Infermiera del PS di Bra travolta e uccisa da auto mentre prestava aiuto a vittima di incidente stradale

Due persone sono morte e altre quattro sono rimaste ferite i un incidente stradale avvenuto a Foresto di Cavallermaggiore, nel Cuneese, poco dopo la mezzanotte. Le auto coinvolte sono tre.
Secondo una prima ricostruzione, una delle due vittime è Lidia Nejrone, infermiera del Pronto Soccorso di Bra (Cuneo), 47 anni. Sarebbe stata travolta mentre stava soccorrendo un automobilista in panne. Nello schianto è morto anche Gianfranco Alberto, commerciante 49 enne di Carmagnola, in provincia di Torino. Anche lui si era fermato per aiutare. Indagano i carabinieri per ricostruire l’accaduto
Secondo le testimonianze, un primo veicolo condotto dalla vittima carmagnolese (una Opel Frontera) si sarebbe fermato in un tratto curvilineo della Provinciale 195 “Reale” per un problema al carrello appendice (forse finito fuori strada) quando due auto (una Kia guidata da un cittadino di origini marocchine e una Golf condotta dall’infermiera) hanno accostato per fornire supporto al guidatore, un commerciante di gelati (a bordo della Volkswagen si trovava il 25enne guineano ricoverato in codice rosso): poco dopo lo schianto.
Una Maserati Levante condotta da un uomo residente a Cavallermaggiore (a bordo la compagna e la figlia), ha travolto il capannello di persone. L’intervento di 4 autoambulanze dei presidi territoriali di Savigliano, Bra, Sommariva Bosco e Fossano non ha potuto evitare il peggio per le due vittime. Trasferito a Savigliano per la riduzione chirurgica delle fratture il giovane guineano residente a Cavallerleone.
Simone Gussoni
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Marco Carta e l’infermiera arrestata, OPI di Cagliari “la donna non risulta essere iscritta all’Albo”

Marco Carta e l’infermiera arrestata, OPI di Cagliari “la donna non risulta essere iscritta all’Albo”

