AUSL della Romagna: avviso pubblico per infermieri. Al via le domande

Avviso Pubblico finalizzato all’attivazione di un rapporto di lavoro a tempo determinato, ai sensi dell’articolo 15 Octies, D.Lgs. 502/1992 e s.m.e.i. quale Infermiere, finalizzato alla realizzazione del progetto “Riorganizzazione Centrale Operativa 118 Ausl Della Romagna”
Con determinazione del Direttore U.O. Gestione Giuridica Risorse Umane n. 1722 del 27/5/2019 su delega del Direttore Generale dell’Azienda Usl della Romagna di cui a deliberazione n. 342 del 20/09/2018, si è provveduto all’emissione di pubblico avviso finalizzato all’attivazione di un rapporto di lavoro a tempo determinato, in qualità di infermiere, ai sensi dell’articolo 15 octies, del Decreto Legislativo 502/1992 e s.m. e i., per la realizzazione del progetto “Riorganizzazione centrale operativa 118 Ausl della Romagna”, con trattamento giuridico corrispondente a quanto previsto dalle norme legislative e contrattuali vigenti per il rapporto di lavoro subordinato a tempo determinato per i profili del comparto di categoria D del ruolo sanitario, con le seguenti caratteristiche:
Afferenza Gerarchica: Responsabile DIT Dipartimento Emergenza Urgenza;
Rapporto funzionale: direttore UO Centrale Operativa e Emergenza Territoriale 118 Ravenna;
Funzioni:
sviluppo progetto di armonizzazione sia strutturale che organizzativo della Centrale Operativa Romagna
supporto all’implementazione del progetto POF, Posto Operatore Filtro con successivo consolidamento del modello stesso attraverso l’analisi degli indicatori specifici e la definizione delle eventuali azioni di miglioramento
sviluppo delle competenze dei diversi ruoli dell’infermiere di centrale operativa: Call Taker Call Dispatcher CVS di centrale/infermiere Esperto
collaborazione al monitoraggio degli indicatori di performance degli operatori di centrale operativa e all’implementazione delle azioni di miglioramento in relazione ai principali riferimenti regionali o nazionali
monitoraggio dell’implementazione delle raccomandazioni Ministeriali:
n° 11, Morte o grave danno conseguente ad un malfunzionamento del sistema di trasporto (intraospedaliero, extraospedaliero)
n°15, Morte o grave danno conseguente a non corretta attribuzione del codice triage nella Centrale operativa 118 e/o all’interno del Pronto soccorso

supporto alla gestione del Servizio di Elisoccorso: Siti HEMS, possibile implementazione del verricello, interfaccia con la centrale operativa
supporto alla progettualità di revisione e aggiornamento della cartografia
implementazione del progetti di diffusione della cultura di gestione dell’arresto cardio circolatorio nella popolazione , all’interno del progetto PAD;

Durata: annuale.
Impegno orario: 36 ore settimanali;
Sede: Centrale Operativa Romagna Soccorso- Ravenna;
Trattamento economico: annuo lordo di € 43.964.00 più oneri e IRAP, aggiornabili in relazione alle previsioni dei contratti collettivi del Comparto Sanità che dovessero essere applicati nel corso del rapporto di lavoro prendendo come riferimento i profili del ruolo sanitario di cat. D.
Scadenza del bando 20-06-2019. In allegato il bando.
 
