecipazione al concorso vanno presentate esclusivamente on-line al seguente link: https://santobonopausilipon.selezionieconcorsi.it .
Previsto contributo per la copertura delle spese concorsuali; a tal fine il candidato deve allegare alla domanda copia dell’avvenuto bonifico, pari alla somma di euro 10,00, non rimborsabile.
Pubblicato sulla G.U. n.47 del 14-06-2019. Scade il 14 luglio 2019.
 
Redazione NurseTimes
 
Allegato
Bando concorso pubblico per Oss e Dichiarazione Sostitutiva dell’Atto di Notorietà
L’articolo A.O.R.N. “Santobono Pausilipon” di Napoli: concorso pubblico per 40 OSS scritto da Marianna Di Benedetto è online su Nurse Times.

Quasi 400 procedure cliniche che medici e infermieri ritengono efficaci sono inutili o dannose per il paziente

Quasi 400 pratiche sanitarie che la maggior parte degli operatori sanitari ritengono corrette sarebbero inefficaci nel migliorare la salute del paziente.

Questo è quanto emerso da un’analisi che ha preso in considerazione oltre 3.000 studi effettuati e pubblicati sui principali giornali medici internazionali.

L’augurio del gruppo di ricerca è di poter incoraggiare i professionisti della salute a non utilizzare più tali procedure, conosciute come “medical reversals”.

Si tratta di pratiche risultate non essere migliori di quelle utilizzate in precedenza, secondo i risultati dei randomised controlled trials (studi che hanno come obiettivo la riduzione di determinati bias durante i test su nuovi trattamenti). Ma spesso può risultare difficile identificare tali pratiche. Per esempio, Cochrane Reviews, offre evidenze scientifiche di altissima qualità in tema di pratiche mediche, ma solo una delle procedure analizzate è risultata essere presente in ogni revisione.

In aggiunta, la campagna statunitense “Choosing Wisely” che mira alla realizzazione ed al mantenimento di una lista di pratiche cliniche poco efficaci o di scarso valore scientifico, si basa su quanto riferito dalle stesse organizzazioni mediche che spesso le adottano.

“Abbiamo voluto basare il nostro messaggio su questi ed altri dati per fornire una lista globale per clinici e ricercatori, che possa guidare loro nella pratica quotidiana permettendo di curare i pazienti più efficientemente riducendo i costi”, spiega Diana Herrera-Perez, ricercatrice presso il Knight Cancer Institute dell’Oregon Health & Science University (OHSU), US.

Per fare ciò, il suo team ha condotto una serie di ricerche pubblicate nel corso degli ultimi 15 anni in tre dei principali giornali medici: il Journal of the American Medical Association, il Lancet e il New England Journal of Medicine.

La loro analisi ha rilevato come esistano ben 396 medical reversals emersi dai 3.000 articoli analizzati. Di questi, molti sono stati riscontrati in popolazioni appartenenti a paesi ad elevato reddito (92%), poiché la maggior parte dei trial randomizzati viene effettuato proprio in questi paesi. Il restante 8% invece deriva da paesi meno sviluppati quali India, Malesia, Etiopia e Cina.

 
Le patologie cardiovascolari (20%) sono state le più rappresentare tra i medical reversals seguite da quelli riguardanti la salute pubblica e medicina preventiva (12%) e area critica (11%).

Analizzando la tipologia di intervento, gli errori nelle medicazioni sono risultati i più frequenti (33%), seguiti dagli errori nelle procedure cliniche di base (20%) e dalle errate prescrizioni di integratori alimentari e vitaminici (13%).
“Ci sono molte lezioni che possiamo imparare da questi risultati, una di queste è l’importanza di condurre RCT sia per le pratiche nuove che per quelle che riteniamo ormai consolidate”, spiega Vinay Prasad, professore associato alla OHSU Knight Cancer Institute.
“Una volta che viene determinato che una pratica sia inefficace, risulta estremamente difficile convincere medici e infermieri ad abbandonarla. Realizzare test rigorosi sui nuovi trattamenti, prima che vengano adottati in tutto il mondo, può ridurre il numero dei reversals nella pratica clinica prevenendo pericoli inutili per la salute dei pazienti”.
Questa ricerca presenta tuttavia alcune limitazioni, poiché solo tre giornali medici sono stati analizzati. Ciò significa che i risultati ottenuti potrebbero non essere applicabili a tutti i settori della sanità.