È notizie di queste ore la notizia dell’arresto del famoso cantante Marco Carta per furto aggravato, accompagnato dall’infermiera Fabiana Muscas
Come è oramai noto nella giornata di venerdì, il cantante insieme ad una donna, Fabiana Muscas (infermiera), è stato arrestato per furto aggravato (6 magliette da 1.200 euro). Dopo la mancata convalida dell’arresto da parte del giudice, Carta rimane comunque indagato e a settembre comparirà alla prima udienza del processo. Pur insistendo sulla sua innocenza la testimonianza dell’addetto alla sicurezza della Rinascente raccolta dal nucleo reati predatori dei vigili di Milano non depone a suo favore. L’uomo ha raccontato di aver seguito il cantante e la Muscas perché insospettito dal loro atteggiamento “anomalo”.
Dopo le accuse di furto per il cantante arriva la testimonianza del responsabile della sicurezza della Rinascente.
L’agente ha ricostruito nei particolari la dinamica del furto: dopo aver preso le magliette dagli scaffali i due si sono spostati nei camerini. Il cantante, aiutato dalla donna ha riposto le magliette in una borsa. Prima di uscire i due hanno raggiunto il bagno, dove poi hanno ritrovato i cartellini staccati. Diretti verso l’uscita sono stati bloccati dal suono delle barriere antifurto che, nel caso di capi così costosi prevede un doppio dispositivo.
Davanti al giudice, il cantante ha attribuito tutta la responsabilità alla donna, che ha confermato questa versione.
La Polizia locale ha scaricato i video delle telecamere interne della Rinascente, che saranno fondamentali nel processo per confermare (o smentire) la testimonianza degli addetti alla vigilanza.
Fabiana Muscas è la donna che accompagnava il cantante nello shopping milanese. Si scoprirà successivamente dai media nazionali che la donna è un’ infermiera, e viene riconosciuta dalle immagini dai suoi colleghi dell’ospedale Brotzu di Cagliari.
Nessun profilo social per lei, le uniche tracce sul web riguardano il suo lavoro.
Nata nell’ottobre 1966, sposata, vedova, una figlia, diploma, ottime referenze, carattere non facile.
Della divisione cardiologia è stata coordinatrice infermieristica, partecipando come tutor a numerosi eventi formativi e a congressi scientifici (Delibera in allegato), con relazioni sul ruolo e i compiti del personale infermieristico nei programmi di riabilitazione dopo eventi cardiovascolari.
Ha avuto anche parte attiva nel sindacato, iscritta alla Cisl (ora non più) e nella lista per l’elezione della rappresentanza sindacale aziendale. Vita privata blindata, unica “bizzarria”, ostentata, piercing e tatuaggi. Negli ultimi tempi aveva manifestato il proposito di andare via da Cagliari. Sembra confermarlo anche la partecipazione a una recentissima selezione all’Azienda ospedaliero universitaria Sant’Andrea di Roma. Il suo nome figura nella graduatoria degli idonei a un concorso di mobilità per collaboratori sanitari professionali.
Oltre alle implicazioni legali e deontologiche a cui l’infermiera andrà incontro, quello che tutti gli addetti ai lavori si chiedono:
Come può un’infermiera NON iscritta all’Ordine delle Professioni Infermieristiche possa essere presente in una recente delibera del Brotzu di Cagliari?
La non iscrizione all’OPI provinciale di appartenenza espone l’infermiera e il responsabile a reati penali e civili, il Direttore Generale del Brotzu di Cagliari era  a conoscenza di questa situazione?
Intanto arriva puntuale la nota dell’OPI di Cagliari che riprendiamo
Infermiera arrestata, l’Ordine svolgerà gli opportuni approfondimenti: la donna non risulta infatti essere iscritta all’Albo professionale
“Se tale dato venisse confermato, costei eserciterebbe la professione infermieristica al di fuori delle norme vigenti in materia” spiega Pierpaolo Pateri, presidente dell’Ordine degli Infermieri e delle Professioni Infermieristiche di Cagliari
Cagliari, 3 giugno 2019
“La notizia apparsa sugli organi di stampa di un presunto furto perpetrato da una infermiera cagliaritana in concorso con un noto cantante, impone all’Ordine degli Infermieri di svolgere i doverosi e più opportuni approfondimenti, anche se, a prima vista, non sembra da quanto trapelato che la condotta posta in essere dall’interessata possa in alcun modo essere ricollegata alla sua attività lavorativa”.
Lo afferma Pierpaolo Pateri, presidente dell’Ordine degli Infermieri e delle Professioni Infermieristiche di Cagliari, secondo cui però da un primo controllo, sembrerebbe che la persona in questione non risulti iscritta all’Albo degli Infermieri della provincia di Cagliari. “Se tale dato venisse confermato, costei eserciterebbe la professione infermieristica senza il requisito dell’iscrizione all’Albo e quindi al di fuori delle norme vigenti in materia” spiega Pateri.
La legge 3/2018, infatti, obbliga per l’esercizio della professione di infermiere, come di qualunque altra professione sanitaria all’iscrizione all’Ordine di appartenenza (articolo 5, comma 2: “Per l’esercizio di ciascuna delle professioni sanitarie, in qualunque forma  giuridica  svolta, è necessaria l’iscrizione  al rispettivo albo”).
“Questo Ordine provvederà a svolgere gli approfondimenti dovuti e, qualora le notizie fornite dovessero trovare conferma, a porre in essere ogni più opportuna iniziativa nelle competenti sedi, seguendo la strada che lo stesso ministro della Salute Giulia Grillo ha indicato (“Pugno duro contro l’abusivismo professionale”, sono state le sue recenti parole), sia nei confronti dell’infermiera, sia di chi ha permesso che una persona non in regola con la legge esercitasse e svolgesse ruoli perfino di tutor e di coordinamento” continua Pateri.
“Agli infermieri spettano, oggi, compiti primari nei confronti degli assistiti e a loro la vigente normativa assegna piena responsabilità, anche a livello di colpa lieve e grave, nonché compiti e garanzie sulle quali deve vegliare l’Ordine, ente sussidiario dello Stato. Quest’ultimo non può accettare che sia gettato discredito su una professione di cui fanno parte oltre 450 mila professionisti che quotidianamente assistono le persone che si affidano ai servizi sanitari e che nel farlo tengono alto il nome degli infermieri” conclude il presidente dell’Ordine degli Infermieri di Cagliari.
 