Redazione NurseTimes
 
Allegati
Modello di domanda
Modello di cv
Bando di concorso
L’articolo AUSL della Romagna: avviso pubblico per infermieri. Al via le domande scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Dramma Noa, l’opinione di Marco Cappato: “Non si tratta di eutanasia”

Dramma Noa, l’opinione di Marco Cappato: “Non si tratta di eutanasia”

Riprendiamo un’intervista rilasciata a Repubblica dal tesoriere dell’associazione “Luca Coscioni”.
Marco CappatoNoa Pothoven è morta volontariamente di fame e di sete. Si è lasciata scivolare in quel “non ritorno” che aveva da tempo annunciato. Lasciando tutti sgomenti, come accade sempre di fronte a un adolescente che sceglie di togliersi la vita. A 17 anni, quando ogni cosa è ancora possibile. Sulla vicenda prova a fare chiarezza il radicale Marco Cappato, tesoriere dell’associazione “Luca Coscioni”, sotto processo per aver accompagnato Dj Fabo a Zurigo: «Non si è trattato di eutanasia, nemmeno di un suicidio assistito. Noa ha avuto soltanto un supporto medico che ha alleviato il suo passaggio verso la morte».
Cappato, com’è morta Noa?«Di fatto si è suicidata, scegliendo di digiunare e di non bere più».
Perché si è parlato di eutanasia?«Forse perché nessuno aveva letto davvero la notizia olandese. E perché in Olanda, comunque, l’eutanasia è legale, anche per i minorenni. Anche se, voglio precisarlo, nell’ultimo anno mi risulta che ci sia stato un solo caso di eutanasia su minori in Olanda».
Quindi, tecnicamente, Noa avrebbe potuto ottenere legalmente di essere aiutata a morire, anche se aveva solo 17 anni?«Sì, ma non l’ha ottenuta. Le regole in Olanda sono ferree. L’eutanasia viene concessa per malattie irreversibili, che provocano sofferenze fisiche insopportabili, non per sofferenze psichiche, come nel caso di Noa. A lei i medici avevano detto, invece, di curarsi. E, nel caso, di fare una nuova richiesta a 21 anni».
Noa, dunque, si è lasciata morire. Si può parlare di suicidio assistito?«No. Sia nel suicidio assistito che nell’eutanasia la persona che vuole morire assume un farmaco letale che viene fornito da un medico. Nel primo caso lo fa in modo autonomo. Nel secondo caso, invece, gli viene somministrato. Ma Noa si è lasciata morire di fame, nel salotto di casa sua».
E quel supporto medico di cui lei stessa parla nei suoi ultimi messaggi? Il ministero della Salute olandese ha aperto un’inchiesta.«Possiamo immaginare che si tratti di cure palliative che hanno alleviato il passaggio verso la morte. Cure, ci tengo a dirlo, legali anche in Italia, quando si sceglie di rifiutare l’idratazione e la nutrizione».
Noa, però, aveva 17 anni.«Infatti, ci vuole il consenso dei genitori. I quali, in un primo momento, erano contrari e l’avevano sottoposta all’alimentazione forzata. Questa volta l’hanno lasciata andare. Immagino con il cuore spezzato. Del resto Noa, che aveva subito tre stupri, parlava di sofferenze indicibili. Noa si è suicidata, come purtroppo si uccidono tanti adolescenti».
Sarebbe giusto consentire l’eutanasia in questi casi?«No. La psiche si può curare. È quello che aveva risposto lo stato olandese a Noa. E tengo a precisare che anche in Italia, in nessuno dei testi di legge depositati in Parlamento, è prevista l’eutanasia per sofferenze di tipo psichico. Ma soprattutto non è prevista per i minori».
Ritiene possibile una legge italiana sull’eutanasia?«Se Pd e Cinque Stelle trovassero un accordo, la legge potrebbe passare. Ma lo faranno?».
Redazione Nurse Times
Fonte: la Repubblica
 
L’articolo Dramma Noa, l’opinione di Marco Cappato: “Non si tratta di eutanasia” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Hiv, a Milano la presentazione del Rapporto Europe5