Riportiamo di seguito una lista delle principali pratiche risultate inefficaci o meno efficaci di quelle precedentemente in uso:

 
L’uso di sertralina e mirtazapina nei pazienti affetti da morbo di Alzheimer,
L’uso di calze compressive per ridurre il rischio di trombosi venosa profonda dopo un infarto
L’utilità di uno screening mammografico ogni 1-2 anni per le donne di età compresa tra i 40 ed i 49 anni
L’efficacia delle tecnologie indossabili per la perdita di peso a lungo termime
L’utilità del supplemento di Vitamina A nei neonati dal momento della nascita
L’uso di Zopiclone per trattare l’insonnia
L’uso dei dispositivi automatici per effettuare compressioni toraciche
Il cateterismo dell’arteria polmonare mediante catetere di Swan-Ganz dopo scompenso cardiaco congestizio
L’applicazione di protettori d’anca esterni per prevenire le fatture
L’infusione epidurale di glucocorticoidi per il trattamento della stenosi lombare.

Simone Gussoni
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Oltre 100 colleghi rendono omaggio all’infermiera che ha deciso di donare gli organi dopo il decesso

Oltre 100 colleghi rendono omaggio all’infermiera che ha deciso di donare gli organi dopo il decesso

Un addio tanto speciale quanto commuovente è stato riservato a Mary Desin, infermiera 58enne in servizio presso la University of Pittsburgh Medical Center’s Hamlot Hospital.
Dopo oltre 30 anni di servizio, Mary ha voluto salvare la vita dei suoi pazienti un’ultima volta, diventando una donatrice di organi dopo la morte accaduta il 31 maggio scorso a causa di una rottura di aneurisma cerebrale.
Ad onorare il suo gesto oltre 100 colleghi, che le hanno tributato un toccante ultimo saluto. I dipendenti si sono messi in fila accompagnandola in un’ultima ‘camminata d’onore’, mentre il cuore batteva ancora e l’ossigeno entrava nel suo corpo tramite un ventilatore. Anche la famiglia ha accompagnato l’infermiera dal letto d’ospedale alla sala operatoria, dove sono stati espiantati per poi essere donati reni e fegato.
“È stato estremamente emozionante”, ha raccontato il figlio di Mary, Matthew James Desin, a “Good Morning America”.
Mary Desin (in basso al centro) insieme alle colleghe“Quasi tutti piangevano – ha spiegato – persone che non conoscevo nemmeno mi sono venute incontro per dirmi quanto l’amassero e quanto lei le avesse aiutate ad andare avanti nel loro lavoro. Non mi aspettavo che oltre 100 persone fossero colpite dalla sua perdita”.
Desin è stata dichiarata deceduta clinicamente e legalmente dopo la morte cerebrale. I suoi organi sono stati mantenuti in vita, coerentemente con i suoi desideri, in modo che potessero essere donati.
“La cosa su Mary che ho imparato maggiormente – ha evidenziato un suo collega, Donny McDowell – è che dai sempre e continui a donare un po’ di più. È stato incredibile vedere le vite che avrebbero potuto cambiare grazie al dono di Mary”. Ogni 10 minuti una persona viene aggiunta alla lista d’attesa per una donazione di organi, secondo l’Health Resources and Services Administration Usa, e un donatore può salvare circa otto vite.
L’Upmc Hamot ha voluto rendere onorare a Desin come donatrice accendendo tre luci in cima all’edificio dell’ospedale, per indicare che qualcuno aveva ricevuto un trapianto di organi.
Simone Gussoni
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Indurimento delle arterie, la responsabile è una proteina: porte aperte a una soluzione terapeutica