Redazione NurseTimes
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Pianificazione condivisa delle cure nel fine vita

Riceviamo e pubblichiamo un’intervista realizzata da Opi Firenze-Pistoia a Simona Codevilla, coordinatrice all’assistenza domiciliare.
La Legge 219/2017, sulle DAT e il fine vita, introduce il tema della pianificazione condivisa delle cure tra paziente e medico (Pcc). Una pianificazione alla quale il medico e l’equipe sanitaria devono attenersi nel caso in cui il paziente si trovi in condizione di non poter esprimere il proprio consenso. La Pcc è applicabile in tutti gli ambiti dell’assistenza sanitaria che comportino la presa in carico di persone con patologie croniche, invalidanti o caratterizzate da evoluzione con prognosi infausta, incluse quindi quelle che necessitano di cure palliative.
Con questa consapevolezza Opi Firenze-Pistoia ha voluto tratteggiare un quadro delle problematiche che ricorrono nel portare avanti la Pcc in pazienti sottoposti a cure palliative. Ne abbiamo parlato con Simona Codevilla, infermiera iscritta all’Opi Firenze-Pistoia, per anni coordinatore infermieristico della rete di cure palliative dell’Azienda Usl Toscana Sud Est e oggi coordinatore all’assistenza domiciliare di Poggibonsi (Si).
Simona, in che modo è iniziato il tuo percorso nell’ambito delle cure palliative?«Dal 2012 al 2018 sono stata coordinatrice infermieristica e responsabile professionale della rete di cure palliative dell’Azienda Usl Toscana Sud Est. La mia prima esperienza è stata all’Hospice di Siena, dove è nato l’amore nei confronti delle cure palliative: è il luogo in cui ti rendi davvero conto di cosa queste siano. Ho fatto un percorso formativo intenso, seguendo numerosi corsi sul tema. Nell’Azienda Usl Sud Est l’Hospice è all’interno dell’ospedale di comunità e abbiamo dovuto formare personale che fosse in grado, sotto molti aspetti, di stare con pazienti in fase terminale e cronici. Oggi mi occupo di cure palliative sul setting domiciliare, dove l’organizzazione si sta ancora strutturando».
Perché è importante la presenza di un’equipe dedicata?«La Legge 38/2010 garantisce l’accesso alle cure palliative a tutti i cittadini, ma solo un malato su tre conosce questa possibilità e purtroppo, a volte, neppure gli stessi operatori sanitari che non si occupano di fine vita ne sono a conoscenza. Quindi questa legge ancora è praticata a macchia di leopardo. Basta fare il raffronto fra Toscana e Lombardia, regione in cui esistono equipe dedicate. I professionisti devono essere ben formati: è necessario un percorso su se stessi, la frequenza a corsi formativi per imparare il corretto approccio e acquisire le competenze specifiche in questo ambito, formarsi sulla comunicazione. L’accompagnamento a chi muore è un lavoro impegnativo, anche quando lo si ama e da esso si riceve moltissimo. La parte tecnica è importante, ma non è la cosa prioritaria: la parte relazionale-comunicativa è l’80% nelle cure palliative. C’è bisogno di un team che sia capace di affiancare i colleghi e la famiglia nel processo decisionale, attraverso corsi dedicati e il confronto con uno psicologo, che non serve solo per la famiglia e il malato, ma è anche di supporto all’operatore, per se stesso e per fornire strumenti utili ad aiutare il paziente. La figura che sta 24 ore su 24 a fianco del malato è l’infermiere, e quindi deve avere un bagaglio formativo specifico per poter supportare la persona e la famiglia quando è necessario prendere decisioni difficili, e nel mondo delle cure palliative questo è un fatto quotidiano».