Italia in testa per servizi offerti tra diagnosi, management clinico, trattamento. Per questa sfida serve maggiore consapevolezza tra i giovani.
L’epidemia di HIV in Inghilterra, Francia, Germania, Italia e Spagna (Europe5) è oggi irriconoscibile rispetto a un decennio fa. I soggetti che vengono contagiati dall’HIV sono sostanzialmente stabili o in calo, mentre l’aspettativa di vita per le persone affette dalla malattia è simile a quella delle persone senza la malattia. Nonostante l’epidemia sia cambiata, non è tuttavia finita. Esistono nuove e continue sfide che minacciano la risposta all’HIV.
IL RAPPORTO EUROPE5 – Per capire come le policy dei Paesi di Europe5 stiano affrontando le nuove sfide. KPMG LifeSciences ha riunito un gruppo di specialisti sull’HIV. Con il contributo dei rappresentanti italiani del gruppo di lavoro, fra i quali Barbara Suligoi (Centro Operativo AIDS presso Istituto Superiore di Sanità) ed Emilia De Biasi, già presidente XII Commissione Sanità al Senato. La presentazione si tiene presso la Casa della Cultura (via Borgogna 3, Milano), giovedì 6 giugno tra le 13 e le 15. Il rapporto è stato commissionato e patrocinato da Gilead Sciences Europe Ltd (Gilead).
Lo studio svolto ha esaminato gli aspetti di consapevolezza, prevenzione, test e screening, trattamenti specifici e gestione di lungo periodo della salute del paziente inquadrato all’interno del continuum di cura. Sono state identificate le aree di forza, quelle di possibile miglioramento e sono state elaborate alcune raccomandazioni per migliorare la vita delle persone affette e a rischio di HIV. Il capitolo italiano del report complessivo viene presentato a Milano, in una settimana non casuale, negli stessi giorni in cui si tiene, all’Università Statale, la XI Conferenza ICAR (Italian Conference on AIDS  and Antiviral Research): dal 5 al 7 giugno, è l’appuntamento più prestigioso, numeroso e scientificamente qualificato in Italia su AIDS e ricerca antivirale.
L’HIV IN ITALIA: NUMERI PREOCCUPANTI, MA SERVIZI IN CRESCITA – La prevalenza di HIV in Italia è dello 0.2%, più alta rispetto ad altri Paesi di Europe5, come Regno Unito (0.16%) e Germania (0.1%). Circa la metà delle persone con HIV viene diagnosticata in fase avanzata di malattia, comportando una minore probabilità di successo delle terapie e una maggiore probabilità di aver involontariamente trasmesso l’infezione ad altri. Tuttavia l’Italia è tra i cinque l’unico Paese che fornisce gratuitamente diagnosi, management clinico e trattamento antiretrovirale a tutti, senza discriminazioni, compresi migranti illegali e persone che fanno uso di sostanze iniettive.
Nonostante le terapie antiretrovirali prolunghino la sopravvivenza delle persone con HIV, migliorandone la qualità di vita, l’HIV resta un’infezione letale. Non si può dunque rimanere inerti ed è necessario continuare a perseguire la linea già tracciata. “È urgente diffondere una migliore conoscenza e consapevolezza del rischio di HIV e di altre infezioni sessualmente trasmesse, in particolare tra i giovani, attraverso social media, scuola e strutture sul territorio (sia sanitarie che della società civile) – sottolinea Barbara Suligoi, Centro Operativo AIDS presso l’Istituto Superiore di Sanità –. L’accesso ai test per l’HIV e le infezioni sessualmente trasmesse deve essere agevolato (anonimo, gratuito, senza appuntamento, senza prescrizione medica, opt-out in sedi selezionate), superando anche le barriere del test ai minori. I preservativi devono essere forniti gratuitamente alle persone con comportamenti a rischio. A  questo proposito, le delibere già approvate in varie regioni italiane per la distribuzione gratuita dei preservativi ai giovani purtroppo non sono state finora attivate. È indispensabile che diventino applicative come prevenzione dell’HIV e delle infezioni sessualmente trasmesse. In sintesi, bisogna implementare urgentemente il Piano Nazionale AIDS 2017-2019, dedicando a esso dei finanziamenti specifici e incorporando le relative politiche nei LEA, per garantire un’assegnazione di risorse coerenti ed assicurare l’uniformità dei servizi in tutto il Paese”.