Una nuova ricerca ha individuato la capacità della molecola PAR di accumulare calcio nei vasi. Esiste già un farmaco che potrebbe inibirne il rilascio.
L’irrigidimento delle arterie, che si verifica normalmente con l’avanzare dell’età e che può essere catalizzato dal vizio del fumo o da altri fattori, è legato all’azione di una molecola che raccoglie il calcio in goccioline sempre più grandi e lo lascia depositare sulle pareti dei vasi sanguigni. Qui, attorno al collagene e all’elastina, il fosfato di calcio tende a solidificare e cristallizzare in modo ordinato, sotto la spinta di un processo chiamato biomineralizzazione, che ha appunto come conseguenza l’indurimento delle arterie, una condizione legata a un rischio maggiore di malattie cardiovascolari e demenza. La scoperta di questo processo apre le porte a una potenziale soluzione terapeutica, mirata a colpire l’azione della molecola.
La scoperta si deve a un team di ricerca internazionale guidato da scienziati britannici del King’s College di Londra e dell’Università di Cambridge, che hanno collaborato con i colleghi della Cycle Pharmaceuticals (azienda specializzata nella sperimentazione di farmaci già approvati per altri scopi), dell’istituto Leibniz Forschungsinstitut für Molekulare Pharmakologie (FMP) di Berlino e dell’Università di Antwerp (Belgio). Gli scienziati, coordinati dalla professoressa Melinda Duer, del Dipartimento di Chimica dell’Università di Cambridge, si sono concentrati sulla proteina di riparazione poly (ADP-Ribose), o più semplicemente PAR. Questa è prodotta normalmente in presenza di danno alle cellule o al Dna cellulare, innescato naturalmente dai processi di invecchiamento, ma anche da vizio del fumo, ipertensione e altro ancora.
Attraverso una tecnica chiamata spettroscopia di risonanza magnetica nucleare (NMR) gli scienziati hanno osservato in colture cellulari che il rilascio della PAR è legato alla presenza dei danni di cui sopra. E poiché la proteina si lega fortemente al calcio, durante il processo di riparazione favorisce anche l’accumulo della sostanza nelle pareti dei vasi. L’indurimento delle arterie è dunque una diretta conseguenza del danno cellulare protratto nel tempo. L’aspetto più rilevante di questa scoperta risiede nel fatto che è già noto un farmaco in grado di inibire il rilascio della PAR: l’antibiotico minociclina, usato soprattutto per l’acne. Trattandosi di un medicinale di cui è già certificata la sicurezza, gli studi clinici per verificarne gli effetti sull’indurimento delle arterie – e dunque sulla prevenzione di malattie cardiovascolari e demenza – potrebbero partire in pochi mesi.
Redazione Nurse Times
Fonte: Fanpage.it
 
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Tumori, bloccando una proteina è possibile “affamarli”

Scoperta la funzione nutritiva della cosiddetta Mical2, alleata delle forme di cancro più comuni.
I tumori hanno un’alleata silenziosa in una proteina, denominata Mical2, che li aiuta a nutrirsi e che potrebbe essere inibita, bloccando la crescita dei vasi sanguigni che alimentano i tumori stessi. La scoperta, pubblicata sulla rivista Biochimica et Biophysica Acta – Molecular Basis of Disease, riguarda le forme di cancro più comuni nell’uomo, quelle solide, e si deve al gruppo dell‘Istituto di Scienze della vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, guidato dalla biologa molecolare Debora Angeloni (foto).
“Bloccare l’azione della proteina Mical2 significa bloccare lo sviluppo dei vasi sanguigni che portano alle cellule tumorali ossigeno e nutrienti – spiega Angeloni –. C’è ancora molto lavoro da fare, ma è stata aperta una prospettiva”. Mical2, si risveglia ogni volta che le cellule malate liberano il segnale che, come una calamita, attira in modo inesorabile le cellule del tessuto che fodera i vasi sanguigni, chiamato endotelio. Questa azione deforma i vasi, allungandoli fino a catturarli per nutrire il tumore. Il segnale è il fattore di crescita delle cellule dell’endotelio (Vegf) e il suo braccio destro è proprio la proteina. “L’abbiamo individuata sia nei tumori più aggressivi sia in quelli meno aggressivi, mentre non è espressa nei vasi sanguigni normali”, rivela ancora l’esperta.
Le proteine Mical erano finora note per la funzione importante che svolgono nell’impalcatura (chiamata citoscheletro), che permette alla cellule di interagire con le sue simili, di aderire a una superficie e di muoversi. Avere scoperto la nuova funzione significa avere individuato una strada inedita per riuscire ad “affamare” i tumori. Dagli Settanta a oggi, infatti, il principale bersaglio delle terapie pensate per “tagliare i viveri” ai tumori, bloccando la crescita dei vasi sanguigni che li nutrono (angiogenesi), era il fattore Vegf. “Questa strada – osserva la ricercatrice – non si è rivelata però semplice, perché si è visto che puntare direttamente al Vegf scatena effetti indesiderati. Abbiamo quindi pensato di puntare su un bersaglio a un livello più basilare, ossia sulla proteina Mical2″.
Redazione Nurse Times
Fonte: Ansa
 
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