Che tipo di problematiche pone la Pcc nell’ambito delle cure palliative?«Il biotestamento è un grande passo di civiltà per il nostro Paese e, nello specifico, la Pcc è lo strumento che permette alla persona malata di esprimere la propria volontà rispetto a opzioni di cura durante il suo percorso di malattia. Ma alla base di tutto ciò fondamentale è l’attivazione precoce delle cure palliative al fine di consentire un’alleanza terapeutica efficace tra l’equipe di cura, il paziente e i familiari, creando un processo decisionale condiviso e rafforzato nel tempo. Il problema è che non sempre tutto ciò avviene. Quasi tutti i pazienti conoscono la diagnosi ma non la prognosi, e questo è un dato di fatto. Per impostare una Pcc la persona deve essere a consapevole. Solo in questo modo la pianificazione delle cure risulterà corretta e rispettosa delle volontà delle scelte attuali e pregresse del paziente. La Pcc è un percorso in divenire, che i professionisti devono costruire rimanendo sempre dalla parte del paziente. Ciò che conta è la volontà del paziente, ma questo non toglie che anche la famiglia va coinvolta sia nel processo decisionale sia sul piano operativo, comportando per l’equipe un lavoro di mediazione, comunicazione costante, informazione corretta, supporto educativo ed emotivo. Tutto ciò, se ben espletato, evita conflitti e incomprensioni, e noi sappiamo di aver svolto un lavoro completo. In ambito familiare l’aiuto della famiglia è fondamentale: il caregiver va formato e si deve verificare che abbia le abilità e le competenze necessarie a portare avanti trattamenti terapeutici. È importante fornire una formazione efficace e un supporto continuo, senza addossargli responsabilità».
In che modo è possibile portare avanti un lavoro in equipe in contesto domiciliare?«Il paziente deve essere sempre al centro. È con lui che si concorda che sarà un familiare a portare avanti determinate procedure, naturalmente con il nostro supporto e supervisione. Noi lavoriamo tutti insieme per il paziente e con il paziente: i dubbi devono essere sciolti, è necessario essere presenti, come persone e come equipe. I bisogni di cura sono tanti e gli operatori coinvolti hanno competenze diverse che rispondono a esigenze differenti (clinica, psicologica, assistenziale), mantenendo le proprie specificità, che si integrano una con l’altra. E questo è d’aiuto anche per noi, che possiamo condividere la sofferenza e non caricarla tutta su una persona sola. Deve essere un processo positivo, di confronto, tra professionisti, paziente e caregiver».
Qual è il modo migliore, secondo lei, di aiutare la persona e la famiglia?«Nella fase finale, ma anche nella fase che va dalla diagnosi alla prognosi, quello che spesso si rileva è il senso di abbandono. Non bisogna sentirsi soli nel percorso di fine vita: noi dobbiamo rispondere al bisogno di sentirsi accompagnati. Per il malato e per i suoi famigliari è importante sapere che c’è qualcuno che risponde al cambiamento, non solo clinico. Si può fare tutta la pianificazione del caso, ma se poi non si è presenti, è tutto vanificato. A maggior ragione in un contesto familiare, perché nel fine vita cambia l’aspetto sociale dei malati: tendono a isolarsi, c’è un po’ un auto-abbandono e in quel momento tu diventi la loro famiglia. E in quel percorso, sapere che c’è un’equipe competente, pronta a dare una risposta è fondamentale. Non lasciare sole le persone, prendersene cura, condividere la loro fatica alleggerendola è il fulcro dei professionisti che condividono la filosofia delle cure palliative, che vanno oltre l’impegno e la responsabilità, consapevoli che occuparsi di chi muore e dei temi del morire con dignità è un privilegio, con un grande e profondo significato sociale e culturale. Per questo nel fine vita non ci si improvvisa».
Redazione Nurse Times
 