Aggiunge Massimo Galli, presidente SIMIT: “L’approvazione del nuovo piano nazionale AIDS presso la Conferenza Stato-Regioni del 26 ottobre 2017 aveva aperto grandi speranze sulla possibilità di una concreta ripresa delle iniziative di prevenzione dell’infezione e per l’assistenza alle persone che vivono con HIV/AIDS. Va purtroppo sottolineato che il piano è rimasto lettera morta in molte Regioni e ha subito comunque significativi ritardi nella sua applicazione quasi ovunque. Un destino condiviso spesso da piani nazionali d’ambito sanitario, specie se sprovvisti di uno specifico finanziamento. Piani le cui azioni dovrebbero comunque essere attuate come LEA. Ma in questo caso, appunto, quasi tutto sembra essere rimasto al condizionale”.
“Il confronto con gli altri Paesi europei esaminati nel Report ci consegna un quadro italiano in larga parte positivo – afferma Emilia De Biasi, componente del gruppo di elaborazione del Rapporto –. Il nostro Servizio Sanitario Nazionale è a vocazione universalistica, abbiamo leggi specifiche di contrasto all’epidemia e da pochi anni un Piano nazionale contro l’AIDS. Le linee guida di contrasto all’epidemia sono una vera eccellenza nel campo internazionale. Ma regole e leggi hanno bisogno di basi culturali ed economiche per essere applicate correttamente e produrre innovazione e valore salute. Proprio l’HIV ne è l’esempio: agli eccellenti risultati negli aspetti di trattamento clinico fanno da contraltare la scarsa propensione alla prevenzione e la quasi totale assenza di comunicazione pubblica sui rischi, oltre a una mancanza di finanziamenti mirati. Anche il Piano nazionale contro l’AIDS non è a tutt’oggi finanziato. La parola chiave è, a mio avviso, ‘innovazione’: un concetto che permette di agire sulle nuove popolazioni a rischio, come giovani, donne e immigrati irregolari, ma anche per prendere in carico, con maggiore efficacia, gli aspetti relativi alla salute mentale delle persone con HIV e, grazie alla cronicizzazione della malattia, anche al loro invecchiamento attivo. ‘Innovazione’ infine è parola chiave per le terapie farmacologiche, per le quali è indispensabile il finanziamento della ricerca e il mantenimento dei fondi dedicati all’interno del Fondo sanitario nazionale”.
L’IMPEGNO DI KPMG IN EUROPE5 – L’Italia ha fatto grandi progressi nell’affrontare l’epidemia dell’HIV, raggiungendo buoni risultati clinici: gli ultimi dati a disposizione evidenziano come più del 90% della popolazione affetta da HIV è consapevole del suo status; il 92% di questi è in trattamento e di questi ultimi l’88%  hanno raggiunto la soppressione virale, a testimonianza dei progressi compiuti verso gli obiettivi internazionali UNAIDS 90-90-90. La vera sfida per il nostro Paese, oggi, è costituita dalla popolazione non diagnosticata: delle 130.000 [111.000 – 150.000] persone che si stima vivano con l’HIV in Italia, si calcola che l’11-13% non sia a conoscenza del proprio status di infezione. Inoltre l’incidenza si è stabilizzata, ma ogni anno vengono effettuate oltre 3.000 nuove diagnosi (3.443 nel 2017).
“Per stimolare il confronto internazionale sull’evoluzione dell’epidemiologia dell’HIV e sulle risposte fornite dai Paesi Europa5 (Inghilterra, Francia, Germania, Italia e Spagna), KPMG ha riunito esperti clinici e non in uno Steering Commitee – ha spiegato Donato Scolozzi, KPMG Associate Partner Healthcare & Lifescience –. Gli specialisti hanno esaminato gli aspetti di consapevolezza e sensibilizzazione, prevenzione, test e screening, trattamenti specifici e gestione olistica della salute del paziente affetto da Hiv o a rischio. Nell’analisi comparativa sono state individuate le aree di forza, quelle di possibile miglioramento e sono state elaborate alcune raccomandazioni per migliorare la vita delle persone affette e a rischio di HIV. L’Italia ne esce bene sia dal punto di vista oggettivo dei provvedimenti adottati sia a livello soggettivo in termini del contributo che i nostri esperti hanno saputo dare allo Steering Commitee”.
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Hiv, a Milano la presentazione del Rapporto Europe5 scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Tetraplegico recupera l’uso delle mani grazie ad intervento innovativo: bypassata lesione del midollo

Una nuova tecnica chirurgica eseguita per la prima volta in Italia: sono stati ricollegati i nervi sani ad altri non più funzionanti bypassando la lesione del midollo
Per l’ex pasticcere le mani erano la vita ma è rimasto tetraplegico a causa di un incidente in auto.
Era alla guida di un’auto circa sei mesi fa, di sera e durante un temporale; perse il controllo del mezzo riportando una lesione midollare completa a livello cervicale. Oltre al deficit completo degli arti inferiori, non riusciva più ad aprire e chiudere le dita, perdendo la possibilità di vivere una vita normale.
Ora è riuscito a recuperarne l’uso grazie a un innovativo intervento dell’equipe medico dell’ospedale Cto della Città della Salute di Torino.
L’operazione, durata circa tre ore è mezza, rappresenta una novità in Italia. Per la prima volta viene bypassata la lesione del midollo grazie al collegamento dei nervi sani con quelli non più funzionanti.
L’intervento, eseguito da Bruno Battiston, Diego Garbossa, Paolo Titolo, Andrea Lavorato e tutta l’equipe composta da infermieri e operatori socio sanitari, è riuscito senza complicazioni e nei prossimi mesi il paziente verrà sottoposto ad alcuni trattamenti fisioterapici possibili solo in centri di riferimento.
La tecnica innovativa supera quella tradizionale che grazie al trasferimento di tendini consentiva solo un recupero parziale della funzione motoria. Adesso invece con la nuova operazione l’uomo potrà godere di un recupero maggiore della funzione sensitiva degli arti.
I medici hanno usato una tecnica chirurgica che ha permesso di bypassare il livello della lesione al midollo spinale e riuscendo a ricollegare come fili elettrici nervi donatori sani, che sono rimasti sani sopra la lesione, a quelli danneggiato. Una metodologia recentissima che viene eseguita solo in pochi centri al mondo. È solo così che il paziente, 52 anni, potrà recuperare la funzionalità delle mani. Avrà bisogno di molti mesi di fisioterapia. Finora la chirurgia della mano usata da anni aveva permesso solo un recupero parziale, invece riuscendo a reinnervare interi distretti muscolari il recupero è stato più ampio.
L’iter chirurgico è stato seguito grazie alla collaborazione tra il reparto di Ortopedia e traumatologia 2, indirizzo Chirurgia della Mano del Cto, diretta dal dottor Battiston, la Neurochirurgia universitaria diretta dal professor Diego Garbossa,  il Dipartimento di Ortopedia – Traumatologia e Riabilitazione guidato dal professor Giuseppe Massazza e la Struttura dell’Unità Spinale Unipolare, diretta dal dottor Salvatore Petrozzino.
 