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Colostomia, arriva il mini-dispositivo in formato capsula

Colostomia, arriva il mini-dispositivo in formato capsula

Messo a punto da B. Braun, promette alle persone colostomizzate la possibilità di riprendere il controllo del proprio corpo, migliorandone la vita, anche sociale.
È arrivato anche in Italia il più piccolo dispositivo al mondo per la gestione della continenza nelle persone colostomizzate. Si tratta di una capsula messa a punto da B. Braun, impegnata da 180 anni nel settore della sanità, che consente un maggiore controllo delle funzioni intestinali, assicurando massima sicurezza e discrezione.
La colostomia, temporanea o permanente, è un intervento chirurgico che crea nella parete addominale una via di uscita per il contenuto intestinale, raccolto in appositi dispositivi, ossia le sacche per stomia.“Una colostomia – osserva Mauro Rossi Espagnet, direttore della divisione OPM di B. Braun – comporta uno sconvolgimento nella vita di una persona: dopo la diagnosi e l’intervento, bisogna affrontare nuove sfide quotidiane. Nuove gestualità, nuove abitudini e necessità di cura, che cambiano lo stile di vita e che hanno spesso un grande impatto dal punto di vista psicologico ed emotivo”.
Gli studi mostrano che il 50% delle persone colostomizzate, dopo l’intervento, sente di aver perso il controllo del proprio corpo, prova paura e perde la fiducia in sé e nella vita, arrivando – nel 25% dei casi – a soffrire di ansia o depressione. “I pazienti sono spaventati dal rischio di perdere il controllo del proprio corpo e di avere un’immagine distorta di loro stessi – segnala Maurizio Marrazzo, marketing manager delle linee Wound e Stoma Care –. I disagi che una colostomia comporta possono limitare anche le relazioni sociali, personali e lavorative. Dopo l’intervento, un paziente su tre rinuncia alla propria vita sociale”.
Fattori come i rumori provenienti dallo stoma, i cattivi odori o le evacuazioni incontrollate creano un disagio che, per il 45% dei colostomizzati, limita le attività quotidiane. “La ricerca medica – commenta Mauro Rossi Espagnet – ha il dovere di concentrarsi su nuove soluzioni, che migliorano la qualità di vita delle persone anche dopo la degenza ospedaliera. Siamo felici di annunciare che, per i portatori di colostomia sinistra, è oggi disponibile un nuovo dispositivo, estramemente innovativo, che consente un nuova gestione della contienenza e un recupero nel controllo delle proprie funzioni corporee”.
È la nuova capsula Be1, discreta e compatta, applicabile direttamente allo stoma (attraverso l’apposita placca), che consente di evacuare quando la persona ne avverte la necessità, in intimità, aprendo con un semplice gesto la sacca per la raccolta, che si trova ripiegata all’interno della capsula. Nella stessa capsula è incorporato un pulsante per il degassamento attivo, che permette l’uscita del gas con la massima discrezione, senza rumori né odori.
“Gli studi – commenta Mauro Rossi Espagnet – hanno mostrato un notevole miglioramento nella qualità di vita dei pazienti che hanno già provato la nuova capsula: il 70% si sente molto più sicuro e senza la preoccupazione di fuoriuscite indesiderate; il 79% non avverte rumori; il 60% ritiene di avere migliorato l’immagine del proprio corpo. Ci ha dato grande soddisfazione ascoltare le storie di pazienti che riprendono una vita normale, andando al ristorante o indossando il costume da bagno con serenità, e che hanno recuperato una soddisfacente intimità con il partner. Il tutto grazie a un ritrovato controllo del proprio corpo”.
Per maggiori dettagli: www.bbraun.it/it/Prodotti-e-terapie/gestione-stomie/be1/innovazione-be1
BIBLIOGRAFIA
“Quality of life outcomes in 599 cancer and non-cancer patients with colostomies”, Krouse R & al, J Surg Res. 2007 Mar 138(1): 79-87
“Quality of life in colorectal cancer. Stoma vs non stoma patients”, Sprangers MA & al, Dis Colon Rectum. 1995 Apr; 38(4): 361-369
“The pursuit of colostomy continence”, Roberts DJ, J Wound Ostomy Continence Nur. 1997 Mar 24(2):92-97
“Psychological impact of colostomy pouch change and disposal”, Mc Kenzie F & al, Br J Nurs. 2006 Mar 23-Apr 12;15(6):308-316
“Stoma surgery for colorectal cancer: a population-based study of patient concerns“ Lynch BM, J Woud Ostomy Continence Nurs. 2008 Jul-Aug; 35(4): 424-428
Multicenter, pilot open-label interventional clinical study on 30 colostomates performed in 7 French sites. Ref OPM-G-H-1604
B. BRAUN
Il Gruppo B. Braun, con sede centrale a Melsungen (Germania), è uno dei maggiori produttori globali di dispositivi medici, prodotti farmaceutici e servizi per la sanità. Con 63mila professionisti in 64 Paesi e oltre 5mila gruppi di prodotti, B. Braun sviluppa sistemi di prodotto di alta qualità e soluzioni innovative per pazienti e operatori sanitari in tutto il mondo. Nel 2018 il Gruppo ha registrato un fatturato di circa 6,9 miliardi di euro. Ogni servizio offerto da B. Braun incorpora la sua expertise globale e la profonda conoscenza delle necessità degli utilizzatori, che nasce da 180 anni di esperienza. B. Braun Milano Spa, presente in Italia dal 1922 – prima tra le sedi estere – è un partner di riferimento nel settore della sanità e, con le divisioni Aesculap, Hospital Care e Out Patient Market, sviluppa soluzioni efficaci attraverso il dialogo costruttivo con clienti e partner, al fine di proteggere la salute e migliorare la vita delle persone in modo sostenibile. A queste si aggiungono le divisioni Dental Care e Vet Care, dedicate rispettivamente al mercato dentale e alla medicina veterinaria.
Redazione Nurse Times
 
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Potenza, la delusione degli infermieri esclusi dal concorso al San Carlo: come rimediare alla carenza di personale?

Proponiamo un contributo del collega Salvatore Damiano sulla spinosa vicenda che interessa l’ospedale lucano.
Sono delusi dalle numerose incongruenze e chiedono di bloccare i lavori della commissione in attesa di fare chiarezza e di ricevere risposte celeri, i 176 infermieri esclusi dalla partecipazione alla seconda prova del concorso pubblico, per titoli ed esami, indetto dall’ospedale San Carlo di Potenza, per la copertura di 36 posti di infermiere – collaboratore professionale sanitario – categoria D.
Al bando di partecipazione al concorso, pubblicato il 9 febbraio 2016, avevano fatto domanda ben 9.291 infermieri, dei quali soltanto 376 sono stati ammessi alla prima prova, dopo una fase preselettiva svoltasi nel luglio 2017. Una prova che si è svolta dopo tre anni dalla pubblicazione del bando stesso, ovvero il 10 aprile 2019, e per la quale, a detta dei candidati, non è stata ricevuta nessuna indicazione ufficiale su modalità di svolgimento, le tempistiche e le regole. Inoltre gli infermieri hanno segnalato l’assenza di una metodologia identificativa tra elaborato e candidato, utile a garantire l’imparzialità e l’anonimato durante la correzione delle prove.
Il 24 maggio è stato finalmente appreso l’esito valutativo della commissione, la quale ha selezionato 113 ammessi alla seconda prova, escludendone 176 in base a un criterio di valutazione pubblicato precedentemente sul sito dell’Azienda, ma troppo generico, come denunciato dagli esclusi. Va segnalato che dal 2016 a oggi, nonostante la procedura concorsuale già in atto, è stato indetto un altro bando per un avviso pubblico a tempo determinato per profilo CPS infermiere – categoria D, che ha portato a stilare una graduatoria di 738 idonei per il tempo determinato. Pertanto, dopo le numerose incongruenze e viste le tempistiche, i 176 esclusi chiedono la nomina di una nuova commissione esterna, che riveda e valuti gli elaborati prodotti, sia per l’interesse dei candidati, che per l’autotutela aziendale.
Questa la testimonianza di Salvatore Damiano, partecipante al concorso: “Nonostante la grave carenza che il San Carlo affronta, la commissione ha deciso di escludere buona parte dei partecipanti, giustamente non idonei per la loro valutazione. Visto che buona parte degli ammessi sono già precari dell’Azienda, sorge spontanea la domanda: come avrà intenzione di ricoprire i posti vacanti, l’Azienda? Una prima ipotesi sarebbe utilizzare la graduatoria dell’avviso (che tra l’altro è stata svolta con la stessa modalità del concorso, solo che, a differenza, sono stati ammessi tutti i 780 partecipanti). È giusto ricordare all’Azienda, laddove scelga lo scorrimento della graduatoria a tempo determinato per coprire le carenze, che tale istituto non è consentito  dalla normativa (circolare del Dipartimento della Funzione pubblica n. 5/2013 del 21/11/2013). Molto probabilmente un eventuale scorrimento dell’avviso potrebbe essere  impugnato dagli idonei della graduatoria di Matera, da chi aspetta una mobilità e, soprattutto, da chi è stato escluso dal concorso e aspetta la pubblicazione di uno nuovo per riscattarsi. Quindi, torno a chiedere: come ha intenzione, l’Azienda, di sopperire alle carenze?”.
Salvatore Damiano
 
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