Redazione NurseTimes
L’articolo Tetraplegico recupera l’uso delle mani grazie ad intervento innovativo: bypassata lesione del midollo scritto da Roberta Di Leo è online su Nurse Times.

Sicilia, laureati non specializzati e medici in pensione contro la fuga dai pronto soccorso

È la ricetta dell’assessore alla Sanità, Ruggero Razza, sulla scia di quanto già avvenuto in Molise e in Veneto.
Portare nei pronto soccorso siciliani i laureati non specializzati attraverso i contratti di formazione lavoro. Ma soprattutto riportare in corsia i medici già in pensione. All’indomani dell’inchiesta di Repubblica sulla fuga dai pronto soccorso – all’ultimo concorso per 121 posti a tempo indeterminato si sono presentati solo in 101 – l’assessore regionale alla Sanità, Ruggero Razza, dà la sua ricetta contro l’emergenza in corsia.
Razza sta lavorando a una delibera di Giunta per consentire agli ospedali di utilizzare il personale in pensione, attraverso contratti a tempo determinato, come hanno già fatto Molise e Veneto: «Una soluzione che ci consentirebbe di far fronte ai disservizi». L’altra soluzione, quella di utilizzare i laureati non specializzati, passa invece attraverso una legge: «Abbiamo già chiesto, come Conferenza delle Regioni, di inserire una norma urgente nel Decreto Calabria che deve passare al Senato. La commissione ci ha detto che la inserirà nel nuovo Patto per la salute, ma non c’è tempo e torniamo a chiedere una norma d’urgenza».
L’idea di utilizzare medici militari, come in Molise, per il governatore Nello Musumeci, è invece una soluzione «estrema». Meglio puntare su pensionati e giovani laureati. Ma i non specializzati saranno pronti a lavorare in un’area d’emergenza? «Sarebbero affiancati da un medico di esperienza», dice l’assessore, che sottolinea come l’altra strategia per fermare la fuga di camici bianchi sia quella di continuare a bandire concorsi a tempo indeterminato: «Ne stiamo per bandire uno da circa 2mila posti per infermieri e assistenti socio-sanitari».
Ma la Regione chiede anche una rivisitazione del sistema di formazione. «Sono contrario al numero chiuso per Medicina – dice il Musumeci –. Dobbiamo consentire a tutti i giovani di potersi iscrivere, facendo una verifica sul profitto al secondo anno delle materie sostenute». Ma il guaio riguarderebbe soprattutto il post-laurea, con solo 8mila posti in tutta Italia per la specializzazione, a fronte di circa 12mila laureati. «Significa – dice Razza – che in circa 4mila faranno i medici di base, oppure saranno fuori dal mercato del lavoro».
Il guaio starebbe anche nella tipologia di specializzazioni scelte, «non in base alle necessità dell’assistenza», dicono dall’assessorato. E quindi, oltre ai medici di medicina d’urgenza, mancano anche radiologi, anestesisti, pediatri. «Le Regioni devono avere voce in capitolo sulle specializzazioni per le quali servono più borse di studio – dice Pucci Bonsignore, del sindacato Cimo –. Trovo assurdo, per esempio, che a Palermo non ci sia la scuola di specializzazione in Medicina d’urgenza. In tutta Italia le borse sono state 150. Pochissime». Bonsignore, poi, dice di no alla proposta di Musumeci: «Abolire il numero chiuso a Medicina aumenterebbe il numero di laurea ti senza specializzazione».
Se ai concorsi per i pronto soccorso, anche a tempo indeterminato, i candidati non si presentano, secondo il medico e sindacalista Renato Costa, la colpa è invece del sistema di lavoro troppo stressante: «I medici ci sono. Ciò che va cambiato è l’organizzazione. Non è possibile che nelle tre principali aree d’emergenza ci siano 300 pazienti al giorno. L’assessore Razza dovrebbe attivare, come promesso, la medicina territoriale, con ambulatori aperti almeno 12 ore al giorno, che siano una alternativa tra medico di base e ospedale». Se il lavoro nei pronto soccorso fosse meno usurante, sarebbe più ambito: «Ci vuole un filtro che consenta di non affollare gli ospedali. Meno folla significa meno disservizi e una qualità di assistenza più alta».
Redazione Nurse Times
Fonte: la Repubblica
 
L’articolo Sicilia, laureati non specializzati e medici in pensione contro la fuga dai pronto soccorso scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.